SCARONI. «QUEST'ANNO SONO PRONTO A STUPIRVI»

INTERVISTA | 26/02/2026 | 08:45
di Giulia De Maio

Chi ben comincia è a metà dell’opera. Christian Scaro­ni ha messo a segno il primo squillo italiano del 2026 nella prima corsa europea dell’anno. Il ventottenne bresciano della XdS Astana Team ha fatto sua la Classica Camp de Mor­vedre il 23 gennaio (e poi si è ripetuto al Tour of Oman!), confermando quanto di buono mostrato nella stagione scorsa che lo ha visto braccia al cielo per ben cinque volte e appena fuori dal podio di un Campionato Eu­ropeo dominato dai fenomeni. Il suo arrivo in parata con il compagno Lo­renzo Fortunato nella 16ª tappa del Giro d’Italia a San Valentino Bren­tonico è stato iconico e a premiare la sua co­stanza è arrivata anche la vittoria nella classifica generale della Coppa Italia delle Regioni.


“Scaro” è finalmente sbocciato, ma il suo percorso nella massima categoria è iniziato tutt’altro che con il piede giusto. La sua carriera professionistica era co­minciata tra pandemie e guerre mondiali, che hanno seriamente rischiato di porre fine a un avvenire che si sta di­mostrando luminoso. Grazie a una te­sta dura e due gambe forti, Christian ora punta dritto alle Classiche delle Ar­denne, al bis di tappa alla corsa rosa e a rivestire quella maglia azzurra che lo ha salvato nei momenti più duri e che ora sogna di indossare al campionato del mondo a Montréal.


Quanto è importante vincere subito?
«Tanto. La squadra mi ha dato fiducia, i miei compagni hanno tirato tutto il giorno, dovevo ripagarli. Arrivando da una stagione importante, ero consapevole che riconfermarsi non era semplice, ma non potevo desiderare esordio migliore. Partire alla grande mi alleggerisce di qualche pressione, che in primis mi butto addosso io stesso. Il successo mi ha dato serenità e consapevolezza in vista delle prossime corse, in particolare Drôme Ardeche e Trofeo Laigueglia».

Rispetto al 2025 cosa è cambiato?
«Soprattutto l’Europeo mi ha dato mag­­giore consapevolezza nelle mie possibilità. Ritrovarsi nel finale a lottare con Remco Evenepoel, Tadej Po­ga­car e l’astro nascente del ciclismo mondiale Paul Seixas non è da tutti. Ora so di essere un osservato speciale, ma continuo a lavorare con serenità, guardando ai prossimi obiettivi, gara dopo gara. L’anno scorso ho raccolto svariati podi in tante volate di gruppo ristretto, in inverno quindi ho cercato di affinare la mia abilità nello sprint. Lo spunto veloce è nelle mie corde e, senza perdere le caratteristiche da scalatore, andava allenato in modo più specifico. Un primo segnale è arrivato, l’obiettivo è sfruttare più occasioni per raccogliere il risultato pieno».

Quali corse hai messo nel mirino?
«Dopo il primo blocco di gare andrò in ritiro al Teide per preparare le Clas­siche delle Ardenne. Sogno la Freccia Vallone, ma vorrei far bene anche all’Amstel Gold Race e alla Liegi Ba­stogne Liegi. Ci arriverò correndo il Gp Indurain e l’Itzulia Basque Coun­try. A seguire mi concentrerò sul Giro d’Italia, cercherò la vittoria nella tappa di Andalo, che passa sui “miei” monti (è di Botticino Sera, provincia di Brescia, ndr). Desidero anche vestire la maglia azzurra a un mondiale, finora non ho mai avuto questa possibilità. So che dovrò guadagnarmi la convocazione a suon di risultati, spero di meritarmela quest’anno. Settembre e il Ca­nada sono lontani, ma farò del mio me­glio per arrivarci in forma».

Da bambino cosa sognavi?
«Guardavo il Giro in tv con i nonni ma­terni, sono cresciuto più con loro che con mamma Lidia e papà Fabio che lavoravano 8 ore al giorno (Chri­stian ha anche una sorella maggiore, Samantha, ndr), e sognavo di vincere una tappa. Ci sono riuscito, nonna Alessandra ha potuto godere di questa gioia, nonno Rodolfo avrà tifato per me dall’alto perché è scomparso due anni fa, nel giorno della Freccia Val­lo­ne. È lui che mi ha fatto scoprire il ci­clismo, pedalava per svago e quando ave­vo 6 anni ha iniziato a portarmi ad allenamenti e corse. Da Gio­vanis­simo vincevo spesso, poi da G6 ad Allievo ho fatto un po’ fatica perché c’erano ra­gazzini che si sono sviluppati prima di me. Da Junior ho ripreso a ottenere buoni risultati. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo, come da prof, con gradualità sono tornato ad alti li­velli. At­traverso il duro lavoro ho sem­pre raccolto qualcosa di buono, anche se non sono mai stato un campione».

Sei stato anche parecchio sfortunato.
«Chi non mi conosce non può sapere tutto quello che ho passato e magari si domanda perché sto emergendo solo ora. Ricapitolando la storia: nel 2020 ho corso poco per via del covid, come ricorderete si era fermato tutto, gare comprese; nel 2021 ho rotto il polso e sono stato fermo 2 mesi; nel 2022 è stata chiusa la Gazprom Rusvelo per cui militavo e sono rimasto a piedi. Ne­gli anni successivi mi ha davvero abbattuto vedere che il metro di giudizio che è stato usato per la Russia, anche nello sport, è stato totalmente diverso rispetto a quello riservato ad Israele. Non ho mai augurato ai colleghi della Israel, che l’anno scorso alla Vuelta ne hanno subite di ogni, di perdere il lavoro co­me successo a corridori e staff della Gazprom ma è innegabile che all’epoca in tanti si sono trovati dall’oggi al do­mani senza un contratto e impossibilitati a trovarne un altro. Ad ogni modo ora, nonostante i tempi bui generali, guardo solo avanti. Nei primi anni di carriera non ho avuto la continuità di cui un giovane ha bisogno, quando l’ho finalmente ritrovata in Astana il registro è totalmente cambiato. Avevo solo bisogno di tempo e fiducia».

Alla XdS Astana sei legato fino al 2028. 
«Mi ci trovo molto bene: è il team giusto per tanti corridori. È una squadra molto familiare, in cui c’è serenità. L’anno scorso abbiamo lottato per salvare la licenza World Tour e alla fine di una grande stagione ce l’abbiamo fatta».

Il ciclismo è sempre più globale. Tu ami viaggiare? 
«Sì, ma stando via tanto per lavoro non vedo l’ora anche di stare a casa con la famiglia e la mia morosa. Barbara mi segue spesso, compatibilmente con gli impegni di lavoro nel week end viene alle mie corse. È stato magico abbracciarla tagliato il traguardo dopo la pri­ma vittoria nella prima corsa dell’anno. Stiamo assieme da 8 anni, ci siamo co­nosciuti grazie al ciclismo quando ero dilettante perché anche suo fratello correva (Stefano Gandin, prof con la Corratec nel 2022 e 2023, ndr)».

Il posto più bello in cui sei stato?
«Vorrei tornare in Norvegia, sono an­da­to per tre volte all’Arctic Race of Nor­way e i paesaggi che ho visto lì sono impagabili. Mi sono ripromesso di tornarci, senza bici, per godermi una mini vacanza».

Con chi ti alleni solitamente? 
«Siamo in tanti a vivere a San Marino, quando sono a casa dipende da chi c’è. In base al calendario di ognuno, qualcuno si trova sempre. Scrivo nella chat whatsapp che abbiamo, si chiama I Titani, e rispondono spesso presente Simone Velasco, Luca Mozzato, Simone Con­sonni, Matteo Fabbro... Sono contento siano partiti forte anche loro in questo inizio di stagione».

Sei capitato nell’epoca dei fenomeni...
«Con gli strumenti di oggi è più facile individuare i talenti fin da giovani ed è difficile sbagliare. Ormai a 20 anni le promesse riescono a mostrare tutto il loro potenziale, sono già pronte. Io mi sento uno degli ultimi della “vecchia generazione” che riesce ad esprimersi al top a 26/27 anni e, a differenza di chi sboccia prematuramente, avrà una carriera lunga. È certo che corridori co­me il mio compagno di squadra Die­go Ulissi, ancora competitivo a 37 anni, in un prossimo futuro non ne vedremo più».

Se potessi parlare al te di qualche tempo fa, cosa gli diresti? 
«Che varrà la pena perseverare e lasciare nel cassetto il diploma da perito mec­canico. Nel 2022 ho pensato più volte di smettere. Senza la mia testa du­ra e la Nazionale che ha permesso a me e altri compagni di squadra dell’epoca di disputare qualche corsa come l’Adriatica Ionica Race, in cui abbiamo saputo vincere e ottenere una nuova chance, non sarei qui».

Al te di oggi e domani invece quale messaggio rivolgi? 
«“Non porti limiti”. Se ripenso a co­me ero messo tre anni fa e dove sono ora, è così che bisogna ragionare. Non po­tevo desiderare una stagione migliore del 2025, mi auguro che il 2026 sia an­cora più esaltante. Nei prossimi anni desidero continuare a lavorare per raggiungere i traguardi che sognavo fin da piccolo».

cover story da tuttoBICI di febbraio


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