MAGAGNOTTI. «LA MIA CORSA DEI SOGNI? LA PARIGI-ROUBAIX»

INTERVISTA | 12/05/2026 | 08:18
di Enrico Cavedine

Dopo un 2025 coronato con le due medaglie d’oro ed un bronzo ai mondiali juniores su pista di Apeldoorn, Alessio Magagnotti nelle prime gare della stagione con il Team Redbull BORA hansgrohe ha già ottenuto tre vittorie con il team U23 e ottime prestazioni con il Team World Tour. Lo raggiungiamo al termine del Tour de Bretagne nel quale si è distinto con due vittorie di tappa e ci facciamo raccontare le prime sensazioni del passaggio di categoria.

Ciao Alessio, la tua stagione con il nuovo team è partita alla grande, con vittorie ed ottime prestazioni. Ma facciamo un passo indietro: parlaci delle squadre che hanno contribuito al tuo sviluppo da corridore fino a portarti al team Red Bull – BORA – hansgrohe.
«Ho iniziato nell’SC Avio e ci sono rimasto fino alle categorie G5. Poi ho fatto Esordienti e Allievi con la Forti e Veloci Trento. Dopodiché sono passato al Team Autozai Contri, con cui ho fatto i due anni da Juniores e, grazie a loro, ora sono qui in Red Bull – BORA – hansgrohe».


Con gli ottimi risultati conseguiti tra gli juniores ci saranno stati parecchi team interessati a te. Cosa ti ha convinto ad accettare l’offerta del team Red Bull-BORA-hansgrohe?
«Mi ha convinto il loro progetto in generale. Mi è piaciuto subito il calendario delle corse per la mia prima stagione e poi il fatto di avere altri ragazzi italiani in squadra ha agevolato la mia scelta. Mi trovo bene, siamo un bel team».


Il team Autozai Contri, a livello Juniores, è sicuramente uno dei più blasonati in Italia. Il passaggio a un team Development penso si faccia comunque sentire. Quali sono le differenze maggiori a livello organizzativo tra due team di categorie differenti?
«A livello di team qui abbiamo uno staff più ampio. Ogni atleta ha un preparatore a completa disposizione che stila un programma di allenamento personalizzato. A livello di mezzi, qui mettono a disposizione tre biciclette: una da allenamento e due che il team porta sui campi gara. Inoltre, i trasferimenti per le gare, avendo un calendario internazionale, sono prevalentemente in aereo».

Rispetto agli atleti del World Tour, voi del team Development venite lasciati un po’ più liberi a livello di preparazione e alimentazione o siete seguiti allo stesso modo?
«A livello di allenamento sono seguito da un preparatore che segue anche atleti del team World Tour, quindi non penso ci siano molte differenze. Noi però non abbiamo il nutrizionista. Abbiamo qualche riunione dove ci danno consigli sull’alimentazione, ma per il resto non abbiamo molti vincoli».

Siete già stati in ritiro assieme al team World Tour? Hai fatto allenamenti con loro?
«Sì, a dicembre a Palma di Mallorca abbiamo fatto un ritiro insieme ed è capitato di allenarci con loro. Ho fatto due allenamenti di volate con i ragazzi del World Tour».

In volata contro atleti più esperti, come te la sei cavata in allenamento?
«In allenamento riuscivo a battagliare con i compagni del World Tour, ma le gare sono un’altra cosa. Quando vai a sprintare dopo 180-200 km il gioco cambia. I ragazzi del World Tour sono comunque tutti molto alla mano e, sia in gara che in allenamento, danno consigli utili».

Raccontaci il tuo debutto stagionale ad inizio febbraio al Trofeo Palma: un bell’inizio, direi.
«Sì, quel giorno partivo come capitano, ma eravamo d’accordo che in caso di imprevisti la volata l’avrebbe fatta Arne Marit. La mia corsa è andata bene fino a circa 2 km dall’arrivo, quando in una curva a U c’è stata una caduta. Non ho messo il piede a terra, ma ho dovuto rallentare. Ho fatto una grande rimonta per rientrare sui primi e alla fine ha vinto il mio compagno Arne Marit, mentre io ho chiuso terzo».

Alla Scheldeprijs, classica belga tra Giro delle Fiandre e Parigi-Roubaix, eri davanti nel finale: racconta.
«Quel giorno ero il terzultimo del treno della Red Bull – BORA – hansgrohe, davanti a Danny Van Poppel e Jordi Meeus. Negli ultimi sette chilometri ci sono state due cadute, sono rimasto un po’ attardato ma sono riuscito a rientrare insieme a Merlier, restando a ruota. Negli ultimi 4 chilometri mi sono riportato sul primo gruppo, ho aiutato i miei compagni a risalire le posizioni per impostare la volata e ho fatto l’ultima tirata in testa al gruppo fino a circa 700 metri dal traguardo».

In una corsa di più di 200 km hai dimostrato di avere le gambe per stare davanti, non è poco.
«Rispetto alla categoria Juniores, dove le corse sono sui 120 km, ora quando ci si avvicina ai 200 km è tutta un’altra cosa, ma mi sono adattato bene. Alla Scheldeprijs ho fatto il mio dovere, ero soddisfatto della gara. Purtroppo non siamo riusciti a piazzarci davanti (Jordi Meeus 14°), ma si sa: le volate non vanno sempre come previsto».

Qualche giorno dopo la Scheldeprijs hai corso la Parigi-Roubaix Espoirs, vinta dal tuo compagno Davide Donati. È stata la tua prima esperienza assoluta in una corsa sul pavé? Che sensazioni hai avuto?
«Sì, era la mia prima corsa sul pavé, ma mi sono trovato molto bene. Purtroppo, all’inizio di un tratto di pavé, a circa 60 km dal traguardo, quando il gruppo era già frazionato, ho forato e ho perso circa due minuti. Sono poi riuscito a rientrare su altri atleti che si staccavano dal gruppo di testa e ho vinto la volata del gruppo con cui sono arrivato al velodromo. Senza quell’imprevisto sarei riuscito a fare qualcosa di meglio del mio 43° posto».

Fino ad ora abbiamo parlato di piazzamenti, ma in questo inizio di stagione hai già portato a casa tre vittorie.
«Sì, a marzo all’Istria Spring Tour ho centrato la prima vittoria stagionale in volata, in una tappa dal percorso relativamente facile. Poi, a fine aprile, sono arrivate le due vittorie al Tour de Bretagne, dove ho conquistato la prima e la terza tappa. Nella prima mi sentivo molto bene e forse ho anche esagerato: ho fatto tantissimi attacchi e poi, per fortuna, sono riuscito a vincere, ma quello sforzo l’ho pagato nelle tappe successive. Sono comunque riuscito a vincere anche la terza tappa, lunga circa 190 km con 2300 metri di dislivello. L’arrivo era posto su uno strappo e ho vinto la volata di un gruppo ristretto. È stato fondamentale l’aiuto dei miei compagni, che hanno fatto un lavoro eccezionale, e volevo ripagarli. Nelle ultime tappe, invece, ero semplicemente svuotato».

L’inizio del 2026 è stato sicuramente positivo e hai dimostrato di avere ottime qualità. Guardando al futuro, che tipo di corridore aspiri a diventare?
«Mi piacerebbe diventare un corridore versatile, in grado di vincere anche su percorsi mossi e non solo il classico velocista da volate di gruppo».

La corsa dei sogni?
«La Parigi-Roubaix è una corsa che penso sia adatta alle mie caratteristiche e sarebbe un sogno riuscire a vincerla».

Che campioni ti piacerebbe avere al tuo fianco sul podio per coronare questo sogno?
«Ci sono tanti corridori forti. Se devo dire due nomi, allora scelgo Wout Van Aert e Mads Pedersen». 


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