KIPKEMBOI, IL RAGAZZO DELL'ALTOPIANO

STORIA | 10/04/2018 | 07:44
Quando sei poco più di un bambino e sei obbligato a lavorare, diventi grande prima degli altri. Le mani, il viso si segnano, dimostri più anni di quanti ne hai e la fatica ti tocca anche l’anima. Il piccolo Salim pedalava, a piedi nudi, per trasportare legna da ardere nel cuore della Rift Valley in Kenya. Lì, in quella considerata dagli scienziati come la culla dell’umanità, il luogo delle più importanti scoperte paleoantropologiche.

Tra pietre, scarpate, foreste, Salim Kipkemboi, nato il 30 novembre 1998 a Eldoret (città che ha dato i natali a Duncan Kibet, vincitore della maratona di Milano nel 2008 e di Rotterdam nel 2009), va avanti e indietro con una bici scassata sulle strade sterrate dell’altopiano, a 2.000 metri di quota. Per dare una mano alla famiglia non esistono né giorni né orari: è il sole a regolare il ritmo del lavoro.

In un ambiente divenuto anche laboratorio (grazie a Gabriele Rosa, medico cardiologo e allenatore bresciano) per i mezzofondisti e maratoneti. Salim li incontra a gruppi, intenti ad allenarsi per vincere sulle piste e sugli asfalti delle gare più famose. «Nessuno ama la bicicletta come me», pensa mentre pedala e sorride, perché è bello avere il vento sulla faccia. Finché, un giorno, non incrocia alcuni ciclisti del club under 23 Kenyan Riders - Safaricom. Nato nel 2009 grazie alla passione del fondatore Nicholas Leong, ex fotografo di Singapore arrivato in Kenya con il sogno di «portare una squadra dal volto africano al Tour de France»; guidato dal talent scout Simon Kitoti attraverso collaborazioni con le scuole e l’organizzazione di stage e gare. Per entrare in squadra si deve scalare una dura salita di 2,5 km in meno di otto minuti con le tradizionali bici chiamate Black Mamba, dal nome del serpente più velenoso esistente. Salim ce la fa: lo attendono una bicicletta “vera”, una divisa colorata e, finalmente, delle scarpe per spingere sui pedali con un altro obiettivo che non sia la legna da trasportare: diventare un ciclista professionista.

Dopo quattro anni di sacrifici e grazie alla partnership con la squadra Continental tedesca Bike Aid, un team no-profit fondato per sostenere il ciclismo in Africa, per Salim si sono aperte le iscrizioni alle gare del calendario Uci. Nel 2017 ha corso il Tour of the Alps in Austria e Italia ed è arrivato 2° nella classifica dei giovani al Sibiu Tour in Romania.

Nella stagione appena iniziata è giunto 10° nella Tropicale Amissa Bongo (2° nella categoria giovani) in Gabon, una competizione nata per portare alla ribalta i ciclisti africani. E soprattutto ha conquistato la tappa più importante del Sharjah Tour (con quattro gran premi della montagna in soli 116.7 chilometri, e una salita di prima categoria) negli Emirati Arabi Uniti battendo due europei: il francese Thomas Lebas e lo spagnolo Javi Moreno.

È diventato così il primo keniano a trionfare in una corsa pro. In Bike Aid corre con i connazionali Suleiman Kangangi, 29 anni, e Geffroy Langat 25 che ha sviluppato l’amore per la bicicletta in 12 anni di viaggi casa-scuola-casa: fra l’università e il ciclismo ha scelto quest’ultimo. Kipkemboi, il ruandese Joseph Areruya, 22 anni, una tappa al Giro d’Italia Under 23 del 2017, fresco vincitore della Tropicale Amissa Bongo; il sudafricano Nickolas Dlamini, pari età e neopro, eletto miglior scalatore al Tour Down Under 2018 in Australia, si annunciano sulle strade del Mondo come una brezza calda del Continente nero. Il tempo dirà se potrà trasformarsi in vento come nell’atletica.

Marco Pedrazzini, da Avvenire
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