VAN DER POEL LO HA SUPERATO, MA ERIC DE VLAEMINCK RESTA UN GIGANTE. RIVIVIAMO LA SUA STORIA

CICLOCROSS | 02/02/2026 | 08:30
di Francesca Monzone

Ieri Mathieu Van der Poel ha conquistato il suo ottavo titolo mondiale nel ciclocross, battendo il primato che apparteneva ad Eric De Vlaeminck. Non è possibile fare paragoni tra ciò che oggi è Mathieu van der Poel e ciò che invece ha rappresentato per il Belgio e per il ciclocross Eric De Vlaeminck, perchè i loro vissuti per molti aspetti sono opposti. Mathieu van der Poel è l’atleta perfetto, che si impone regole ferree per essere il migliore, Eric De Vlaeminck era il genio sregolato, che per certi versi viveva come un funambolo, la cui corda rappresentava la sua stessa esistenza.


Era il 4 dicembre del 2015 quando il sette volte campione del mondo di ciclocross si è spento in una casa di cura a Wilskerke. La sua vita è stata scandita da successi sportivi, incostanza e problemi personali e non è mancato l’uso di alcool, di stupefacenti e la dipendenza dalla pervitina, così come qualche notte in prigione.


Eric al ciclocross è arrivato per puro caso, perché la sua carriera sportiva ha avuto inizio nella ginnastica, quando era un tesserato del Club Eeklo "Slank en Vrank". In molti pensano che il suo equilibrio e la sua flessibilità derivassero dagli allenamenti della ginnastica, perché nessun ciclocrossista aveva quelle caratteristiche.

Era il 12 novembre 1962 quando Eric De Vlaeminck ad appena 17 anni stava andando allo stadio Kuipke di Gand: mentre era sulla strada, venne a sapere che la pista era stata completamente distrutta da un incendio causato da un tifoso distratto con una sigaretta, fu costretto così a fare una deviazione e a gareggiare ad una vicina gara di ciclocross. Si rivelò un successo.

Da quel momento Eric De Vlaeminck divenne il simbolo del ciclocross prima in Belgio e poi nel mondo, conquistando 7 maglie arcobaleno. Il primo oro arrivò nel 1966 a Beasain, poi nel 1968 in Lussemburgo e l’anno dopo a Magstand e Zolder nel 1970. A 26 anni nel 1971 conquistò ad Apeldoorn il quinto Mondiale, al quale si aggiunsero quello del 1972 a Praga e poi Londra nel 1973. Il ritiro ufficiale arrivò il 23 febbraio del 1980, con il ciclocross di Zelzate, mentre l’ultima vittoria è arrivata a Eeklo il 19 gennaio dello stesso anno.

Al fiammingo nulla è stato risparmiato, neanche la morte del figlio Geert, che a 25 anni perse la vita in una gara di ciclocross per un infarto, proprio davanti ai suoi occhi. Il fiammingo è stato un innovatore del ciclocross, per alcuni è stato il creatore del ciclocross moderno. Era abituato a fare tutto sa solo: oltre ad essere atleta era anche il meccanico, tanto che aveva studiato ogni singola parte meccanica delle sue bici.

De Vlaeminck spesso diceva: «Se la bici deve essere caricata in spalla, dovrebbe essere il più leggera possibile. Il reggisella e l'attacco del manubrio, il movimento centrale e i pignoni dovrebbero essere adattati». De Vlaeminck fresava e limava tutto da solo. Guardando oggi le foto del suo titolo mondiale conquistato al Crystal Palace nel 1972 si può vedere che la sua sella era completamente forata, per evitare che scivolasse in avanti.

Il fratello Roger è stato il primo a raccontare del disagio di Eric, con l’insorgere di alcuni sintomi, dopo la morte dell’amico e campione del mondo su strada Jean-Pierre Monseré nel 1971. Nonostante quel malessere, Eric De Vlaemink era l’unico capace di pedalare sui binari di una ferrovia per cento metri. E spesso proprio Roger diceva che dove altri inciampavano, suo fratello Eric rimaneva sempre miracolosamente in piedi.

Forse non molti sanno che proprio Eric De Vlaemink è stato il primo a saltare con la bici le barriere che si trovano sul percorso di gara e il suo stile unico, è diventato scuola e fonte di ispirazione per tutte le generazioni di ciclocrossisti che sono arrivate dopo di lui. Gli anni più difficili sono stati quelli dopo il ritiro, nessuno sapeva cosa facesse e dove fosse. Era stato in una clinica psichiatrica per curarsi, perché la notte aveva allucinazioni e inseguiva le macchine della polizia e alcune volte era stato protagonista di alcune risse finite con l’arresto.

Dopo il dramma di anni segnati da un cammino in un tunnel senza luce e dalla solitudine, Eric De Vlaemink è rinato tanto da diventare alla fine degli anni Ottanta il commissario tecnico della nazionale belga. Il ciclocross del suo paese iniziò con lui un grande balzo in avanti. De Vlaeminck organizzava sessioni di allenamento per i giovani, incoraggiava i ciclisti a pedalare di più su strada e non aveva paura di portarli in pista. E’ stato lui a scoprire e a crescere tanti talenti, come Sven Nys, Bart Wellens, Erwin Vervecken, Ben Berden, persino Christoph Roodhooft.

Nei 13 anni da commissario tecnico, ruolo che lasciò nel 2002, ottenne 39 medaglie che si andarono ad aggiungere a quelle che in precedenza lui aveva vinto. Ma il destino non aveva finito di accanirsi e la sua mente iniziò un altro viaggio, nel mondo dell'Alzheimer. Il 4 dicembre 2015, Eric De Vlaemink si è spento in una casa di riposo e al suo funerale venne impedito a tante persone di partecipare. Tra gli assenti alle esequie, perché definiti ospiti non graditi dalla famiglia, c’era il fratello Roger, ma anche Albert Van Damme e Renato Longo, due grandi campioni e rivali di Eric.

A distanza di 10 anni dalla morte di Eric De VlaeminK, quel primato con 7 titoli mondiali è stato battuto da Mathieu van der Poel, nessuno mette in dubbio la supremazia dell’olandese, che oltre tutto a differenza del fiammingo ha saputo essere uno straordinario campione anche su strada. Ma se uno oggi chiedesse a Roger De Vlaemink cosa pensa del fratello, le sue parole sarebbero le stesse che ha pronunciato pochi mesi dopo la sua morte: «Eric è stato un grandissimo campione, il più grande ciclocrossista del Belgio. Ha vinto sette titoli mondiali e solo dopo la sua morte hanno iniziato ad elogiarlo come meritava. Se ho un rammarico? Sì, il fatto che in vita non abbia mai ricevuto un premio come miglior sportivo dell’anno». 

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COMMENTI
Eric o Erik
2 febbraio 2026 09:17 maurop
Bell'articolo che ricorda come merita in grande campione che ha avuto in sorte una vita difficile. Una piccola nota: da noi è prevalsa l'abitudine di chiamarlo Eric, io quando mi è capitato di scriverne avevo optato per Erik, in seguito sui social ho chiesto a degli appassionati fiamminghi di ciclismo e mi hanno confermato che anche per loro è Erik.

maurop
2 febbraio 2026 10:34 Arrivo1991
Quando l'ho scritto mesi fa, mi hanno dato addosso.
Menomale qualcuno conosce !
Grazie.
Concordo sulla tua linea.
È stato un vero fuoriclasse, segnato dalla tragedia del figlio.

Bello
2 febbraio 2026 14:31 frankie56
Complimenti per l'articolo. Conoscevo De Vlamink per il ciclismo, ma ignoravo tutte le vicissitudini personali. Approfondirò l'argomento nel web.

frankie56
2 febbraio 2026 19:58 ghisallo34
Esattamente come me ! Non sapevo di tutte queste sue tristi vicende extra sportive.Tanto campione quanto fragile. La storia del figlio è davvero una tragedia assurda. Pover uomo.

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