UN GIRO AL TOUR. POLLASTRI, IL DOC

STORIA | 01/07/2017 | 07:59
«Ho sempre pensato che avrei voluto correre in bici. Ma facevo atletica, gli ottocento, ho corso per quattordici anni. E dopo era un po’ tardi. Ma il ciclismo è sempre stato la passione di famiglia. Io tifavo Indurain: ancora adesso se penso al Tour vedo la maglia gialla della Banesto».

Ci è arrivato lo stesso: a 33 anni Luca Pollastri è già al suo terzo Tour de France. È il medico del team Bahrain-Merida. «Mi sono laureato a Monza, la specializzazione in medicina sportiva l’ho presa a Brescia. Ma volevo un lavoro sul campo, l’ambiente ospedaliero mi stava un po’ stretto».

Il mondo si è allargato in fretta. Nel 2011 alla Geox, poi cinque stagioni alla Lampre e quest’anno con la squadra del Bahrain. «Ho già fatto un po’ tutte le corse del calendario. Tutti i grandi giri, le classiche, e parecchie corse in Oriente, quelle un po’ fuori dal ciclismo tradizionale, dove ci si deve adattare un po’. Molto affascinante».
  
Il Tour de France per un medico dura molto più di tre settimane. «Il lavoro è preventivo, si va con i preparatori e i direttori sportivi. A un grande giro devi portare l’atleta che ti possa garantire una certa resa. Uno che stia bene insomma». Perché poi comincia la corsa, e non c’è più tempo per niente. «La differenza al Tour la fanno le cadute nelle prime tappe. Il caldo conta, ma quello c’è anche alla Vuelta. Il problema vero è che i tempi si sono dilatati, e c’è sempre meno spazio per il recupero». Al medico spetta anche l’aspetto nutrizionale. «Il Tour ci fornisce mesi prima un menù di massima. Noi verifichiamo e concordiamo le modifiche col nostro cuoco. Nel gruppo qui al Tour non ci sono corridori con esigenze particolari, intolleranze, celiachia».
  
Pollastri è di Bellinzago Lombardo, ma vive a Castello Brianza, in provincia di Lecco. «Sto fuori circa cento giorni l’anno. E mi occupo del team anche quando sono nel mio studio a Lecco. Sono sempre stato appassionato di fisiologia, e nel ciclismo emerge nel modo più completo. L’atletica, con condizioni più standard, è molto più matematica. Ma le informazioni che ho preso da quel mondo adesso mi servono anche nel ciclismo, soprattutto da quando ci sono i potenziometri sulle bici. Non siamo ancora alla matematica, ma comincia a esserci un confronto sui numeri». I corridori hanno approcci diversi alla materia. «C’è chi si fida ciecamente. E chi è molto curioso. Il perfetto equilibrio è Tsgabu Grmay, che si fida, ma mi fa lavorare tanto, vuole sapere tutto. Lui abita su un altopiano, e ci addirittura ha chiesto se doveva trasferirsi per non stare troppo in altura. La risposta è no, ci sono degli adattamenti che i corridori africani hanno proprio per il fatto di essere nati e vissuti sugli altopiani che possono diventare un vantaggio».
  
Nelle tre settimane di Tour può capitare di dover curare tutti gli uomini del personale. «Si diventa un po’ il medico di famiglia collettivo. L’intervento più difficile? Non uno in particolare. Ma vivo come una sconfitta quando non riesco ad aiutare un ragazzo che ha le potenzialità per fare bene ma si fa sopraffare da problemi che si porta da casa. E’ vero che la testa conta più delle gambe. A un grande giro mi è capitato il caso di un ragazzo in forma splendida, aveva già vinto una tappa e tutti ce ne aspettavamo altre. Ma di colpo si è spento, zero. Da casa gli avevano detto che gli era morto il cane, e lui è andato in crisi». Questo è un lavoro da psicologi. «Vivendo in simbiosi per tre settimane la psicologia viene praticata un po’ da tutti, anche dai massaggiatori, dai meccanici, dai direttori». A noi i corridori sembrano tutti dei supereroi. «Lo sono dal punto di vista fisico - e non parlo solo di vittorie, a volte è un’impresa anche finire una corsa sopportando un grande dolore - ma non sempre dal punto di vista mentale. A volte ti sorprende come atleti abituati a stravincere siano così poco sicuri di sè».

La figura del medico nel ciclismo è troppo spesso finita nella bufera per questioni di doping. Chi te l’ha fatto fare è una domanda che Pollastri si è sentito fare più di una volta. «Sì, me l’hanno detto in tanti. Io sono sempre rimasto della mia idea: se vedo qualcosa che non quadra smetto. Se sono ancora qui dopo sei-sette anni è perché nessuno mi ha imposto niente che vada contro la mia etica. Mi è stato chiesto soltanto di fare il mio lavoro».

Alessandra Giardini
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