ITALIO ZILIOLI E LE PEDALATE DEL CUORE: «AL GIRO DI OGGI CHIEDO EMOZIONI, MA LA FISARMONICA...»

NEWS | 15/05/2026 | 08:22
di Silver Mele

C’è un posto, nella campagna cuneese, dove il ciclismo conserva ancora un’anima. A Ruffia, trecentocinquanta abitanti e silenzi lunghi come strade bianche di provincia, il tempo non ha fretta di passare. Lì vive Italo Zilioli. Ex corridore, ex promessa di un’Italia che cercava disperatamente un nuovo Coppi, ex eterno secondo per definizione giornalistica. Ma soprattutto uomo raro. Uno di quelli che quando iniziano a raccontare non stanno semplicemente parlando: stanno tornando a pedalare.


Ascoltarlo significa entrare in un ciclismo che non esiste più. Non quello delle watt bike, dei file condivisi e delle radioline che impartiscono ordini. Il ciclismo della sete vera, delle borracce contate, delle fughe nate d’istinto e delle crisi affrontate senza sapere quanti chilometri mancassero davvero all’arrivo. Un ciclismo dove le gambe dialogavano direttamente col cuore, senza filtri.


Italo Zilioli appartiene a quel mondo lì. E forse è per questo che ancora oggi, dopo ore di chiacchiere, quando ci salutiamo resta addosso la sensazione di aver incontrato qualcosa che va oltre lo sport. Avere il privilegio di ascoltare Italo Zilioli parlare di ciclismo significa entrare dentro un tempo diverso. Più lento solo in apparenza. Perché poi lui accelera, cambia ritmo, apre un ricordo e all’improvviso ti ritrovi in fuga con lui sulle strade di sessant’anni fa.

Succede sempre così. Prima arriva il sorriso mite, quasi timido. Poi gli occhi si illuminano. E allora il ciclismo non è più uno sport: diventa memoria viva, malinconia a tratti, amicizia, fatica, giovinezza che resiste.

Erano divisi da appena quattro anni lui, Gigi Mele e Franco Balmamion. Gigi, classe ’37, casertano adottato dal Piemonte se n’è andato lasciando un vuoto enorme. Franco, il più anziano tra i vincitori del Giro ancora in vita, resta il campione intelligente, il calcolatore lucidissimo della doppietta ’62-’63. E poi c’è Italo, classe 1941, il ragazzo gentile su cui l’Italia ebbe la folle idea di proiettare l’ombra impossibile di Fausto Coppi. Tre amici. Tre uomini fieri. Tre modi diversi di stare in bicicletta e nella vita.

Quando Italo parla di Gigi la voce cambia sempre leggermente. Diventa più bassa, più morbida. Perché certi legami non hanno bisogno di spiegazioni. E oggi, senza Gigi, Franco e Italo sembrano custodire insieme un ciclismo che non esiste più, fatto di camere condivise, silenzi, sofferenze vere e attacchi senza calcoli.
 
Napoli 1963: “Che cavolo mi è passato per la testa?” Tra i ricordi che riaffiorano più spesso ce n’è uno che lo fa sorridere ancora oggi. Giro d’Italia 1963, partenza da Napoli verso Potenza.
«Uno spettacolo immenso - racconta -. Una quantità di gente innamorata del Giro e dei corridori che oggi faccio fatica persino a spiegare».

Era giovane, istintivo, incapace di correre pensando alla prudenza. Dopo una cinquantina di chilometri, sotto un caldo feroce, arrivò una salitina di pochi chilometri. E lui attaccò.
«Ero fatto così».

Dietro gli si mossero immediatamente tutti i migliori uomini di classifica. La tappa diventò un inferno. Crisi, distacchi enormi, corridori sparsi sulle montagne come reduci. Arrivò a Potenza distrutto insieme ad altri giovani come Partesotti e Poggiali, ripetendosi dentro la testa: ma cosa mi è passato per la mente?

Eppure dentro quella follia c’era già tutto Italo Zilioli.
L’incapacità di amministrarsi.
La bellezza pericolosa dell’istinto.
Il bisogno quasi fisico della libertà.

Una follia da ragazzo innamorato della corsa. Di quelle che ti svuotano le gambe e ti segnano la testa. Arrivò staccato, distrutto, chiedendosi più volte: ma che cavolo mi è passato per la testa?

Eppure fu proprio in quel Giro che capì di poter stare davvero tra i grandi. Successe sul Monte Bianco, verso Saint Vincent. Davanti, nel gruppetto buono, c’era anche Gigi. Quel giorno Italo intuì il proprio destino. Non quello di dominatore. Quello di corridore vero.

L’arte struggente di arrivare secondo.

Tre volte secondo al Giro d’Italia. Dietro Anquetil, Adorni, Motta. Secondo persino nell’ultima corsa della carriera, al Giro dell’Emilia del 1976. Eppure ridurre Italo Zilioli all’etichetta di eterno secondo significa non aver capito niente della sua storia. Perché Zilioli non è mai stato un corridore costruito per controllare. Non sapeva gestire la corsa come Balmamion, che “cercava con l’intelligenza di eliminare gli avversari spendendo meno possibile”. Non aveva il cinismo matematico di Anquetil. E nemmeno la ferocia divoratrice di Merckx.

Italo correva di istinto. Sempre.
«Le corse a tappe pretendono gestione - dice oggi -. Io invece ero uno che partiva. Sempre teso alla vittoria, senza fare calcoli»ı.

Ed è probabilmente per questo che ancora emoziona così tanto. Italo non è rimasto nel cuore della gente per i piazzamenti. Ci è rimasto per quella sua inquietudine elegante, per il modo istintivo e quasi romantico di stare dentro la corsa.

Soffriva le aspettative. Le notti prima delle tappe decisive diventavano tormenti. Si sentiva fragile proprio quando il mondo pretendeva da lui grandezza assoluta. E forse è per questo che oggi emoziona ancora.

Perché i campioni perfetti impressionano. Gli uomini vulnerabili restano.

Merckx, la maglia gialla e quella frase che spiegava tutto

Nel 1970 vinse ad Angers e indossò la maglia gialla al Tour de France. Un sogno immenso. La tenne per cinque giorni. Poi arrivò Amiens e il Tour tornò nelle mani dei giganti. Ma ciò che gli rimase davvero dentro fu una frase di Eddy Merckx, capitano e compagno di stanza.

«Ricordati che il Tour è lungo e oggi hai fatto tanta fatica». Dentro quelle parole c’era già tutto il Cannibale. La differenza tra chi attacca seguendo il cuore e chi governa il mondo usando anche la testa.

«Lì capii che Eddy correva con il cervello oltre che con le gambe». Eppure, nonostante tutto, Merckx è rimasto uno dei suoi amici più cari. Ancora oggi si sentono spesso. Ancora oggi Italo racconta di come, a tavola, i corridori restassero sbalorditi davanti alle sue accelerazioni impossibili.

«Diceva sempre: le gambe non hanno la testa». Merckx ragionava. Calcolava. Dominava. Zilioli invece correva come chi sente il vento addosso e basta.

«Mi piaceva andare forte in discesa. Dicevano fossi pazzo. Io mi sentivo libero»”.
Libero. È la parola che torna più spesso nei suoi racconti. Più delle vittorie. Più dei rimpianti. Forse perché Italo Zilioli non ha mai davvero voluto diventare macchina. Non ha mai imparato fino in fondo a soffocare i dubbi, le paure, la sensibilità. E nel ciclismo feroce degli anni Sessanta questo aveva un prezzo altissimo.

Il Giro della Campania e l’Albricci che rinasce

C’è poi un ricordo che a Napoli lo riporta sempre volentieri. Giro della Campania 1964. Davanti restano in quattro. Sul traguardo dell’Albricci vince Vito Taccone davanti a Zilioli. «Italo arrivò secondo anche lì», racconta ridendo lui stesso.

Ma non è il piazzamento a contare. È l’immagine. L’anello dell’Albricci pieno di folla. Le urla. Le biciclette che entrano in pista. Napoli che sembra voler abbracciare i corridori. Quando scopre che oggi quel velodromo sta tornando a vivere grazie alle scuole di ciclismo e al recupero dell’impianto, gli brillano gli occhi.

«È una cosa bellissima. Non si vive solo di ricordi». Ed è forse la frase più importante di tutte.

Il ciclismo di oggi? «Preferisco la fisarmonica».

Italo guarda ancora il Giro ogni giorno. Ma senza nostalgia tossica. Senza il bisogno di dire che prima fosse tutto migliore. Solo, diverso. «Oggi spesso ai finali di tappa preferisco la fisarmonica - scherza-: è un altro ciclismo».

Poi però l’analisi diventa lucidissima. Modernissima. Parla di ammiraglie, wattaggi, strategie, tempi da sostenere, fughe calcolate al secondo. Dice che tutto è diventato schematico. Che la tecnologia ha finito per togliere spazio all’improvvisazione. «Ma tornare indietro è impossibile».

E infatti non giudica. Osserva. Capisce. Su questo Giro d’Italia ha idee chiarissime. Per lui la corsa ha già preso una direzione precisa. «Finora gli unici che hanno provato a vivacizzare la corsa sono stati Vingegaard e Pellizzari».

Zilioli osserva il danese con rispetto autentico. Sa riconoscere i grandi campioni perché li ha vissuti davvero. «Vingegaard ha già dimostrato nella seconda tappa che può fare la differenza quando vuole».

Ma nei suoi occhi c’è soprattutto curiosità per Giulio Pellizzari, il ragazzo italiano che non si è spaventato davanti al più forte. «Mi è piaciuto come ha risposto agli allunghi».

E poi indica già le tappe che possono cambiare il Giro. Il Blockhaus, oggi, dopo 244 chilometri massacranti. E soprattutto la domenica successiva, con l’arrivo in quota a Corno alle Scale. «Lì capiremo davvero chi può vincere».

Lo dice con la calma di chi il ciclismo lo sente ancora addosso come una febbre antica.

Milan, Magnier e la misura degli sprint

Anche Jonathan Milan finisce sotto la lente delicata ma lucidissima di Zilioli. «È la delusione di questo inizio di Giro». Non per cattiveria. Perché Italo vede in lui un motore enorme, ancora però incompleto nella gestione. «Nella prima tappa è partito tardi. A Sofia troppo presto».

Paul Magnier, invece, gli è sembrato più scaltro. Più freddo. Più preciso nel leggere il momento esatto dello sprint. «Se Milan troverà le giuste misure, potrà tornare dominante».

Ancora una volta, il tema è sempre lo stesso: il ciclismo non è soltanto forza. È equilibrio tra istinto e controllo. Tra cuore e gestione. La differenza tra Merckx e Zilioli, in fondo, stava tutta lì.

Il primo al traguardo della vita

Poi le chiacchierate finiscono. Ma con Italo non finiscono mai davvero. Lui torna alla sua Ruffia, ai silenzi della campagna cuneese, alla fisarmonica, alla chitarra, alle telefonate con Merckx, ai ricordi di Franco Balmamion e di Gigi Mele che riaffiorano continuamente come vecchie fotografie mai sbiadite.

E tu resti lì a pensare che forse il ciclismo ha perso qualcosa di enorme quando ha smesso di lasciare spazio ai corridori inquieti, romantici, imperfetti.

Quelli come Italo Zilioli. L’uomo che arrivò secondo infinite volte. Ma che al traguardo della vita, con quella sua umanità fragile e gigantesca, è arrivato primo per distacco.


Copyright © TBW
COMMENTI
Grande Italo
15 maggio 2026 10:33 Manlio
Lo conosciuto ad una cicloturistica tanti anni fa. Persona squisita e grande rappresentante di un ciclismo che purtroppo non esiste più. Un caro saluto a lui e lunga vita.

Viva l'italiano
15 maggio 2026 13:52 Manlio
Purtroppo ho dimenticato un apostrofo e un acca. Chiedo venia.

Hai dimenticato i tuoi dati, clicca qui.
Se non sei registrato clicca qui.
TBRADIO

00:00
00:00
Il terzo attacco è stato quello decisivo: Jonas Vingegaard è volato via da solo a 4, 4 km dalla conclusione di una tappa lunghissima, la Formia-Blockhaus di 244 km. Il danese, favorito della vigilia e uomo più atteso della corsa,...


I tifosi di Davide Ballerini, vincitore a Napoli, informano che il soprannome ‘la trivella di Cantù’ non è riferito al fatto che il loro idolo nel tempo libero si dedichi a perforare la roccia. Curiosità in Abruzzo per i cartelli...


Vento, pioggia e strada viscida non hanno frenato lo sprint di Tim Merlier che conquista la vittoria nella terza tappa del Giro di Ungheria. Il belga della Soudal Quick-Step centra il secondo successo in tre giorni di corsa e sul traguardo...


In riferimento all’articolo pubblicato sul sito www.tuttobiciweb.it in data 12/05/2026 a firma del giornalista Nicolò Vallone ed avente come titolo “VICEPRESIDENTE MONSUMMANESE: “NESSUNA NEWS DALL’ASSICURAZIONE DELLA FCI, POI LE RICHIESTE PER 20MILA EURO”, la Federazione Ciclistica Italiana intende fermamente prendere le distanze da...


Parla olandese la prima tappa della Itzulia Women, disputata con partenza e arrivo a Zarautz dopo 121, 3 km. Ad imporsi è stata infatti Mischa Bredewold del Team SD Worx-Protime che ha regolato allo sprint un gruppetto di altre quattro fuggitive....


Cosa ci faceva un rettore in abito “d’ordinanza” sul palco del foglio firma al Giro d’Italia? Semplice, attribuisce la laurea honoris causa a tre grandi campioni del pedale. È accaduto questa mattina a Formia, prima della partenza della settima tappa...


Spiegazzare un giornale è reato (oggetto di rampogne in ambito di famiglia), ma tra le pieghe dei quotidiani di venerdì 15 maggio si colgono sfumature interpretative sulla tappa napoletana del Giro, terreno (anzi acciottolato) di conquista per Davide Ballerini. Se...


È proprio su bikeroom.com che potete scegliere la vostra futura bici tra quelle disponibili in una selezione esclusiva di biciclette provenienti direttamente dal gruppo, l’occasione giusta per celebrare il Giro d'Italia 2026 che sia ta correndo sulle nostre strade! per leggere l'intero...


La festa della XdS Astana è esplosa sul lungomare di Napoli al termine della sesta tappa del Giro d’Italia, conquistata da Davide Ballerini. Tra i più sorridenti al bus della squadra c’era anche Arjen Livyns, uno dei gregari più fidati...


Nell'anno e mezzo mostruoso della XDS Astana non ci sono solo le valanghe di punti e la maglia rosa uruguayana di Silva, ma c'è anche la miglior formazione Development del ranking UCI. Inviato in Turchia, il nostro Federico Guido ha...


TBRADIO

-

00:00
00:00





DIGITAL EDITION
Prima Pagina Edizioni s.r.l. - Via Inama 7 - 20133 Milano - P.I. 11980460155




Editoriale Rapporti & Relazioni Gatti & Misfatti I Dubbi Scripta Manent Fisco così per Sport L'Ora del Pasto Le Storie del Figio ZEROSBATTI Capitani Coraggiosi La Vuelta 2024