Rapporti&Relazioni
Tour, amore mio

di Gian Paolo Ormezzano

Ogni tanto mi chiedono, considerata la mole enorme di avvenimenti sportivi ai quali ho assistito da giornalista, quale evento preferirei rivivere, professionalmente e non so­lo. Premessa e poi risposta: scrivo profondamente ancorché dolorosamente certo che taluni eccessi di lavoro vagabondo fa­vo­riscano il rimbecillimento, specie quando di ogni evento contemporaneo si possiede con gelosia stolta, nella memoria, per confronti e graduatorie, una sor­ta di sacra fotocopia “arretrata”. Intendo dire lo stesso evento in un’altra sua edizione, dalla quale è passato tanto e quasi sempre troppo tempo.

I miei otto nipoti hanno finalmente aderito al mio invito/ordine di non prendermi mai sul serio e non pongono più quella domanda sul lavoro che invece sembra appartenere alla panoplia da combattimento dei giovani aspiranti giornalisti (sempre preferibili, sia chiaro, ai giovani aspiranti scrittori, i quali mi mandano i loro libri inediti, su sport e non solo, addivenendo a spese per la cara vecchia carta, visto che mi rifiuto di leggere co­se lunghe sul display, e dopo tre giorni mi chiedono cosa penso della loro opera, e se dico che de­vo ancora cominciare a leggerla, magari specificando che sono in ritardo anche su Proust, si of­fendono).
Allora niente graduatoria di even­ti da rivivere, se volessi, se potessi, se mi volessero ancora in servizio, addirittura lasciandomi scegliere il tipo di reportage? No, perché c’è un evento che sceglierei al volo, anteponendolo ad ogni altro, comprese le mie ventiquattro diconsi ventiquattro edizioni da giornalista dei Giochi olimpici. Si tratta del Tour de France. Che ha tappe noiose più che il Giro, montagne inferiori sotto tutti i punti di vista e di fa­tica a quelle del Giro e anche del­la Vuelta, sistemazioni alberghiere assai inferiori a quelle del­l’Italietta, ma che è il Tour, e non so bene spiegarmi. A meno di mettere nel melting pot superdatato la Parigi che allora era le don­nine nude sulla scena ed an­che l’incipiente porno che però sembrava di classe, la Francia di provincia dei grandi ristoranti dove ogni cibo era addobbato di spiegazioni e di storia, ma dove si mangiavano anche le semplicissime divine ostriche che chissà perché in Italia dovevano far ma­le. Era un caldo d’estate piena con poca Costa Azzurra ma tante sere di eventi speciali, che a me, innamorato della lingua di Mo­liè­re, sembravano portarmi la vo­ce di Victor Hugo e di Charles Baudelaire, intanto che cenavo con Antoine Blondin, grande scrittore di romanzi tradotti anche in film, che si divertiva a scribacchiare dal Tour e che mi onorava di amicizia vera, sino a lasciarmi quasi sempre pagare il conto.

Ricordo a Tolosa, città tutta rosa, una nottata a cercar di parlare latino con un professorone di liceo, ricordo l’albergatrice di uno dei tanti paesini Roquefort di Fran­cia che mi diede da dormire su un materasso pneumatico, da spiaggia, sistemato su un balcone. Ricordo Briançon, quando si tornava in Italia ma soltanto per usare il telefono da Claviere, vi­sto che i telefoni francesi erano una pena, ma poi subito di nuo­vo in Francia, da dove qualsiasi sconfinamento, fosse anche con arrivo di tappa nella mia Torino (1991, nel 1956 era un ragazzino) o nella Spagna pirenaica dei liquori a poco prezzo, appariva un sorta di bestemmia verso il Tour.

Forse sono stato segnato dal fatto che al mio esordio nel Tour ebbi il regalo di Gastone Nencini vittorioso, anno 1960, e nel 1965 reiterai con Felice Gimondi, e nel 1998 con le ultime fasi del trionfo di Marco Pantani. Mentre per me i Giochi olimpici sono ancorati alla felicità di quando, Roma 1960, vinse il mio amico-compagno di scuola-quasi fratelllo Li­vio Berruti, e da allora più niente di emotivamente simile. Forse.
Il mio Tour de France è Jacques Tati (Monsieur Hulot) in tanti bipedi umani di tanti paesini. È una Francia rurale, paysanne che canta ancora con Edith Piaf (ave­va nonna langarola) e Char­les Trenet, è giallo del gran sole, dei girasoli, del grano, è giallo di colza, giusto che gialla sia la ma­glia. È presupponenza persin pa­tetica, la grandeur, che però fa sì che con una pietra romana si facciano all’aperto spettacoli storici splendidi, parole e musiche, del­la serie “Son et Lumière”. È il gendarme del paese, sudato, pan­ciuto, finto cattivone, è la sfida a bocce (la pétanque) nella vaga ombra dei platani. È un’infinità di ciclisti e di motociclisti anche se un francese non vince il Tour da un’eternità e nel motociclismo i campioni sono tutti spagnoli e italiani.

E ora? Degusto ancora un poco, di questa Francia do­ve dal 2000 vado in va­canza, sotto il sole della Pro­ven­za la cui luce ha cambiato la storia mondiale della pittura. Ci so­no tanti ma tanti musei, davanti a Van Gogh e Picasso e un bel po’ di Chagall mi godo, mi gestisco la mia sindrome di Stendhal, piango di emozione/commozione e tremo di febbre repente co­me in Italia davanti a pochi maestri. Forse il Tour di adesso è altra cosa in altra Francia, ma io ho musealizzato il mio Tour, la mia Francia, e me li godo sempre. È pure, il Tour, l’unica ma­ni­festazione sportiva al mondo che mi abbia dato (e me la trasmetta ancora da lontano) la sensazione che se ti dai da fare riesci a trovare uomini e cose per scrivere articoli diversi da tutti gli al­tri, alla faccia di ogni uniformità e anche di ogni appiattimento, all’insegna delle pari opportunità, del nostro lavoro di giornalisti.
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