Gatti & Misfatti
Si puo’ dire non mi piace?
di Cristiano Gatti

Caro direttore, mi perdonerai se sottraggo ancora un po’ di spazio e di pazienza per una questione che ritenevo sin dall’inizio puramente personale, ma che mio malgrado col passare del tempo è diventata di dominio pubblico. Parlo del ciclismo femminile. Lo confesso: qualche volta ho maledetto il giorno in cui mi è venuto in mente di esprimere un’opinione sul tema. Mi avevano avvertito che anche in questo campo le donne sono rancorose e spietate, ma mai avrei immaginato simili reazioni. Invece mi sono esposto, invece non ho dato retta a quelli più saggi di me: e adesso pago.

Come ricorderai, qualche mese fa scrissi che a me il ciclismo delle donne non piace, che non me ne importa nulla, che voglio essere libero di non guardarlo senza dovermi sentire in colpa, senza sorbirmi accuse di maschilismo e insensibilità, senza insomma trovarmi nell’imbarazzante ruolo di chi bestemmia in chiesa o si accanisce sui deboli. Auguravo alla Luperini e alle sue colleghe mille fortune, ma nel contempo mi ritagliavo uno spazio di libertà per dire che non è obbligatorio, non è tassativo, non è eticamente necessario blandire e coccolare le cicliste come una razza preziosa, magari in pericolo di estinzione per colpa della crudeltà umana.

Opinioni personali, gusti personali, libertà personali: tutto qui. Credevo fossero persino banali, e comunque ininfluenti. Giustamente, nella redazione di tuttoBICI qualcuno reagì al mio proclama con uno storico chissenefrega. E come no: chissenefrega se a me non piace questo e a te piace quest’altro. Ma si fa così per parlare, come al bar, come in salotto, come nei dopocorsa. Chissenefrega per chissenefrega: chissenefrega del ciclismo, dello sport, della vita e persino di tuttoBICI?

Eppure, da quell’articolo la mia vita è radicalmente cambiata. Diciamo pure che non sono più lo stesso. Un’ondata di odio e di livore mi ha investito, a suon di lettere, di telefonate e di insulti. Certe volte mi capita di incontrare persone che non conosco e che però mi guardano torve: poche volte sbaglio, sono loro, le donne del ciclismo o gli uomini che assistono le donne del ciclismo. Ciclistesse, diesse, patron, massaggiatori, mamme, papà, fidanzati, amanti: tutta una schiera di furenti e temibilissimi nemici che vorrebbero vedermi amabilmente in rovina. Eccolo, quello che odia le donne: mi indicano così, magari senza nemmeno affrontarmi. Forse perché se lo facessero rischierebbero una denuncia per lesioni personali aggravate: avendomi davanti, non saprebbero controllare le loro reazioni. Oltre tutto, sono anche un bersaglio facilissimo: al massimo posso portare a casa lo zero a zero dandomi a precipitosa fuga.
Tutto questo perché? Maledizione: perché non mi piace il ciclismo femminile. Ho provato molte volte a guardarlo, ma proprio non colgo il fascino. Anche adesso, nonostante l’ondata di odio e i seri rischi che mi aspettano, sono qui a ripetermi: il ciclismo è uno, maschile e su strada. Sono maschilista e retrogrado, come mi hanno direttamente rinfacciato le signore della pedivella? E chi può dirlo. Bisognerebbe però spiegare come mai invece mi divertano molto sciatrici e pallavoliste, ginnaste e nuotatrici, saltatrici in alto e centometriste. Ma perché non vogliamo chiuderla con una semplicissima questione di gusti personali? Il problema, qui in Italia, è che in tutti i campi della vita bisogna essere politically correct: cioé idealmente perbene e intellettualmente accodati. Da noi, storicamente, chi non è di sinistra è fascista. Chi non è pro è sicuramente contro. Chi non è un amico è certamente un nemico. Una cosa disarmante, che offende le intelligenze, ma che è regola. E guai a chi prova a rompere le fila, a dissociarsi, semplicemente a esprimere un’idea fuori linea: si scatena la pubblica condanna. In nome di ideali molto nobili - in questo caso, il femminismo, le pari opportunità e tutte quelle belle storie lì - si ammazza l’ideale più importante di tutti, quello per cui molti uomini eccezionali hanno inutilmente vissuto e combattuto, cioé la semplicissima possibilità che ciascuno la pensi come cavolo vuole.

Alla ricerca della distensione, voglio comunque fare uno sforzo. Il famoso primo passo. Offro qui pubblicamente le mie scuse alle signore che eventualmente si fossero sentite offese. Di solito le donne non vanno toccate manco con un fiore - ci vuole direttamente il badile, direbbe qualcuno -, può darsi che le mie parole abbiano fatto anche peggio. Ragazze, qua la mano. Però vediamo di dargli un taglio: liberissime voi di diventare un grandissimo movimento, di oscurare nel tempo il calcio, di diventare col vostro spettacolo itinerante lo sport nazionale d’Italia. Ma liberissimi gli altri di girarsi dall’altra parte mentre fate il vostro lavoro. Su queste basi, si può convivere pacificamente in ogni tempo e in ogni luogo. Per quanto mi riguarda, continuerò a girarmi dall’altra parte senza eccessivi rimorsi. Sperando che questo non interessi proprio a nessuno, così da tornare a vivere in pace. Come diceva il celebre pensatore: chissenefrega se a Gatti non piace il ciclismo femminile. O forse era una pensatrice.

Cristiano Gatti, bergamasco,
inviato de “Il Giornale”
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