PROFESSIONISTI | 24/02/2018 | 07:12 Rinaldo è in campo: pedala, corre, si entusiasma e vince. Con la stessa voglia di sempre, incurante del fatto che sul suo passaporto la data di nascita dica 25 settembre 1977. Rinaldo è in campo: professionista dal 1999, quando iniziò la sua avventura entrando a far parte del gruppo giovani della Mapei, da tre stagioni difende i colori della Sporting Tavira, dopo aver militato per ben nove anni nella AG2r.
Rinaldo è in campo, nel mondo e per il mondo. Nocentini si è allenato in inverno a Tenerife, ha corso e vinto in Gabon la sua prima corsa a tappe della stagione e, dopo un rapido ritorno nella sua Toscana, ora ha di nuovo la valigia pronta, destinazione Portogallo.
Ma te lo aspettavi di partire così forte in questa che è la tua stagione numero venti tra i professionisti? «No, sono sincero. Anche se sapevo di aver lavorato bene: dal 21 novembre al 16 dicembre sono stato a Tenerife, ho fatto un ottimo lavoro e i risultati si sono visti. Ma...».
Dicci. «...non crediate che sia stato facile vincere. La Tropicale Amissa Bongo è una signora corsa, ci sono state formazioni Professional che hanno fatto la gara ogni giorno perché volevano vincere, Delko e Wilier ci sono riuscite, la Direct Energie no, ma è sempre stata là davanti a battagliare».
Raccontaci allora della tua Africa. «Una buona organizzazione, d’altronde firmata dalla ASO, una gara sentita con tanta, tantissima gente ad applaudirci. Hanno poche strade, in Gabon, ma quelle che hanno sono tenute molto meglio delle nostre. E la gara è l’ideale per iniziare la stagione: tappe non durissime e nemmeno lunghissime, clima ideale con temperature di 35 gradi, praticamente mai vista la pioggia. Certo, appena ti guardi attorno capisci che c’è povertà ovunque, ma la speranza è che lo sport, quindi anche il nostro ciclismo, possa contribuire alla crescita del Paese».
Primo a Lambaréné, primo a Oyem, sesto nella classifica finale: niente male per un vecchietto... «Vero? Il fatto è che a 40 anni riesco ancora ad allenarmi benissimo, a far la vita, a divertirmi. E se gli anni passano, io mi alleno un po’ di più. Ma state tranquilli, appena mi accorgerò che qualcosa sta cambiando, smetterò».
Per questo firmi solo contratti annuali? «Lo Sporting ogni volta preme per farmi firmare un biennale, converrebbe certamente anche a me, ma io preferisco andare avanti di anno in anno, guardando a fine stagione i risultati e la mia voglia di andare avanti».
Hai iniziato il 2018 vincendo, ma quali sono i tuoi obiettivi stagionali? «Puntavo a far bene alla Volta ao Algarve, ma ho avuto problemi e sono stato costretto al ritiro. Per restare in Portogallo, ad agosto voglio disputare un grande Giro. In mezzo, però, c’è un altro appuntamento: il campionato italiano. Lo scorso anno sono andato forte e ho chiuso al terzo posto, dimostrando di essere ancora competitivo. Mi piacerebbe davvero aggiungere un po’ di rosso alla mia maglia bianca e verde».
A proposito di maglia, come ti trovi allo Sporting? «Molto bene. È una società serissima, con un’organizzazione perfetta. Mi ci sono trovato bene sin dall’inizio, anche se arrivavo dalla AG2r e quindi da un team WordlTour. Ricordo bene, sembrava che dovesse arrivare il rinnovo del contratto, poi a settembre mi hanno detto che volevano ringiovanire e mi sono trovato a spasso. Sono entrato in contatto con diverse squadre, anche italiane, ma forse la mia età li ha spaventati e a novembre ho firmato con lo Sporting».
Qual è il livello del ciclismo portoghese? «Ci sono delle realtà importanti sia per quanto riguarda i corridori che le società e le corse, ma il movimento non riesce a fare quel passo in più che sarebbe davvero importante. Ci sono belle corse, percorsi perfetti, questo ciclismo meriterebbe davvero di più. Per esempio, io credo che l’Algarve potrebbe tranquillamente entrare a far parte del WorldTour: quest’anno al via ci saranno ben 13 formazioni di WT su 18, ci sono campioni che vogliono a tutti i costi essere al via, uno come Contador, per citare un big, ha sempre messo l’Algarve nel suo calendario. E la Volta, il Giro del Portogallo, non è da meno: quando affronti certe salite, sembra di essere al Tour de France per la tanta gente che c’è a bordo strada. Paesaggi, percorsi, tifo: ci sarebbero davvero tutti gli ingredienti per fare il salto di qualità».
Sei riuscito a portare qualcosa di tuo in seno al team? «Sì e ne vado orgoglioso. Con il diesse Vidal Fitas ci siamo anche incontrati per qualche anno sulle strade, lui è del 1969 e ha corso fino al 2004, e tra noi c’è un grande feeling. Mi chiede spesso consiglio, ci confrontiamo e penso di aver portato un buon contributo, soprattutto a livello organizzativo. Prima del mio arrivo, vivevano le cose in maniera più dilettantistica, ora abbiamo fatto un salto di qualità».
Un team nel quale lo sport è vissuto a 360 gradi. «Sì, lo Sporting è una polisportiva che si occupa di ben 37 discipline sportive. Il calcio, ovviamente, è l’elemento trainante, ma la società è molto forte anche nel calcio a 5, nel triathlon, nel ciclismo... E lo stesso vale anche per il Porto, per esempio, e in Portogallo parlano da tempo di un rientro nel ciclismo anche per il Benfica. Ci vorrebbe anche da noi un’organizzazione simile, permetterebbe a molti sport “minori” di guadagnarsi lo spazio che meritano».
Torniamo a te: inevitabile la domanda sul “dopo”. Ci hai pensato? «Seriamente no. È logico che mi piacerebbe restare nell’ambiente, ma non come direttore sportivo, lo dico subito: dopo una vita in viaggio, non mi va l’idea di stare ancora così tanto lontano da casa. Piuttosto mi piacerebbe lavorare con i giovani, magari a livello juniores, cercando di insegnare loro un po’ di quello che ho imparato finora in vent’anni di carriera».
A proposito di vent’anni, come sono cambiate le cose nel ciclismo? «Tra i professionisti, tanto. E mi riferisco in particolare ai giovani. Prima si era disposti ad investire su noi stessi, ora sembra quasi che i giovani non vogliano imparare. Noi non avevamo tutto quello che hanno oggi i ragazzi, ma eravamo pronti ad osare, a rischiare e quindi anche a sbagliare. Ora non è più così, i giovani fanno fatica, sembra che abbiano smarrito la cattiveria. Si limitano ad eseguire i dettami di chi li guida e spesso hanno a che fare con gente incompetente».
In che senso? «In Gabon ho pedalato con ragazzi che a novembre stavano correndo in Cina e a metà gennaio erano già in Africa. Mi chiedo: come fanno a recuperare? Come fanno a restare 20 giorni senza bicicletta e poi a riprendere? Se aggiungete che qualcuno, di rientro dall’Africa, è poi volato a correre negli Emirati, mi dite voi come arriva a metà stagione se non bollito? Come possono mergere, essere cattivi in corsa, farsi vedere e cercare di crescere?». Rinaldo è in campo. A tutto campo.
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