La notte ci ha portato via Primo Franchini, fuoriclasse dell’ammiraglia, ma soprattutto scopritore di talenti e pioniere: rimarrà nella storia per esser stato il primo a portare al professionismo i ciclisti di quella che all’epoca era l’Unione Sovietica. Se n’é andato in silenzio, ma nel suo caso non è un banale e consueto modo di dire: era fatto così, schivo e poco incline alla ribalta, se ne stava in disparte anche quando avrebbe potuto sventolare successi e risultati. E in disparte è stato anche nell’ultima fase della sua vita, rarissima di apparizioni nei ritrovi e nelle celebrazioni di ex.
Nato a Sala Bolognese, da sempre legatissimo alla sua Calderara di Reno, dove ha avviato anche attività commerciali, Franchini avrebbe compiuto 85 anni il prossimo 30 aprile. Breve la sua vita da corridore (quattro stagioni da pro, con tre Giri d’Italia e una fedelissima amicizia con Vito Taccone), si è costruito una solida fama da direttore sportivo in oltre trent’anni di carriera: gli inizi con la Magniflex, dove ha guidato Marino Basso e Alfio Vandi, poi il decennio con l’Alfa Lum (nella foto Primo è con Maurizio Fondriest, uno dei suoi “ragazzi”, che con la Alfa Lum vinse il mondiale di Ronse nel 1988, ndr), con cinque tappe vinte al Giro e otto alla Vuelta, ma soprattutto l’ingaggio di atleti russi del calibro di Konyshev, Ugrumov e Abdujaparov. E ancora la prima Mercatone Uno col veterano Baffi e il primo Bartoli, la Brescialat, la Refin dei baby Piepoli e Mazzanti negli anni Novanta, prima di scendere fra i dilettanti, ambiente nel quale era a suo agio, perché alle capacità tecniche abbinava un invidiabile fiuto.
Tecnico vecchia maniera, abilissimo nel dosare bastone e carota, Franchini ha fatto scuola a ottimi eredi: sotto di lui sono passati tra gli altri Pietro Algeri, Beppe Martinelli e il nipote Orlando Maini. Riservatissimo, ma di grande cuore, sapeva aprirsi con chi era in grado di conquistarne la fiducia: allora diventava il compagno di viaggio ideale, sempre col tono del buon consigliere e non del maestro che in realtà rivelava di essere. Così è riuscito a farsi voler bene da tanti, corridori, colleghi, meccanici, massaggiatori, giornalisti, appassionati, il piccolo grande mondo del ciclismo che oggi perde una persona mai abbastanza ricordata, ma per tanti aspetti indimenticabile.
Alla sua famiglia giungano l'abbraccio del mondo del ciclismo e le condoglianze della redazione di tuttoBICI.