IL PASTO IN CORSA. PRESIDENTE CADAMURO

STORIA | 20/06/2018 | 07:53
di Marco Pastonesi

A tavola, forse convinti che sarebbero bastati pizza e birra a convincerlo, gli chiesero di diventare il presidente. Lui – sorpreso, stupito, imbarazzato, allarmato, forse un po’ anche timoroso - disse no grazie. Poi ci pensò su tutta la notte e la mattina li chiamò per ammettere che ci aveva ripensato, e per annunciare che adesso la risposta era sì. Ma aggiunse di fare tutto subito, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di cambiare idea.


Simone Cadamuro è il presidente dell’Asd Gruppo sportivo Musile: maglia bianca, rossa e blu, una dozzina di ragazzini tra giovanissimi ed esordienti, costituzione e presentazione nella pizzeria K19 di Musile di Piave, e come competizioni non solo strada, ma anche prati, sentieri e pista. E saranno proprio i ragazzini del Musile con il Consorzio Sport 360 gradi, che raccoglie tutte le squadre ciclistiche nell’area del Basso Piave, a inaugurare l’Adriatica Jonica Race, stamattina, dalle 11 alle 12.30 e dalle 15 alle 16, prima e dopo la cronosquadre da Musile di Piave a Jesolo, 23,3 km lungo la Ciclabile del Piave.


Cadamuro presidente: una conversione? “Quella notte insonne ripensai a un bambino di sette anni che, se non avesse trovato qualcuno di buona volontà con una squadra cui affidarlo e una bici da prestargli, sarebbe rimasto a piedi. Quel bambino ero io. Nel mio piccolo, e poi nel mio medio e nel mio grande, mi sono tolto qualche soddisfazione: titoli italiani giovanili, corse su pista e su strada, viaggi in tutto il mondo, perfino una decina di vittorie da professionista, addirittura davanti a gente che valeva infinitamente più di me, come Zabel e Boonen”.

Cadamuro corridore: un’epopea? “Se mi chiamavano ‘Cavallo pazzo’ o ‘Kamikaze’, un motivo ci sarà stato. Da velocista, mi buttavo dentro con tutto me stesso, e il me stesso era piuttosto grosso, sia nei chili, sia nei centimetri quadrati, sia soprattutto nelle voglie e nei desideri, nelle speranze e nelle illusioni. Se c’era uno spiffero, io lo facevo diventare un corridoio. Se c’era un buco, lo trasformavo in un’autostrada. Non era Gesù Cristo quello che sosteneva che fosse più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che… Ecco, io volevo dimostrarlo in bicicletta”.

Cadamuro atleta: un ossimoro o un paradosso? “Quando mi facevano notare che non ero proprio pelle e ossa, io spiegavo di avere ancora qualche margine di miglioramento. Poi mi adattavo alle circostanze: e nelle tappe di montagna, in cui le montagne non erano mai sole ma, due o tre o quattro, si facevano compagnia, mi arrangiavo come potevo, di solito frequentando il gruppetto in fondo alla corsa, eccezionalmente commuovendo poliziotti o camionisti, valorosamente resistendo ai camion-scopa, e sempre sfidando il fuori tempo massimo. E quella volta che alla Tre Giorni di La Panne spaccai il telaio, mi sistemai sul bordo della strada, alla radiolina chiamai il direttore sportivo invocando il pronto soccorso, e lui, Gigi Stanga, nella foga, nella concitazione, nella confusione, sorpassando le altre ammiraglie non mi vide e mi abbandonò in mezzo al niente”.

Cadamuro ciclista: un amore? “La bici mi ha messo al mondo, il ciclismo me lo ha fatto amare. Bicicletta e ciclismo sono state le scuole più giuste per uno a cui, come capitava a me, mancava l’aria in un’aula. Il giorno dopo aver smesso di correre, mi precipitai a un colloquio di lavoro e il giorno dopo ancora venni assunto, e in quel lavoro – recupero di crediti – investii tutto ciò che la strada, i tanti piazzamenti e la decina di vittorie, la montagna, anzi, le montagne di sofferenza e le vette di allegria mi avevano consegnato a forza di pedali. Adesso, con la dottoressa Mariangela Moretto, sono imprenditore nello Studio Emme, grazie alle conoscenze sviluppate proprio in ambito ciclistico. E in questi ragazzini mi rivedo, anche se loro – è chiaro - sono molto più educati di me”.

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