GANNA. «LE MIE (MALSANE) IDEE DA RECORD»

PROFESSIONISTI | 27/04/2020 | 08:00
di Giulia De Maio

Mentre scriviamo il futuro del mondo, e non parliamo solo del “nostro”, è incerto come non mai. Siamo tutti chiusi in ca­sa, in pausa, bloccati da questo maledetto virus invisibile che stiamo imparando a conoscere e combattere, ognuno come può. Non si sa quando potremo tornare a praticare sport all’aria aperta e ad applaudire i campioni in strada, nel frattempo però possiamo parlarne cercando nelle no­stre passioni un po’ di conforto.
Dai balconi d’Italia sventolano bandiere tricolori e arcobaleni, per convincerci che #AndràTuttoBene e ripartiamo al­lora dalla maglia iridata di Filippo Gan­­na, con quei colori che tanti bambini hanno usato nei loro disegni e so­no diventati il simbolo della resistenza a questo nemico invisibile con cui ci siamo ritrovati in guerra.

Le ultime immagini di gare pedalate ci riportano al velodromo di Berlino e al gran momento della nostra pista, il cui portabandiera è un ragazzo di 23 anni che è già nella storia, ma punta sempre più in alto. Top Ganna vuole diventare il primo uomo sulla terra a tirar giù il muro dei 4 minuti nell’inseguimento. Con il record del mondo in 4’01”934, alla media di 59,520 km/h, si è avvicinato a superare quest’asticella così alta che nessuno è mai riuscito a valicare. Conquistato il poker iridato (Londra 2016, Apeldoorn 2018, Pru­skow 2019, Berlino 2020) il piemontese del Team Ineos ora punta dritto a una medaglia olimpica insieme ai suoi “fratelli” del quartetto.

Si chiama come il corridore che vinse il primo Giro d’Italia, nel 1909, ma non è suo parente. Ganna è invece parente stretto, visto che è il figlio, del campione di canoa sprint che ha disputato le Olim­piadi di Los Angeles nel 1984. Lui, Filippo, ha vinto quattro mondiali negli ultimi cinque anni e ora è pronto a trascinare il trenino azzurro sul podio olimpico di Tokyo 2020 tra un anno. Marco Villa, che lo dirige a bordo pi­sta, lo ha definito l’uomo delle cose incredibili e allora con Filippo possiamo pensare al Giappone  e ai tanti so­gni da realizzare.

Coronavirus permettendo, ovviamente.
«Come società stiamo vivendo una si­tuazione drammatica. Lo sport è im­portante, ma in questo momento la sa­lute pubblica rappresenta la priorità. Gli esperti ripetono che basta che tutti quanti ci impegniamo restando a casa il più possibile e rispettando le norme quindi invito chiunque a evitare uscite non necessarie. Come tutti i professionisti in orbita Nazionale io mi sto allenando, senza sapere quando potremo tornare a gareggiare. In questo periodo cerco di mangiare poco e resto concentrato sull’obiettivo del peso, al­trimenti lieviterei come una mongolfiera. Sono alto 193 centimetri e il mio peso forma è di 82 chili. Al mondiale pesavo 86 chili, ora sono sugli 84. Sui rulli cerco di simulare salite lunghe, il terreno su cui soffro maggiormente, cercando di restare fi­du­cioso che tutto prima o poi tornerà alla normalità. Il calendario che avevamo stilato con la squadra prevedeva, dopo il Gran Pre­mio di Larciano e la Tirreno-Adriatico, il mio debutto al Giro d’Italia e altre corse prima dell’appuntamento olimpico con Tokyo 2020, anche se proprio in questi giorni è arrivata la notizia del rinvio di un anno della rassegna olimpica».

Hai avuto modo di festeggiare l’ennesimo titolo mondiale e il nuovo record del mon­do?
«In realtà no, o meglio, non come avrei voluto. Tornato a casa, a Vignone (Vb), con la mia famiglia non abbiamo neanche aperto una bottiglia, vista la situazione non eravamo dell’umore. Ho pensato ad allenarmi, riposarmi, go­dermi i momenti con i miei cari e i no­stri cani Mia e Blu, due “incroci”. Uno l’abbiamo preso dal canile, l’altro è un border collie australiano. Sono i miei due bei “bastardoni”. Con i compagni al velodromo siamo stati molto sobri, rientrati in Italia avevamo in programma un bel tour dei bacari (i tipici bar di Venezia, ndr), ma i locali erano stati giustamente chiusi per limitare la diffusione del Covid-19. Faremo baldoria non appena ci saremo messi alle spalle questo brutto momento. Sono uno che mantiene le promesse e non sono per niente tirchio quindi appena potremo ci faremo un brindisi insieme».

Ve lo meritate.
«La rassegna iridata ci dà fiducia in vi­sta dei Giochi Olimpici: da atleta speravo che non slittassero, ma mi rendo conto che non era possibile fare altrimenti. Al mondiale, personalmente vo­levo riconfermarmi e ci sono riuscito. Rispetto a quando vinsi il primo titolo iridato corro 15” più veloce. Dal 2016 sono cresciuto di testa, allora ero un ragazzino che pensava a giocare, adesso sto svolgendo il mio lavoro e so che non devo sottovalutare nulla. Ci tenevo a scendere sotto i 4 minuti, ma non avevo lavorato per quello. Non sia­mo a fine stagione, non ho tante gare su strada nelle gambe. Più di ogni cosa volevo tornare a casa con la medaglia d’oro, per riporla insieme alle altre nel­la mia camera. Sono geloso dei miei trofei, guai a chi li tocca (sorride, ndr). Vo­levo battere me stesso, ci sono riuscito. Ho fatto un ulteriore salto di qualità e ne sono felice, ma la testa per quanto riguarda la pista d’ora in poi va al quartetto, non essendo più l’inseguimento individuale prova olimpica. Prima però vorrei pensare alle corse su strada, al­trimenti...».

Dicci.
«Mi chiedete spesso del record dell’ora, nelle tante ore trascorse a casa a marzo ci ho pensato. Ci vorrei provare, anche se è tutt’altro che scontato. Vic­tor Campenaerts percorrendo 55,089 km ha portato l’asticella a un livello assurdo ma le sfide sono fatte per essere accettate e i record per essere battuti. So che anche il mio World Record nell’inseguimento prima o poi sarà mi­gliorato, ho il cuore in pace. Finchè correrò tenterò di difendermi e di af­frontare i primati degli altri. Quando si deciderà il futuro prossimo delle corse e con la squadra avremo le idee più chiare sul da farsi, lo proporrò. Se ci sarà tempo, perché non provarci?».

Anche “a porte chiuse” sarebbe uno spettacolo imperdibile per tutti gli appassionati di ciclismo.
«Non ci ho mai provato, non so che tipo di sforzo sia. Già nelle crono normali si porta il fisico all’estremo e ricordo che Wiggins, quando lo aveva fatto, raccontava che era stata la prova più dura della sua vita. Detto da uno che ha vinto il Tour de France... Prima della fine dell’anno mi sarebbe piaciuto organizzare anche un evento con la squadra per provare a battere il muro dei quattro minuti nell’inseguimento, andando alla ricerca delle condizioni ideali. Prepa­randomi solo per quello, quindi verso la fine della stagione. Per en­trambe queste ipotetiche sfide do­vremmo trovare un velodromo veloce, il mio team in questo senso ha tanta esperienza. Solo due anni fa pensavo che scendere sotto i 4’10” fosse impossibile... ma un giorno so che ce la farò a scendere sotto i 4’, tempo che ora sembra improponibile. Mi affiderò allo staff del Team Ineos ma pure a quello del­l’Italia, senza il quale non mi muo­vo. Non so se è chiaro, ma a stare tanto a casa senza un programma gare definito sto “saltando di testa” quindi partorisco queste idee malsane (ride, ndr)».

Che rapporto hai con la fatica?
«In alcuni momenti può anche essere pia­cevole, rilascia endorfine, ma quando vai troppo tempo fuori soglia le gam­be ti fanno male, i polmoni sono pieni d’aria, quando il cuore arriva a 197 pulsazioni come mi è successo ai mondiali non so neanche più come mi chiamo. Testa e gambe contano alla pari, direi 50-50. Se hai tante gam­be ma poca te­sta, come mi è successo a Hong Kong al secondo Mon­diale, va male (fu d’argento, ndr). Ma anche il contrario non funziona».

Nei progetti per gli anni prossimi ci sono anche i grandi giri?
«Preferisco fare poche cose alla volta, ma fatte bene. Non voglio pormi troppe ambizioni personali, che potrebbero rivelarsi logoranti. Meglio viaggiare “ter­ra terra” e avere una crescita progressiva, un passo alla volta. Ogni anno miglioro un po’ e voglio continuare co­sì. La Roubaix? Non era un mio obiettivo per il 2020 ma per il futuro è ovvio che abbia delle ambizioni per le corse più prestigiose adatte alle mie ca­rat­teristiche (nel 2016 la vinse da Un­der 23, ndr). Quando finirà l’impegno olimpico farò un reset e mi concentrerò di più sulla strada. Al momento ho tanta carne sul fuoco: “cotta” que­sta, vedremo».

A proposito di Tokyo, essendo il campione italiano e bronzo mondiale in carica, po­tresti anche essere schierato alla crono olimpica.
«Vedremo tra un anno. La priorità co­munque resta una medaglia da ottenere con il quartetto. I miei compagni ed io ci crediamo, Marco (il CT della pista Villa, ndr) non aspetta altro da quattro anni, all’ultima grande prova generale abbiamo dimostrato di non essere lontani dai campioni del mondo della Da­nimarca. Il bronzo di Berlino, ma so­prattutto il tempo fatto registrare al mondiale (3’46”513) dimostrano che sia­mo entrati in un’altra dimensione, ma non dobbiamo adagiarci. A Tokyo do­­vremo disputare la prima prova “del­la vita” per garantirci la finale per il pri­mo e secondo posto, evitando er­rori come la scivolata al mondiale di due anni fa e sperando che la fortuna sia dalla no­stra, perché anche quella in­cide. Ora l’appuntamento olimpico è chiaramente da riprogrammare, ad ogni modo ci faremo trovare pronti. La notizia del rinvio è ancora fresca, la dobbiamo metabolizzare e dobbiamo ovviamente riscrivere i programmi».

Con gli altri ragazzi che si giocano un po­sto del trenino olimpico cosa vi siete ri­promessi?
«Non ci siamo detti nulla esplicitamente, sappiamo tutti di dover dare il massimo per finalizzare il lavoro di questi anni. Forse solo in volo per il Giappo­ne faremo una scommessa o qualcosa del genere, per darci un’ulteriore spinta. Ormai li considero quasi come fratelli, da cinque anni a questa parte sto più tempo con loro che con la mia fa­miglia. È bello aiutarci a vicenda, es­serci sempre. Simone Consonni è una garanzia, ci frequentiamo al di là della bici, l’inverno scorso per esempio sia­mo stati insieme in vacanza a Zanzibar con le rispettive fidanzate. Francesco Lamon è il giullare di corte, è quello che aiuta a tenere alto l’umore del grup­po. Michele Scartezzini invece è il precisino, quello che sa tutto lui, è mol­to bravo con i numeri, quando Marco andrà in pensione lo vedrei bene come CT a bordo pista. Liam Bertazzo è so­prannominato la “talpa” perché non ci vede bene... Battute a parte sono felice si stia riprendendo dall’operazione alla schiena e sono sicuro si farà trovare pronto come tutti. Jonathan Milan è un bel mix tra me e Bertazzo, a Berlino ha già dimostrato di che pasta è fatto. Da­vide Plebani è il “paziente zero”, la no­stra cavia, puoi fargli qualsiasi cosa e non se la prende mai, a volte ne ap­pro­fittiamo fin troppo. Elia Viviani è il no­stro “profeta”, ha sempre un consiglio per tutti. Per il legame che abbiamo in corsa non possiamo deluderci l’un l’altro, ognuno deve arrivare fin dove ha promesso, dare sempre il cen­to per cen­to. È così che si fa».

Tuo papà Marco ha partecipato all’Olim­pia­de di Los Angeles 1984 nella canoa. Cosa ti ha raccontato della sua esperienza a cinque cerchi?
«Non tanto per la verità. So che erano i tempi in cui imperversavano sovietici e tedeschi, quella volta la DDR fu boicottata dai paesi dell’Est Europa aderenti al Patto di Varsavia e non poté partecipare. Con le nostre discipline siamo più o meno sugli stessi sforzi, co­me durata. Forse i suoi geni mi sono rimasti impressi sulle gambe invece che sulle braccia (ride, ndr). Da bambino dopo alcuni tentativi con i remi, ma so­prattutto con basket e volley, a 11 anni ho scoperto la bici e me ne sono innamorato. Partecipare ai Giochi di Rio de Janeiro 2016, anche se ripescati all’ultimo dopo la squalifica per doping della Russia, è stato un sogno. Finim­mo sesti, ma da allora siamo cresciuti notevolmente. In Brasile ho avu­to un assaggio dell’atmosfera olimpica, anche se eravamo lontani dal villaggio e non abbiamo potuto prendere parte alla ce­rimonia di apertura. Chi vorrei come portabandiera dell’Italia? Difficile ri­spondere. Di personaggi importanti che hanno già svolto questo ruolo ne abbiamo parecchi, il CONI farà la scelta migliore o magari l’ha già fatta. Per me sia che siano atleti titolati o meno, non fa differenza. Ogni ragazza e ra­gazzo che arriva fino ai Giochi se lo meriterebbe per i sacrifici affrontati».

Da bambino ti aspettavi che a 23 anni avresti avuto in saccoccia 4 titoli mondiali, un record del mondo e la possibilità di giocarti l’oro olimpico?
«Assolutamente no. Guardando dove sono arrivato, mi piace l’idea di entrare nella storia. Pensare che un giorno qualcuno possa dire “voglio batterlo”, essere un’asticella. Rappresentare un riferimento per i ragazzini che si appassionano allo sport, dare loro un sogno, è il massimo a cui posso aspirare. Più che la fatica e la gloria, la fama e il de­naro, è questo che amo maggiormente del ciclismo».

da tuttoBICI di aprile

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