Già ribattezzata dai francesi ‘la Primavera’, la Milano-Sanremo è la prima vera classica monumentale di stagione. Oltre che la più imprevedibile: nel corso della sua storia ultracentenaria si è aperta ai grandi campioni, ma pure ai perfetti sconosciuti. Per il secondo anno si andrà da Pavia all’iconico traguardo di via Roma, i chilometri sono 298, nove in più della passata edizione, le difficoltà un grande classico: passo del Turchino dopo la Pianura Padana, poi la sequenza dei capi liguri (Mele, Cervo e Berta) prima del finale con Cipressa e Poggio. Un tempo primo confronto fra grandi nomi, per scelte o infortuni questa Sanremo manca di pezzi importanti come Vingegaard, Evenepoel e Matthews. L’Italia con 51 successi guida la classifica di chi ha vinto più edizioni, ma negli ultimi 19 anni è andata a segno soltanto una volta, con Vincenzo Nibali nel 2018. Ecco le dieci facce che si candidano all’albo d’oro.
Mathieu Van der Poel. Vince perché questa è una delle classiche che gli riesce meglio, perché l’ha già vinta due volte e sa come si fa, perché in caso di volata ristretta ha dalla sua uno spunto migliore. Non vince perché la legge dei grandi numeri vale anche per i più forti.
Tadej Pogacar. Vince perché è a un livello superiore rispetto agli altri, perché dentro la sua testa sta correndo questa classica da cinque mesi, perché inseguire un successo che gli manca è il suo potente stimolo. Non vince perché su un percorso così anche per lui è dura staccare tutti.
Filippo Ganna. Vince perché questa è una delle classiche adatte alla sua taglia, perché ha chiuso sul podio due delle ultime tre partecipazioni, perché ha già dimostrato di saper reggere l’urto dei fenomeni. Non vince perché alla Tirreno, pur vincendo la crono, non è apparso brillantissimo.
Jasper Philipsen. Vince perché è l’unico velocista che è riuscito a farlo negli ultimi dieci anni, perché è il migliore degli sprinter a reggere sugli strappi, perché alla Tirreno si è nascosto. Non vince perché gli altri favoriti potrebbero rendere indigesti Cipressa e Poggio anche a lui.
Isaac Del Toro. Vince perché ha iniziato la stagione da dominatore, perché non è forte soltanto in salita ma pure sul passo, perché nel caso in cui saltasse Pogacar è pronto per recitare da primattore. Non vince perché la sua energia dovrà spenderla tutta per fare da apripista a Pogacar.
Wout Van Aert. Vince perché le classiche di primavera sono il suo pane, perché percorsi come questo lo stuzzicano, perché in sei partecipazioni ha vinto una volta e non è mai uscito dai primi otto nelle altre. Non vince perché sembra avere meno cavalli rispetto ai motori più potenti.
Tom Pidcock. Vince perché è adatto a questa classica, perché fin qui è stato protagonista senza spremersi, perché se scollina il Poggio nelle prime posizioni diventa complicato stargli a ruota in discesa. Non vince perché nelle corse lunghe gli manca spesso un centesimo per fare un euro.
Matteo Jorgenson. Vince perché ha iniziato la sua stagione correndo sempre in prima linea, perché su un percorso come questo è difficile toglierselo dai piedi, perché è la prima volta che può giocarsi le proprie carte. Non vince perché le corse lunghe spesso gli vanno di traverso.
Matteo Trentin. Vince perché è uno di quelli che in questa classica finisce spesso coi migliori, perché oltre alla forza e alla resistenza ha dalla sua l’esperienza, perché è di quelli di cui si parla poco e alla fine ci sono sempre. Non vince perché piazzarsi regolarmente non è garanzia di successo.
Romain Gregoire. Vince perché è da inizio stagione che corre da protagonista, perché a 23 anni ha già fatto molta esperienza, perché per confermarsi grande speranza di Francia servono risultati importanti. Non vince perché fin qui nelle grandi classiche ha fatto bene ma non benissimo.