Editoriale

GIRO E. Un Giro di 18 tappe: dall’8 al 27 maggio, da Catania ai Fori Imperiali di Roma, come il Giro che correranno Aru e Froome, Dumoulin e Pinot, passando per Pozzovivo. Come il Giro d’Italia a trazione umana. Perché il suffisso “E” ha il significato di elettrico, ma può anche avere un senso di nuova “era”, di “energia”, ma anche di “economia”. Quella “E”, però, può avere tanti altri significati e portare con sé il senso più profondo della “Esasperazione”. Un Giro “Esagerato”. Un Giro “Eccessivo” e, probabilmente, fuorviante, per promuovere un mezzo che ha certamente futuro e senso, in modo particolare per migliorare la mobilità delle nostre città; per quelli che non hanno la forza e le condizioni fisiche di poter pedalare per più ore con le proprie gambe.
La sfida è stata lanciata. Dopo il gran premio di Formula E, alla presenza di due testimonial di eccezione come Gianni Moscon - corridore del Team Sky - e Giancarlo Fisichella - ex pilota di Formula 1 -, è stato anticipato il “Giro E”. Il Giro d’Italia con le prime bici da strada elettriche progettate da uno dei brand di biciclette più conosciuto al mondo: Pinarello.
I due testimonial si sono anche “sfidati”: uno su una bici elettrica e l’altro su una monoposto. E pensare che il codice della strada prevede che le bici elettriche non debbano andare a più di 25 km orari, quindi di che gara parliamo? Di bici truccate? Di bici che non sono nemmeno in commercio? Oppure di bici che nella sostanza sono motorini? Correranno con delle Speed-ebike? Bene, si sappia però che sono una categoria a parte: questi mezzi hanno un motore con potenza superiore ai 250 watt, e velocità massima assistita di 45 orari. Al momento, a quanto mi risulta, le uniche Speed-ebike che hanno ottenuto i certificati di omologazione per l’Italia sono le Stromer. Tutti gli altri veicoli con motori elettrici che superano i 25 orari sono da considerarsi ciclomotori. 
Il “Giro E” seguirà il calendario delle 18 tappe italiane del Giro d’Italia edizione 101: cinque squadre, composte da due corridori, percorreranno le stesse strade su cui i ciclisti della “corsa rosa” si sfideranno a distanza di poche ore. Sai lo spettacolo! I partner dell’iniziativa sono Enel, Tag Heuer e Pinarello. Tutto bene, tutto giusto, ma temo che qualcosa in questo progetto molto cool, glam e parecchio fashion, e che ha già elettrizzato i più ottimisti, nella sostanza forse è già andato in corto circuito.

SICUREZZA. Anche quest’anno, nella tanto amata campagna del Nord, si è sfiorata a più riprese la tragedia. Le moto sono ormai un pericolo costante, soprattutto a quelle latitudini. Le macchine parcheggiate a bordo strada non sono da meno. Il pezzo forte, però, sono i treni e in particolare i passaggi a livello.
Il vero disastro è stato sfiorato alla Scheldeprijs, quando un nutrito gruppo di corridori è stato rispedito a casa perché reo di aver cercato di passare sotto a un passaggio a livello abbassato.
Alla luce dei fatti, e regolamento Uci alla mano, la Giuria ha fatto semplicemente e rigorosamente quello che andava fatto. Il problema, però, è di ordine organizzativo.
Dalle immagini che abbiamo potuto vedere e rivedere più volte, ma anche dal materiale fotografico in nostro possesso, in prossimità del passaggio a livello, l’organizzazione non ha predisposto un minimo di presidio con motostaffette o gendarmi che, giù dalle loro moto, avrebbero potuto sorvegliare e garantire sicurezza alla corsa.
Dico cose elementari, che i nostri organizzatori, dalla Rcs Sport in giù, fanno anche al Giro del Belvedere o alla Tre Giorni Orobica, per dire anche in corse dilettantistiche che di dilettantesco, francamente, hanno davvero molto poco. Se ci fosse stato del personale specializzato, delle staffette pronte a bloccare i corridori nel caso questi avessero tentato di passare col rosso che segnala l’imminente abbassarsi della sbarre, tutto sarebbe stato molto più semplice, lineare e soprattutto sicuro.
È una misura elementare di sicurezza, che l’organizzatore ha il dovere di predisporre, ben sapendo che i corridori, presi dalla foga e dall’adrenalina della competizione, non sempre si trovano nella condizione ideale per prestare la dovuta attenzione alla segnaletica stradale.
È un classico: basta che un corridore attraversi e tutti gli altri lo seguono. Con questo non voglio dire che i corridori sono esenti da colpe, ma conoscere certe dinamiche è fondamentale, soprattutto per un Paese che di ciclismo si nutre da sempre, ma fatica ad assimilare e a digerire anche gli elementi (alimenti) più naturali.
 
GIRO D’ORO. È un Giro d’oro, comunque vada, comunque la pensiate. È un Giro che fa profitti e rende felice il presidente nonché AD di Rcs Media Group Urbano Cairo.
I conti tornano. Bene la Cairo Communication, bene Rcs Media Group, molto bene RCS Sport, che ha visto crescere i ricavi del 17,4% a circa 75 milioni di euro (con Ebitda di 22,7 milioni, pari al +86%), grazie al notevole contributo assicurato dal Giro d’Italia, il cui fatturato 2017 è aumentato di 10 milioni, salendo a quota 37,4 (che diventano 43 con le altre corse ciclistiche gestite dalla struttura guidata da Paolo Bellino).
Insomma, numeri più che lusinghieri, che dicono almeno due cose: più della metà del fatturato di Rcs Sport è frutto del business derivante da corse ciclistiche. Il Giro è trainante ed è in piena salute. Se la Gazzetta poi decidesse anche di parlare un po’ di più di questo sport che per il gruppo sembrerebbe più che strategico, sarebbe il massimo. I maligni sostengono, però, che a Cairo piacciano maledettamente i ricavi e molto meno i costi.
Insomma, per il Giro e Rcs Sport il futuro sarà sempre e solo all’insù: leggi fatturato. Perché per quanto riguarda gli investimenti, quindi i costi, quelli devono essere solo in picchiata: a tomba aperta. Al rosa del Giro, Cairo preferisce di gran lunga il nero dei bilanci.

Pier Augusto Stagi

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