Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. I più umani e i più umili. I più simili a noi. La quarta puntata è deddicata a Selvino Poloni.
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Maglia nera di un giorno. L’8 giugno 1971, diciottesima tappa del Giro d’Italia, la Lienz-Falcade di 195 km con quattro passi dolomitici: Tre Croci, Falzarego, Pordoi e Valles. Settantottesimo e ultimo a 22’49” dal primo, Felice Gimondi. Maglia nera ma anche sfortuna nera. Perché se tutto fosse andato come sarebbe dovuto andare, avrebbe vinto lui, Selvino Poloni, allora quasi 27 anni, adesso quasi 85, veneto di Zoppè di San Vendemiano.
Poloni, che cosa accadde?
“Siccome non ero veloce, ero costretto a partire da lontano. Così, pronti, via, andai in fuga. Da solo. Forse pensavano che fossi matto. Forse lo pensavano anche quelli della mia squadra, la Cosatto, tant’è che Diego Ronchini, sulla prima ammiraglia, rimase con i miei compagni, e mandò dietro di me Gino Bartali, ingaggiato come uomo-immagine dell’azienda specializzata in lettini e carrozzine per bambine. Bartali guidava una decapottabile, mi incoraggiava e mi informava, mi dava da bere e da mangiare, insomma, mi faceva da… gregario. Passai primo sul Tre Croci e primo sul Falzarego e sarei passato primo anche su Pordoi e Valles se Claudio Michelotto, la maglia rosa, non fosse andato in crisi. Così, dietro, si scatenò la battaglia. Fui ripreso a metà del Pordoi. Poi se ne andarono via in quattro. Rimasi nel gruppo, quasi una cinquantina, c’erano anche pezzi grossi come Aldo Moser, che era secondo in classifica, Motta, Bitossi e Zilioli, fin quasi al traguardo. La vittoria mi avrebbe cambiato la vita”.
La sua vita?
“Mio padre era contadino, mia madre governava la casa e aiutava mio padre, due figli, io e Pietro, tutti e due innamorati della bici, io mi sarei rivelato più scalatore e cronoman, lui più velocista. Feci fino alla quinta elementare, poi le serali. Intanto lavoravo in una fabbrica di biciclette, la Stella Veneta. E su una Stella Veneta feci la prima corsa, da esordiente. La prima vittoria da allievo. Il meglio da dilettante. Nel 1969, da azzurro, in maglia azzurra, vinsi il Giro di Bulgaria, una quindicina di tappe, vinsi quella a cronometro. Senza il Giro d’Italia dei dilettanti, il Giro di Bulgaria era con il Tour de l’Avenir la più importante corsa a tappe internazionale. Il nostro massaggiatore era Pinella De Grandi, lo stesso di Fausto Coppi. Mi massaggiava e mi consigliava. E si raccomandava di stare sempre attento. A quali avversari?, gli domandai. Ai tuoi compagni, mi avvertì, ma Angelo Argentero, Stefano Benvenuti, Donato Giuliani e Vincenzo Suriani furono fedeli. L’ultimo giorno, l’arrivo allo stadio di Sofia, ci saranno state trentamila persone. Mi premiarono con i fiori, non un mazzo, ma una corona, di quelle grandi, da funerali”.
Quest’anno il Giro d’Italia è partito dalla Bulgaria…
“Visto in tv, un altro mondo, neanche da paragonare. Le strade erano asfaltate, sterrate o con il pavè. Dormivamo nelle camerate delle caserme, nelle stanze concesse da famiglie ospitanti, a volte anche in alberghi statali. Per l’assistenza in corsa non c’erano moto o macchine, ma camionette militari. Però a premiarci c’erano le miss. Per guadagnare non si guadagnava neanche una lira. Ma almeno le spese erano coperte. Poi vinsi anche l’Alpe Adria, una corsa a tappe di una settimana tra Jugoslavia, Italia e Austria. E anche il Giro d’Ungheria”.
Da professionista?
“Con la Cosatto firmai un contratto biennale. Il primo anno, il 1971, dopo il Giro d’Italia, poi 65° a 2.10’04” dallo svedese Gosta Pettersson, ero a un circuito a Trento quando Gimondi mi domandò se volessi passare da lui alla Salvarani. Chiesi il permesso e quelli della Cosatto mi spiegarono che avrebbero concesso il nulla osta a tutti, ma non a me, perché nel 1972 la squadra sarebbe stata costruita proprio con me, su di me, per me. Invece la squadra chiuse e mi ritrovai a piedi. Che fregatura. Trovai un ingaggio alla Gbc, ma intanto mi ero sposato e avevo ricominciato a lavorare e fondato un pennellificio. Per riconoscenza al ciclismo, lo battezzai Due Ruote”.
Il bello del ciclismo?
“Non ero né bartaliano né coppiano, io ammiravo chi andava forte. Adesso ammiro Pogacar. Non so che cosa abbia, ma è fuori dal normale, un campione, un fenomeno, uno spettacolo. E a 40, 50, 60 km dall’arrivo, saluta e se ne va. Come me, quel giorno sulle Dolomiti”.
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