Non è Pogacar e non è nemmeno Vingegaard. Trovo ingiusto pretendere che lo diventi (ai suoi quasi 23 anni quei due avevano già cambiato il mondo). Però Pellizzari è Pellizzari, è tutto quello che abbiamo, è la speranza e la realtà, è l'unico italiano che ipoteticamente, idealmente, potenzialmente possa dire cose pesanti nei grandi giri (c'è chi già gli piazza vicino l'amico suo Piganzoli, ma sinceramente mi sembra ancora un po' prestino).
Non stiamo neanche a riassumere troppo prolissamente le puntate precedenti: Pellizzari ha fatto la gavetta con la famiglia Reverberi (il Cielo sempre abbia in gloria la nostra cantera di Reggio Emilia), si è meritato l'upgrade (Dio, come parlo bene) nel top-team (Dio, come riparlo bene), dove ha iniziato il vero master (Dio, come...) in leadership (Dio…), prima come assistente a Roglic, ora finalmente da vero capo.
Sappiamo come sta andando: tra azzardi eccessivi (la volta che sul Blockhaus ha provato ad essere Vinge) e virus fetenti, il suo Giro stava girando in bancata totale, fino a un millimetro dall'umiliante ritiro. Poi il fatto imprevisto: dalla logica ferrea degli scienziati che ormai governano le grandi squadre è sbucato fuori un fossile, considerato ormai sperduto nelle nebbie dell'antichità, il carattere. Cioè a dire quel fattore che nessun master e nessun metodologo, ma direi neanche il miglior mental-coach (Dio, come...), riusciranno mai a creare e a coltivare, neanche corrompendo con dosaggi mostruosi di Giga la più sgualdrina delle Intelligenze Artificiali.
Tirando fuori il suo carattere, che solo mamma e mamma natura gli hanno concesso, Pellizzari sta riuscendo a risalire come un salmone la corrente del fallimento. Il segnale chiaro: la resistenza e la reazione di Pila. Niente di storico, ma un vero segnale. L'inizio di un nuovo inizio. Adesso, una settimana per tornare al suo posto, là dove l'avevamo collocato con tanto fervore, morti di fame come siamo, sul podio dei nostri sogni futuri. Basterebbe – basterà – una grande tappa delle tre montagnose, basterebbe – basterà – stare sempre con i migliori, almeno fino a quando Vinge deciderà di stare lì, poi con gli altri, ricordando che un conto è essere inferiori al fenomeno, un altro – molto più deprimente – è non reggere i Gall, gli Arensman, i Bernal.
Giulio è un caro ragazzo, ha più il profilo del boomer che del simil-maranza tatuato, ma soprattutto evidenzia in bicicletta chiare attitudini da vero corridore. Quanto, deve spiegarlo in questo paio di stagioni.
Però c'è un però: va aiutato a capirlo e a capirsi. Va tutelato. E qui passo in modalità polemica: non mi pare che finora la Red Bull Bora abbia fatto proprio tutto per il meglio, nei suoi confronti. Mi riferisco direttamente, senza giri di parole, alla vicinanza di Hindley: presentato come una specie di tutore esperto, che l'aiuti nei momenti decisivi della tappa, ma soprattutto gli stia vicino a livello psicologico anche nei momenti difficili. Finora, niente di tutto questo s'è visto.
Nel suo onesto candore, Pellizzari racconta che Hindley è come un fratello. Hindley ovviamente conferma. La stessa squadra parla di due capitani, per chiudere a tenaglia Vingegaard (s'è visto, difatti). Quello che abbiamo visto tutti noi, non essendo propriamente tordi, è che Hindley non ha perso occasione per mettere qualche secondo tra sé e il ragazzo, sempre con lo stesso schema, con lo scattino finale più propaganda che sostanza.
Ci si capisce: Hindley non può essere sacrificato a Pellizzari, se Hindley è così forte da staccare tutti e sbaraccare il Giro, ne ha il pieno diritto. Ma qui succede una cosa diversa: Hindley non ha la forza di sbaraccare proprio niente, non dico Vinge, ma neppure i Gall. Se tutto quello che gli riesce è scattare a trecento metri dal traguardo per guadagnare 7'', allora io la chiamerei in un altro modo: è una porcheria. Il solo risultato di questi scattini, ormai un rito nel Giro di Hindley, è dimostrare che lui è meglio di Pellizzari. Questo a livello di gerarchie. Ma a livello psicologico, di semplici relazioni umane, l'effetto è più pesante: di certo, non incoraggiano il ragazzino, caso mai lo mortificano. Ed è proprio qui che dovrebbe entrare in gioco la squadra, fermando il giochino sporco, imponendo la logica e il rispetto. Senza fare nomi, c'è anche un altro modo per dimostrare quanto intendo dire: Caruso. E non aggiungo altro.
Morale? C'è la sensazione che queste gestioni alla tedesca – soldi, scienza, organizzazione, schematismo, programmazione, rigidità – stia dimostrando qualche limite. Ovviamente parlo anche della Lidl, pure a trazione tedesca. Vai a sapere: i tedeschi si sono inventati il ciclismo negli anni '90, con Ullrich e la Telekom (Altig era emigrante in Italia), di certo non hanno nel Dna e nella testa una cultura costruita nei secoli, come Spagna, Francia, Italia. E chi ti dice che in certe situazioni in cui servono cuore, elasticità, fantasia, persino improvvisazione, non vadano velocemente in barca. Chi ti dice che quando serve un dosaggio elevato di umanità, vedi la crisi di crescita di un ragazzo italiano, questi limiti non saltino subito fuori. E' un'ipotesi, non è una verità scientifica: chiaramente, i tedeschi faranno molta fatica a capire. Per l'occasione, torna comunque utile una semplice formula, mai superata: Italia-Germania 4-3. Questa la capiscono di sicuro. Senza rancore, si fa per scherzare. Ma neanche tanto.