Quando Bettiol non manda alle corse la controfigura indolente, riappare Bettiol. Soprattutto al Giro. Vederlo all'opera nel mandamento di Ganna (non pervenuto) è come rivederlo cinque anni prima, 2021, tappa di Stradella. Stessa forza, stessa classe. Aggiungerei stessa intelligenza, perchè tutti sanno che non abbiamo davanti un uomo di fatica, ma un talento raffinato. Molto sprecato, parecchio frustrato anche dai malanni, ma certo un vero talento. Da Stradella a Verbania, stesso show personale: fuga giusta, impegno il giusto, poi l'attacco nel punto e nel momento giusti.
Se non è Uae è Bahrain, se non è Bahrain è Astana: spartito sempre più blindato in questo Giro 2026, in cui si vedono squadre iperattive e squadre ipermollaccione. Tra tappe e maglie rosa, il patrimonio sociale si spartisce tra pochi soci. Agli altri, evidentemente, interessa poco. Valli a capire. Chi li capisce è bravo.
E poi, inutile specificarlo, c'è l'altro Giro, un Giro nel Giro, un Giro fuori dal Giro, il Giro di Vingegaard. Lo sanno anche alla materna: il Giro ufficiale potrebbe finire proprio qui, salendo a Pila, là dove potrebbe cominciare sul serio il Giro del danese regale, con maglia rosa e tutto il resto.
Da qui in poi, la storia è tutta qui. L'unica attesa non è legata a una sfida vera e propria, a un duello, è legata a una sfida monocratica, una sfida senza sfidante, tutta incentrata su un solo se stesso, Vingegaard. La vera attesa è vedere se corre il solito Vinge del Blockhaus e di Corno alle Scale, direi il solito Vinge di sempre, avendo vinto tutti gli arrivi in salita affrontati quest'anno, oppure se al Giro c'è un Vinge ancora indietro con i lavori di preparazione, o addirittura malaticcio come voci dalla Danimarca hanno rivelato, parlando anche per lui di virus tipo Pellizzari e Hindley (a questo punto, fateci sapere chi in gruppo non ha o non ha avuto il virus, così facciamo prima). Quale Vinge? Quale dei due vincerà a Pila?
Diciamolo onestamente: come suspense, è davvero pochino. Se in corsa c'è il vero Vinge, si va verso un Giro dal titolo “La noia – 2”, sèguito di quello targato Pogacar, con una noia diversa, meno prepotente e meno invadente, più calcolata e più misurata, comunque classificata dai devoti dell'equilibrio come monotonia. Non possiamo farne una malattia: questo abbiamo e dopo tutto per questo dobbiamo persino leccarci le dita, perchè se non avessimo neppure il Vinge, vero o presunto o a scartamento ridotto, il parco Vip sarebbe davvero da depressione pesante. Ci fosse un antagonista autorevole e autoritario, l'idea di pescarlo in castagna sarebbe molto fondata. Non dico Pogacar, dico magari un Evenepoel, un Seixas da testare sulle tre settimane, un Del Toro in cerca della rivincita dopo la bancata dell'anno scorso, un Carapaz versione 2019 (citofonare Nibali), andrebbe bene persino un Roglic in buono stato, dopo adeguata revisione. Ma non c'è niente di tutto questo (Eulalio è un adorabile ragazzo, gli vogliamo tutti un mondo di bene, ma il fatto che sia in maglia rosa da un mese e mezzo dice qualcosa sul Giro 2026).
C'è Vingegaard e poi bisogna far finta di credere che gli Arensman, i Gee, i Gall siano pezzi grossi del circuito mondiale. Ma siccome a me non va di fare finta su niente, perchè ho imparato ad accettare la verità in qualunque versione, continuo a pensare che Vinge sia in gara solo contro se stesso. Questo il duello: il grande Vinge che ha battuto Pogacar e che qui ha già vinto sulle uniche due montagne incontrate, il grande Vinge che sta correndo sull'arco delle sei settimane in chiave Tour, questo Vinge contro il Vinge in ritardo di preparazione, il Vinge malaticcio, il Vinge vulnerabile e fragile che non s'è mai veramente ripreso dopo la feroce caduta. Quale dei due? Vince o perde?
Il tema è tutto qui, da Pila fino a Roma. Ogni giorno misurare la febbre, verificare l'eventuale imperfezione, dell'unico campione presente in gara. Se vince lui non fa notizia, in caso contrario non vince un altro: perde lui.