Tutte le primavere portano le rondini, le colombe (pasquali) e i corvi che vogliono accanirsi sulla Sanremo. È una tassa che dobbiamo pagare, inutile chiamarsi fuori. Purtroppo, la noia vera è che tutti quanti stiamo diventando vecchi ripetendo le stesse cose, restando ciascuno sulle proprie posizioni. La Sanremo è un gioiello così com’è e nessuno deve azzardarsi a toccarla, la Sanremo non va più bene perché ormai la vincono solo i velocisti e dunque va urgentemente indurita con l’addensante di qualche salita in più. Il referendum è sempre aperto, tutti partecipano votando in massa, ma alla fine non c’è mai un vincitore chiaro. Intanto, la Sanremo continua a restare una delle cinque corse monumento, e soprattutto a richiamare con il suo fascino stravagante una grande partecipazione di campioni e di pubblico.
Personalmente, non infliggerò a nessuno l’ennesima tirata a favore dell’intoccabilità di questa stranissima formula, che prevede sei ore e mezzo di sonnolenza e un quarto d’ora da sincope collettiva. Per me la Sanremo è diventata la Sanremo proprio perché è la Sanremo, fatta così, in questo modo eccentrico e bislacco, ma unico e inimitabile. La considero una gemma del made in Italy (con me, moltitudini in giro per il mondo), talmente originale da non meritarsi una banale normalizzazione, così da trasformarla in una delle tante, troppe corse tutte uguali. E se ultimamente vincono i velocisti (però con sotto due marroni così), nessun problema: ci sta che nell’arco di una stagione zeppa ci sia spazio anche per i fondisti acrobati e superveloci. Noi italiani, tra l’altro, abbiamo la fortuna (col Belgio) di conservare due delle cinque corse monumento: l’altra, il Lombardia, è il campionato mondiale della fatica, riservato a campioni completi. Dunque, cosa vogliamo di più: apriamo la stagione in modo più light, com’è giusto, con il Mondiale degli uomini-jet, e poi la chiudiamo con il Mondiale dei fachiri. Abbiamo tutto, perché andarci a guastare la vita? Perché buttare una gemma per prendere un’anonima chincaglieria?
Sono vergognoso e imperdonabile: avevo garantito nessuna arringa a difesa della Sanremo e invece ci sono ricaduto puntualmente. È che l’argomento proprio mi appassiona. Chiedo scusa. Lo considero un rapido ripasso della posizione mia e del Comitato Nessuno Tocchi La Sanremo, che non è registrato presso nessun notaio, ma che è molto affollato e molto agguerrito. Con senso del pudore, abbandono però le argomentazioni e passo immediatamente al punto vero, che nella questione eterna rappresenta il vero elemento di novità. Un punto ingiusto e insopportabile. Lo dico sinceramente: le posizioni di chi vuole siringare salita nella Sanremo per togliersi dai piedi gli uomini veloci, a favore magari di uno scalatore, sono rispettabilissime. Ci mancherebbe. Tutti hanno ragione, nessuno ha torto. Però bisogna intendersi sulle regole del gioco: bisogna ragionare in linea di principio. Cioè in base a convinzioni, ideali, persino estetica personale. Qui invece mi pare che ormai le crociate anti-Sanremo (così com’è) siano come foglie al vento, cioè leggere e volatili, completamente in balìa di una sola variabile: il nome del vincitore.
Per spiegarmi meglio faccio una brutale domanda: se per caso vincesse un italiano, se per caso vincesse magari anche uno straniero, però grosso e famoso come Cancellara o come Sagan, mi dicano la verità: davvero la nostra controparte sarebbe così allarmata e compulsiva da lanciare simili anatemi contro la formula Sanremo? Davvero Pier Bergonzi, vicedirettore della “Gazzetta”, grande innamorato del ciclismo, per me ideale direttore generale del Giro (quando glielo dico, mi ride in faccia), davvero il Pier avrebbe scritto l’editoriale che ha scritto dopo Demare se al posto di Demare, lassù sul podio, ci fosse finito Sagan? O meglio ancora Colbrelli, per dirne uno nostro?
Voglio chiarire: metto in mezzo Bergonzi perché è la voce più autorevole del partito rivale, tra l’altro voce del massimo organizzatore italiano. Forse sono malevolo nel giudicarne le intenzioni, ma niente mi toglie dalla testa che la Sanremo non sia al centro di un affascinante dibattito ideale, di pura filosofia spettacolare, ma soltanto in bilico sui mal di pancia del momento. Se così è, tuttavia, non si può più discutere. Quando vince Cancellara, o Pozzato, o Cipollini, viva la Sanremo, sempre viva la più eccitante e aristocratica corsa di primavera, se vince Demare subito indignazione e disgusto, ma che roba è la Sanremo, cosa è diventata, quanto aspettiamo ancora prima di insufflare due o tre Pordoi?
Lo dico chiaro e tondo. Se per parlare di un avvenimento pregiato, fragile e prezioso come una corsa così storica dobbiamo prima aspettare il nome di chi vince, io mi chiamo fuori e mando tutti cordialmente al diavolo. Se invece vogliamo fare sul serio, mi butto volentieri nella mischia. Però ragioniamo con la testa, non con la pancia. Qualunque soluzione ha i suoi pro e i suoi contro. A furia di pensarci, io una certezza l’ho raggiunta: la Sanremo così com’è, come è sempre stata, ha tanti pro e pochi contro. Da presidente del Comitato Nessuno Tocchi La Sanremo, carica assunta senza che nessuno mi votasse (poche storie: c’è anche chi governa una nazione senza avere preso un voto), prometto dura battaglia. Non c’è come il gusto della cause perse.
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