Quel doping che non vogliamo digerire…
di Gian Paolo Porreca
Achi potrei telefonare, ora che non c’è più Nino Ferrer, per trovare se non un po’ di compagnia, almeno un po’ di solidarietà intellettale in questo bailamme di doping e antidoping? Conosci me, la mia lealtà, tu sola sai che morirei per onestà, e si accomiata pure Battisti... e a noi romantici del ciclismo e dello sport, come il più dolce canto libero, viene meno pure la musica.
Come facciamo ad indorarci una stagione fosca popolata da uomini nani e ciclisti inutilmente primi? Teniamo a mente il medico della Once, Nicolas Terrados, accusato da Zuelle nella sua fluviale dichiarazione resa alla giustizia, di essere stato il primo ad iniziarlo scientificamente alla pratica dell’EPO, quattro anni prima ancora della Festina: e che ora lo stesso talentuoso medico, viene eletto presidente dell’Associazione spagnola dei medici del ciclismo!
Di digerire, ma neanche con il Maalox ci riesce, un personaggio come Virenque, al quale farebbe bene mondare almeno i capelli di quell’ossigenato se non proprio la coscienza, lui che continua a mostrarsi reticente ed impermeabile di fronte alle accuse del suo massaggiatore personale Voet: ignorando le dichiarazioni dello stesso, che su France Soir rammenta con tenerezza di averlo amato e trattato - anche farmacologicamente? - «comme son propre fils» e di avere tranquillamente pure il suo nome sul carnet e che ancora amorosamente si astiene «pour l’istant» di rivelare il grado di doping al quale era arrivato lo stesso Virenque.
Quel Richard mica tanto cuor di leone che si supera, come fosse in uno di quei suoi patetici scattini per la maglia a pois, ricattando il presidente della Federazione Ciclistica Francese Baal, ben deciso a sospenderlo alla stregua degli altri atleti della Festina, rei confessi, dal 1 ottobre prossimo, Brochard e Moreau compresi: e minaccia di esibire le prove di un Baal «positivo» anche lui, in una gara di venti anni fa.
E poi, Virenque ancora e sempre, a tutte le ore delle bugie, ma la verità?, si rimangia quelle dichiarazioni diffuse da Baal e proclama che lo denuncerà per diffamazione!
Pietà, pietà per chi vi ama, ma pensieri e parole davvero non aiutano la fantasia popolare di questo sport di strada sul bordo dell’indecenza.
«Possiamo provare tanta vergogna e continuare ad amarlo?» si è chiesto Claude Droussent in un recente articolo su L’Équipe magazine. Dove ad un ciclista come Casagrande, senza che nessuna autorità costituita lo sculacci o lo fermi, positivo ad analisi e controanalisi in due occasioni, si consente di continuare a correre e a vincere, pensiamo alla Clasica di San Sebastian, senza chiedersi nemmeno se per utopia quella vittoria non possa essere espressione di un puro remoto effetto dello stesso doping. E semmai gli si permette, senza mandarlo a quel paese, di proclamare che intenterà giudizio alla sua formazione - la Cofidis -, che alfine deo gratias aveva ben pensato di fermarlo, sia pure oltre il decoro! «Sono un professionista ed ho il diritto al lavoro»: muy bien, ma c’è qualcuno, in famiglia o fuori, che insegni a ‘sti ragazzi sempre troppo magri o troppo grossi per essere veri, come prima dei diritti da difendere ci siano i doveri da rispettare?
La speranza è altrove. E implacabilmente lontana dalle storie Coni di casa nostra, dove anche un Ministro con la delega allo Sport come Veltroni dimostra una inquietante flebilità, nel non aggredire di fatto - ma al massimo a parole! - la gravità dello scandalo dei controlli antidoping sul calcio eseguiti solo su campioni - scelti da chi, o per conto di chi? -, e non per tutti i farmaci, nel nome della truffa e delle complicità.
Campionati irregolari da almeno cinque anni, alla faccia di chi si svuota le tasche con la schedina: e ne comincia uno nuovo con la ratifica del notaio, come fosse un gioco a quiz televisivo. Tanto il doping nel calcio non c’è, come crede solo Nizzola: che certo non ricorda come già nel 1961 uno studio della FIGC denunciasse l’abitudine del doping nel tabernacolo degli stadi italiani!
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A chi potrei telefonare, per un po’ di conforto, alfine, in questo sport alla deriva? Forse solo a Vittorio Adorni, presidente del Panathlon internazionale. E già, compie trent’anni oggi, lo sapevate? quella sua vittoria magica, onirica, di Imola.
Ma il ricordo, anche quello iridato, come sai, non consola.
Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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