PROFESSIONISTI | 23/01/2018 | 07:10 Il 19 aprile compirà 36 anni, la maggior parte dei quali trascorsi in sella alla bicicletta. Il milanese Daniele Colli, campione italiano a cronometro e in linea negli Juniores con la casacca della Biringhello-Rimor, professionista dal 2005, ha deciso di appendere la bicicletta al chiodo. Il 2017 in Asia, trascorso in Cina con la maglia del Team Continental Qinghai Tianyoude, ha rappresentato l'ultima stagione agonistica per un atleta promettentissimo nei dilettanti (tra le altre corse ha vinto nel 2004 il Gran Premio Liberazione) che non ha sfondato tra i prof a causa di tante vicissitudini: dal tumore benigno al ginocchio superato dopo diversi interventi a fine 2010, al braccio fratturato per colpa di un incauto tifoso-fotografo nella sesta tappa del Giro d'Italia del 2015 a Castiglione della Pescaia.
Daniele, come il ciclismo insegna, si è sempre rialzato e ha sempre continuato a pedalare. In gruppo ma anche nella vita di ogni giorno tanto da pensare con dovuto anticipo a cosa avrebbe fatto “da grande”... E così a fine 2015 Colli ha creato Becyclist, marchio di abbigliamento sportivo, col quale ha intrapreso l'attività commerciale parallela a quella di corridore professionista.
«L'ultima corsa l'ho disputata in Indonesia a novembre ed è andata male: mi sono ritirato dopo qualche tappa perché non ero in condizione buona per gareggiare».
Un anno in Cina, come puoi descriverlo? «Non è stato semplice. Speravo di portare un po' della mia esperienza in casa loro, la mia intenzione oltre a correre era quella di aiutarli a cercare di tirare fuori il meglio dai loro atleti che si stanno avvicinando al ciclismo. Ma è difficile, sono molto chiusi e poi c'era il problema della lingua che è fondamentale e che ti frena. Avevo poche volte a disposizione l'interprete e quindi facevo una gran fatica a comunicare. Qualche parolina l'ho imparata, mi serve adesso in Italia quando vado in qualche ristorante cinese a mangiare...».
Che bagaglio di esperienza hai portato a casa? «Sicuramente positivo per tanti aspetti, molti completamente nuovi per me. Sono ripartito non dico dal fondo ma quasi, nel senso che in Cina non c'è la preparazione e l'organizzazione che abbiamo in Europa. Tanto per fare un esempio il ritiro era una sorta di caserma... noi siamo abituati ad andare in albergo! Però è stata un'esperienza positiva che alla fine ti aiuta a crescere per tante cose: vivi un anno intero in un altro mondo dove si fanno cose che non sei abituato a fare, dove pensano in maniera diversa, dove mangiano in modo diverso».
E del ciclismo cinese cosa ne pensi? «Ovviamente il potenziale umano c'è vista la grandezza della popolazione da cui attingere, e credo che nella quantità qualcuno come qualità possa esserci. Però non esiste la mentalità di uscire dalla Cina e confrontarsi con altre realtà, come l'Europa o il resto del mondo. Poi manca la cultura alimentare e quella degli allenamenti. Per dirla nel nostro gergo, c'è molto da pedalare in tutti i sensi; hanno la disponibilità economica per organizzare corse ed eventi, ci tengono a costruire un buon movimento. Ma ripeto, mi piacerebbe vedere una squadra cinese pronta a misurarsi qui da noi: sarebbe fondamentale per riuscire a creare un ciclismo di livello anche in Cina».
Appesa la bici al chiodo, ora Daniele Colli prosegue nella sua attività commerciale con la Becyclist di Parabiago. Un'opportunità che il milanese ha creato con grande lungimiranza. «Ho sempre considerato il nostro un mestiere privilegiato, certo fai tanta fatica per allenarti e correre, ma non devi fare e pensare ad altro. Poi arriva il giorno in cui tutto cambia e devi affrontare un mondo che non conosci; ho visto colleghi depressi che non sanno cosa fare una volta scesi di sella. Invece bisogna andare incontro al nuovo mondo e affrontarlo. Così nel 2015, quando l'incidente al Giro d'Italia mi ha costretto a stare fermo, ho avuto l'idea di tirar fuori qualcosa dal ciclismo, dall'attività che ho sempre praticato. Così è nato Becyclist: sono capi di abbigliamento sportivo che si possono indossare tutti i giorni, non solo per correre o allenarsi. Ho voluto creare uno stile che possa essere utilizzato da tutti. Un brend tutto italiano che oggi è presente con una ventina di negozi di cui una decina insieme al famoso marchio PittaRosso. Con me c'è come socio Andrea Oddone (pluricampione italiano di Biketrial, ndr) grande amico di Vittorio Brumotti. L'imprenditoria assomiglia molto al ciclismo: a fine anno azzeri tutto e devi ripartire; per ora abbiamo fatto buoni numeri, sono contento, ma come sempre so che devo pedalare, pedalare e pedalare ancora per vivere con questo lavoro. Ma per questo sono allenato...».
Ne hai viste tante nella tua carriera. Cosa ti senti di dare come messaggio ai giovani che sono passati da poco tra i professionisti? «Sono passato tra i prof con grandi aspettative, ma ho avuto una carriera condizionata da una serie infinita di infortuni e malattie; da queste avversità però ho creato altre cose, altre situazioni positive. Mi sono sempre rialzato e tornato un sella, e queste sono vittorie che valgono più di una gara vinta. Non ho rimpianti, ho dovuto superare momenti e prove difficili, e questi insegnamenti vanno al di là del ciclismo. Quindi il messaggio che mi sento di dare è questo: se cadi, rialzati e pedala! Ma in giro vedo troppa frenesia, c'è la smania di passare tra i professionisti, ma bisogna riflettere perché se non si conclude niente dopo sei a zero e non so se ne vale la pena buttare tanti anni senza costruire nulla per il futuro».
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