Allora, proprio in questo brevissimo periodo senza biciclette militanti, mi sembra il caso di ricapitolare tutto l’essenziale che la stagione 2017 ci ha insegnato e consegnato. Dovendo estrarre il succo da questa gigantesca macedonia di fatti e misfatti (mica li combina solo il Gatti, sia ben chiaro), io posso dire d’aver capito soprattutto che le corse italiane non valgono più niente, che così come sono vanno subito rottamate, che volendo proprio salvarle bisogna intervenire drasticamente. Non con un’aspirina: proprio con una vera cura da cavallo.
Se dico scemenze sono qui a risponderne. Ma non mi pare di inventare nulla di nulla. Provo a riassumere brevemente, perché non mi va di sbrodolare su un’idea essenziale. Mi fermo agli appuntamenti di storia e di prestigio.
Numero uno: la Sanremo. Non mi invento io che continua a ingrossarsi il partito del “troppo facile”, del partito che vorrebbe inserire una o più salite, per renderla più dura e più selettiva, così che a vincerla non sia più un Kwiatkowski o un Sagan (corridorini del cavolo), ma magari Quintana o Bernal.
Numero due: il Giro d’Italia. Non ne parliamo. Così proprio non sta in piedi. Sulla nostra grande corsa a tappe si concentra lo sferragliare di cervelli. Chi vuole tappe più corte e più facili, chi non vuole mai più la partenza all’estero, chi più draconianamente arriva a dire che bisogna spostarlo a dopo l’estate, perché se continua così morirà di desolazione, gli spagnoli sì che hanno capito tutto, guarda nella Vuelta negli ultimi anni il cast d’alto bordo. E pazienza se la Vuelta continua sostanzialmente a restare un esame di riparazione per chi ha fallito prima (fermi tutti, lo so, Froome aveva appena vinto il Tour, però mi permetterete di dire che resta un’eccezionale eccezione).
Numero tre: il Lombardia. Ce l’abbiamo ancora nelle orecchie. Nonostante resti il vero Mondiale in linea, nonostante abbia il percorso più completo del mondo (più della Liegi perché ha anche salite lunghette), nonostante gli spettacoli offerti dai Gilbert e dai Nibali, dunque da una varietà completa di campioni, siamo al punto che il vicedirettore della Gazzetta, prima firma del ciclismo, cioè un pezzo grossissimo del giornale organizzatore, in altre parole Pier Bergonzi, ha lanciato la proposta di sbaraccarlo completamente dalle foglie morte per ricollocarlo tra i germogli di primavera, assieme alle altre superclassiche.
Finisco qui la ricognizione. Spero davvero che tutti abbiano ascoltato e percepito quello che ho riportato qui. Non mi va di passare per manipolatore e mistificatore. In Italia sembra di muoverci tra ruderi e detriti, con un sacco di architetti in fila per firmare i nuovi progetti di restauro. Ma a me, lo dico apertamente, è un gioco che piace poco. Mi scuso per l’eufemismo, sempre viva la chiarezza: non mi piace proprio per niente.
In mezzo a questo raduno di archistar voglio dire chiaro e tondo che a me le grandi corse italiane continuano a piacere così come sono e così dove stanno. C’è molto da ritoccare nelle rifiniture, ma gli edifici sono ben solidi e ancora piacenti. Tanto che mezzo mondo ce li invidia. Se poi consideriamo che ultimamente abbiamo aggiunto al nostro patrimonio pure le Strade Bianche, a mio avviso la vera novità assoluta del calendario mondiale, per originalità del tracciato e per bellezza (mozzafiato) della cornice, mi sento di concludere in un modo solo: al lavoro per valorizzarle, queste corse, non certo per demolirle e rifarle in un altro modo. Se non sei capace di vendere questo ben di Dio, non sarai mai capace di vendere neppure un cerino. Di questo dovremmo parlare, di noi, del nostro lavoro e della nostra fantasia, non delle corse. Torno a ripetere un luogo comunque ben noto nel ciclismo, e non solo: prendi i francesi, di una cosa qualunque sanno fare un avvenimento roboante e un business corposo. Chiudo restando lì in zona: qualcuno mi spiega perché Tour e Roubaix vanno sempre bene così come sono, anzi guai a chi tocca qualcosa? Per le nostre abbiamo sempre una ricetta pronta, per le loro abbassiamo il capino e prendiamo tutto a scatola chiusa. È penoso. Prima di cambiare le corse, proviamo a cambiare un po’ la testa.
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