Prima di cominciare, una
premessa.Questa è una storia di ciclismo. Non di grande ciclismo. Ma di quanto
forse può essere più grande,
nel cuore, il ciclismo.
Non vedevo mia sorella da mesi. La vita ci ha portato in qualche modo lontano: viviamo in città diverse, innanzitutto, e poi lei viaggia spesso, per esigenze di lavoro. Le strade non coincidono, di norma; ci si parla sempre di meno. Ci si incontra alle feste comandate, Natale e Pasqua, talora nella casa di campagna. Ci si incontra ai matrimoni dei parenti, non ai funerali, per fortuna. E almeno alle prime comunioni delle figlie. Già, proprio come la settimana scorsa, a Roma.
Non la vedevo da tempo. Sempre bella, mia sorella Antonella, che carezzava con la mano la testina della figlia Giorgia, che festeggiava la Comunione...
«Scusami, più tardi devo andare a scrivere». Già, e mi sentivo quasi a disagio, chissà perché, in un mondo di altri più redditizi valori e di più alte velocità - «c’è la Ferrari sull’altro canale» - io ancora ad interessarmi, io ancora a scrivere di ciclismo. Già, eppure è il 1999, scusatemi se non sono cresciuto abbastanza da andare via, se sono passati però trent’anni da allora...
Da quella mia prediletta sorella, i capelli bruni, Romina Power nella mente e nell’anima, che una domenica di giugno, in campagna a Rongolise, si disperava, piangeva a dirotto, a tredici anni appena compiuti, per Merckx, di cui era tifosa: per quel suo «Edduccio», così lo vezzeggiava, squalificato ed espulso dalla corsa, al Giro del ’69!
Da quella mia sorella che in un weekend, o meglio in un week-beginning, di giugno assolato - il 1° giugno era domenica, ma era vacanza pure il lunedì 2, la Festa della Repubblica - per quel Merckx caduto, si ammalò addirittura: la febbre a 40, di sera. E pensavo - trent’anni dopo - che se una colpa ancora nella vita non mi ero ascritto a carico, fra delusioni e solitudini, c’era pure quella di avere iniziato al ciclismo mia sorella, e di averle così regalato, oltre a tante vittorie, anche le lacrime per Merckx! Trenta anni fa, di questi tempi.
Merckx positivo all’antidoping, in un rincorrersi di nomi di luoghi, Albissola e Savona, di nomi di atleti, il livornese Ballini e il danese Ritter, che costellavano la storia di una piccola, intensissima tragedia familiare.
Le lacrime di Merckx, intuite in un vecchio Radiomarelli 18 pollici, in un’atmosfera azzurra di festa sui prati, inondavano gli occhi di mia sorella. E io non la riuscivo a consolare. Mi mancavano i gregari, quel giorno. Se ne andarono via ad uno ad uno pure loro, Vandenbossche e Van Schil, Swerts e Reybroeck. ConGiacotto e MarinoVigna, con la saggezza di Raschi e di Zavoli in un Processo alla Tappa che non voleva calare il sipario su un domani inattendibile, su una maglia rosa riposta in valigia.
Eddy, le lacrime di un bambino su un lettino disfatto, le bretelle nere, i pantaloncini Faema scolpiti nella memoria, offriva davvero l’immagine di un tenero cucciolo ferito. Lo abbiamo sempre perdonato.Le lacrime purificano ogni colpa, qualunque essa sia stata, ancor più se così veniale.
E talvolta ci conforta, credeteci, vedere che oggi, nel ciclismo e altrove, nello sport e nella vita, quando si chiede la verità, non sgorga più una lacrima che sia una: al massimo fiorisce un avvocato.
Trent’anni dopo, io ad inseguire le storie di un altro Giro, in una epoca di così intensa disillusione, mia sorella il ciclismo non lo segue più, ma Merckx certo non lo ha dimenticato, come un primo amore.
Chissà se sa che c’è un altro Merckx che corre, suo figlio Axel. Chissà se anche lei si chiede, come me, in certi momenti di confidenza, se Eddy ha mai raccontato la verità ad Axel, sulla storia di quel Giro ’69.«Gli hanno messo la droga nella bottiglia», diceva mia sorella, singhiozzando; le era antipatico Rudy Altig, in particolare, se non erro.
E certo non avrà dimenticato come al pianto di Merckx, così dolce, così ferito, io paragonassi lo scontroso atteggiamento di Karstens, che scoperto positivo all’antidoping del «Lombardia», quello stesso anno, si sarebbe allontanato altero, senza proferire verbo.
Saremmo andati via, io e lei, da quella vacanza, senza una maglia rosa. «Ma che gentiluomo, Gimondi, a non indossarla il giorno della esclusione di Merckx», quel lunedì di Ritter. Non sapevamo ancora, o forse sì, guardandoci negli occhi trent’anni dopo, che eravamo andati via allora anche dalla estate dei nostri anni.
Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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