Bella tappa, la più bella del Giro senza Vingegaard, con la gente di classifica finalmente in prima linea alla ricerca di miglioramenti zona podio, anche se qualcuno raccoglie peggioramenti (citofonare Arensman). Un tappone talmente bello, talmente combattuto, che difatti in tv si parla della Gira femminile (senza offesa, le signore non c'entrano nulla).
Stando così le cose, visto che il Giro maschio non interessa più a nessuno, tanto meno alla tv statale e agli organizzatori in fase di smantellamento, anch'io evado per la tangente e mi dedico alla consegna di una mia (inutile) maglia rosa. E' personalizzata, è per Giulio Pellizzari. La motivazione però non è legata alla sua bella giornata di mezza riscossa, in fuga prima, poi a tutta sull'ultima salita per trainare il capitano Hindley sul podio, ma per meriti molto più alti e più importanti: sta ancora qui. Ci sta e continua a perdere con piena dignità.
Casualmente, in queste ore, mezzo mondo sta sottolineando a caratteri cubitali, a ciglio umido, la grande nobiltà di Jannik Sinner, che in piena crisi fisica ed esistenziale, cotto a fuoco lento nella fornace di Parigi, fiero e indomito ha offerto il petto all'argentino Cerundolo, accettando la sconfitta fino in fondo, onorando avversario e pubblico, quando altri avrebbero certamente preso la palla al balzo per ritirarsi, pienamente compresi e giustificati.
Niente. Dopo aver ampiamente dimostrato di saper vincere, in mille modi, Sinner ha dimostrato nel giorno più nero di saper perdere, nell'unico modo possibile, senza scappare, senza nascondersi, senza compiangersi. Tutto giusto e tutto davvero molto bello. Ma trovandomi qui al Giro, a me è venuto subito spontaneo pensare al nostro Pellizzari, che da giorni stiamo seguendo nel suo lungo calvario. Sinceramente, non trovo differenze. Se merita un monumento Sinner, Giulietto ne merita due. Finire una partita di tennis è questione di un'ora (due volte 1-6 e fine del supplizio), finire un Giro compromesso già alla prima settimana è molto più penoso. E' come bere tutti i giorni lo stesso veleno, per un tempo interminabile. Eppure.
Eppure Pellizzari non si è sottratto. Come Sinner, non è scappato, aggrappandosi a motivazioni verissime, a prova di cattiveria, cioè malanni seri e crisi profonde. Niente ritiro, nessuna scorciatoia comoda verso casa, per evitarsi i fischi, o anche la più edificante compassione, del mondo là fuori. A testa alta, Pellizzari come Sinner ha rispettato gli avversari, il pubblico, la manifestazione.
Deve essere ben chiaro: se Sinner fosse rimasto negli spogliatoi dopo il malore e se Pellizzari si fosse ritirato dopo i tormenti di certe tappe dure, nessuno avrebbe trovato niente da ridire. Comunque il mondo avrebbe capito, trattandosi di motivi reali e rispettabili. Ma il solo fatto di aver resistito alla legittima tentazione, il solo fatto di avere scelto a viso aperto la sconfitta plateale, in mezzo alla piazza globale, aggiunge alla loro carriera e alla loro storia un ingrediente particolare che sa di grandezza. Forse la carriera perde qualcosa a livello di curriculum numerico e quantitativo, ma certo guadagna molto a livello qualitativo.
Le due linee sono decisamente parallele, ma sono un po' troppo distanti come riconoscimento generale. Di Sinner hanno rimarcato tutti la nobiltà, di Pellizzari quasi nessuno. Per quanto mi riguarda, ci tengo a ristabilire l'equità. Se è grande Sinner perchè non si nasconde alla spietata divinità dell'umiliazione, è ugualmente grande Pellizzari che sta facendo lo stesso, tutti i giorni, senza risparmiarsi nulla. Tanto gli dovevo: conta niente, è solo un risarcimento morale. Ma passarlo sotto silenzio sarebbe una vera ingiustizia. La retorica sta innalzando Sinner alle più sublimi altitudini. Pellizzari cos'è, figlio di nessuno?