CIAO VITTORIO. BICI E MACCHINA PER SCRIVERE, «NON POTEVO DIRE NO A MONTANELLI»

LUTTO | 25/12/2022 | 11:36
di Pier Augusto Stagi

In occasione dei suoi ottant'anni, Vittorio Adorni rilasciò tante interviste, questa che vi riproponiamo è apparsa su Il Giornale ed è stata raccolta dal nostro direttore.


«Ottant'anni? Un grande traguardo, ma vi confesso che sono letteralmente volati». Vittorio Adorni, il signore del ciclismo. si gode questa giornata nella sua casa parmense. I calici si sono alzati ieri sera, al termine della cena che ha concluso la lunga giornata del Premio Sport Civiltà di cui Adorni è presidente. E con lui alziamo i calici anche noi de Il Giornale: sulle nostre colonne, infatti, Adorni ha raccontato il ciclismo per vent'anni, dal 1975 al 1995, chiamato proprio dal fondatore Indro Montanelli.
«Mi telefonò un giorno e mi disse Adorni, lei deve scrivere per noi. Ricordo che gli risposi Dottore, non so se sono in grado di farlo, non sono un giornalista. Ma la replica fu secca: L'ho sentita parlare in tv, lei ha stoffa. E ho iniziato la mia avventura, collaborando alla redazione guidata prima da Alfio Caruso e poi, dal 1986, da Pier Luigi Fadda. Una bella avventura che mi ha permesso di guardare il ciclismo anche da un diverso punto di vista».

Ottant'anni ed è inevitabile per Adorni aprire l'album dei ricordi.
«Passai al professionismo all'inizio del 1961 grazie a Learco Guerra, che fu per me un secondo padre. Un anno più tardi avrei potuto vincere il Giro d'Italia, se Fiorenzo Magni, mio direttore sportivo, non mi avesse fermato per aspettare il nostro capitano, Carlesi. Ma mi sono rifatto nel 1965, maglia della Salvarani: ho lasciato Zilioli, il secondo, a 11'26, il distacco più ampio degli ultimi 60 anni».


Quello dei grandi distacchi è un suo marchio di fabbrica. Anche al mondiale...
«Già, Imola, nel 1968, grande giornata, grande corsa. Sono stato in fuga per 235 chilometri, gli ultimi 85 da solo e al traguardo il belga Van Springel è arrivato dopo 9'50: solo nel 1928, ma allora eravamo al ciclismo dei pionieri, c'è stato un distacco maggiore».

Lei è stato compagno di squadra di due giovani campioni come Felice Gimondi e Eddy Merckx.
«Con Felice ho corso nel 1965 e nel 1966, era all'esordio tra i professionisti e fu terzo al Giro prima di vincere il Tour. Era timido, taciturno, riservato: era mio compagno di squadra e passava ore intere senza dire una parola. Però l'ho aiutato a conquistare Tiziana, sua moglie... ».

E Merckx?
«Stessa maglia nel 1968, alla Faema. Lui aveva 22 anni, io 31, dovevo fargli da chioccia, ma che fatica... Era una forza della natura, ma aveva bisogno di disciplinare il suo talento. Sulla salita delle Tre Cime di Lavaredo ho addirittura chiesto a Marino Vigna, che era il nostro direttore sportivo, di chiuderlo a bordo strada per non farlo scattare troppo presto. Poi, quando gli ho dato il via libera, si è scatenato e ha vinto il Giro».

Adorni è stato anche il ciclista che è entrato per primo nelle case degli italiani grazie alla tv e al Processo alla Tappa.
«Sergio Zavoli volle che diventassi ospite fisso, un'esperienza divertente che mi ha insegnato molto. E che mi ha regalato tanta popolarità. Ho fatto anche il conduttore, la trasmissione si chiamava Ciao mamma, ma ho dovuto lasciare perché diventava inconciliabile con l'attività agonistica».

Corridore, giornalista, dirigente (è stato per lunghi anni presidente della Commissione cultura del Cio), commentatore tv, ogni storia vissuta con signorilità ed eleganza. E con la battuta pronta. «Cosa mi regalerà mia moglie Vitaliana? Ma se è già tanto che mi tenga qui...».

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