La draisina senza pedali escogitata dal barone Karl von Drais e la Colnago con cui Eddy Merckx stabilì il record dell’ora. Lo sgancio rapido al pedale e la ruota libera al cambio. Il cappellino in testa e il giornale sulla pancia. Le amfetamine e l’eritropoietina. La Cyclean (la lavatrice a pedali) e il Mamil (Middle aged men in lycra). Il gregario e la lanterna rossa (o la maglia nera). I tornanti e i chiodi. La musette (il sacchetto del rifornimento) e la pastasciutta (il simbolo del nutrizionismo).
“Storia del ciclismo in 100 oggetti” è uno di quei libri (Suze Clemitson l’autrice, Rizzoli l’editore, 224 le pagine, 29 euro il prezzo, la pubblicazione del 2018, ma libri così non hanno quasi età), che pronti-via sembra inutile, che strada-facendo incuriosisce a appassiona, che alla-fine si acquista. Perché è ricco di informazioni e notizie, date e cifre, storie e dettagli, spiegazioni e descrizioni, nonché fotografie e illustrazioni. Un giro di 100 tappe attraverso l’epopea delle corse in bicicletta.
Chi sapeva che fu John Boultbee Brooks, proprietario di una pelletteria a Birmingham, in Inghilterra, che produceva selle per cavalli, poco soddisfatto delle sedute in legno delle biciclette, a depositare il suo brevetto per una sella a molle? Era il 1882.
Chi ricordava che la Bmx (Bycicle motorcross bike) comincia con la Sting-Ray della Schwinn, statunitense, con ruote da 20, il passo accorciato e una particolare geometria dello sterzo? Era il 1963.
Chi immaginava che fu un giornalista francese dell’Equipe, Jean-Luc Gatellier, a scrivere che Sandrino Carrea – per Fausto Coppi - “fu il gregario per eccellenza, rifiutando ogni minima parte di gloria per sé”? E lo scrisse cinquant’anni dopo che Carrea, scusandosi per aver conquistato la maglia gialla al Tour de France del 1952, disse al suo capitano: “Non volevo questa maglia, Fausto. Non mi spetta. Un poveraccio come me, la maglia gialla?”.
Chi supponeva che la prima galleria del vento si deve a Frank H. Wenham della Società aeronautica britannica, che la perfezionò a Greenwich, in Inghilterra, un tubo lungo 3,66 metri e del diametro di 46 centimetri? Era il 1871.
Clemitson è inglese, ma “Storia del ciclismo in 100 oggetti” ha una prospettiva francese. Il Tour molto più del Giro, la voiture balai più che il camion scopa, la flamme rouge più che lo striscione dell’ultimo chilometro. Ma quando si tratta di borraccia è inevitabile ricordare Coppi e Bartali, quando si allude al body è impossibile non citare Mario Cipollini e alla sua “tutina anatomica”, quando si considerano i giornali organizzatori di corse, dopo aver esordito con L’Auto ecco anche La Gazzetta dello Sport, e quando si considera l’abbigliamento è doveroso ricordare Armando Castelli e il figlio Maurizio con il logo dello scorpione.
Le storie s’intrecciano. Capitolo 92, titolo “Il pettorale numero 13”, argomento le superstizioni. Si cita Tyler Hamilton, lo squalificatissimo compagno e poi avversario di Lance Armstrong, a proposito di un compagno di squadra italiano: “Dopo aver deliberatamente rovesciato il contenuto di una saliera sulla tovaglia, il giorno dopo subì un terribile incidente. Da allora in poi lo stesso Hamilton portò sempre una boccetta di sale intorno al collo, per ogni evenienza”, tant’è che “il giorno in cui si dimenticò il suo talismano cadde e si ruppe una gamba”.
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