Editoriale
NO LOGO. Spero proprio che la bicicletta possa essere insignita del Nobel per la pace. Spero proprio che la campagna “Bike the Nobel” lanciata dal programma di Rai Radio2 “Caterpillar”, che in seguito a una raccolta firme arrivata in tutto il mondo possa andare a buon fine per un buon fine. La scelta del programma è stata quella di affidare alla brava Paola Gianotti la consegna delle adesioni raccolte. Duemila chilometri, da Milano fino a Oslo in bici. Tappa dopo tappa. Città dopo città, Paola ce l’ha fatta, è arrivata con le sue firme e il suo entusiasmo. Un gesto semplice, ma carico di significati. Andare in bicicletta da Milano a Oslo è stato un atto di rispetto per l’ambiente, un gesto di pace verso la comunità. Paola - che è stata seguita e incitata anche da noi di tuttobiciweb e alla partenza da Milano è stata anche personalmente accompagnata dal nostro Marco Pastonesi - è giunta a destinazione come da programma: ora dobbiamo solo pazientare e attendere di sapere se questo magnifico mezzo di locomozione, pensato e disegnato da Leonardo, sarà o meno insignito da questo immenso riconoscimento. Insomma, viva la bicicletta, viva Caterpillar e viva Paola. Detto questo, una piccola tiratina di orecchi alla Gianotti e a chi ha reso possibile questo progetto mi tocca. Nessuno come il sottoscritto sa che per vivere occorre avere sponsor. Anche Paola, per questa nobile causa verso il Nobel, ha bisogno di sostegno e non solo morale. Quindi me ne guardo bene dal dire che questa iniziativa doveva restare lontano dalle sponsorizzazioni, difatti non lo dico. Ma pedalare verso il Nobel, con una bici Cinelli, l’ho trovata una caduta di stile. Almeno la bicicletta doveva restare inviolata. Sulla maglia poteva anche starci il mitico marchio dell’amico Antonio Colombo e non solo quello, ma visto che si pedala per far ottenere alla bicicletta, a tutte le biciclette della terra, un simbolico premio Nobel era il caso di pedalare verso Oslo con una bicicletta anonima: no logo per tutti i loghi in tutti i luoghi. È vero, la causa vale molto di più di una piccola caduta di stile, ma di caduta si è trattato.
 
LA PROSSIMA VUELTA. Il Giro d’Italia superato dalla Vuelta? Sotto l’aspetto organizzativo neanche per sogno, sotto quello sportivo anche. Se un anno fa sulle nostre strade Contador si è trovato a dover lottare solo e soltanto contro un malandato Aru, che in pratica ha di fatto bloccato Mikel Landa, rivelatosi il vero antagonista dello spagnolo, quest’anno la musica si preannuncia diametralmente opposta. Nibali, che punta al grande bis rosa, dovrà fare i conti con diverse gatte da pelare, ad incominciare proprio da Landa che al Giro verrà con maglia nuova - quella del team Sky- e nuovi obiettivi. Per proseguire con Valverde, Uran, Majka, Dumoulin, tanto per citarne solo alcuni. Insomma, il cast quest’anno c’è ed è di assoluto valore. La sfida non sarà né scontata né tantomeno banale. Per la Vuelta, che avrà tra gli zebedei anche le olimpiadi di Rio, sarà per la prossima volta.

IL GIOCATTOLO SI È ROTTO. Mi spiace tantissimo che l’Androni Giocattoli Sidermec di Gianni Savio sia rimasta fuori dal Giro. Mi spiace perché Savio è uno di noi, un veterano del nostro sport, un uomo che per il ciclismo ha fatto tanto e sono convinto che possa fare ancora molto. Mi spiace per l’amico Mario Androni, persona mite e riservata, che ama questo sport in maniera incondizionata, con disincanto e la purezza di un bimbo. Certo, non fa beneficenza, crede in quello che fa e ha sempre pensato che il ciclismo fosse e sia uno sport ideale per farsi conoscere nel mondo a prezzi ragionevoli. Però anche lui si aspettava qualcosa di più. Pensava di valere una “wild card” per il Giro. Era certo che la serietà e il rigore mostrati in questi anni potessero pagare. Pensava fossero un valore. Si sbagliava. In molti si sono scagliati contro Mauro Vegni, il direttore della “corsa rosa” al quale è spettato il delicato compito di fare delle scelte e sappiamo benissimo tutti che quando si è chiamati a scegliere... Molti appassionati hanno mosso appunti sull’opportunità o meno di chiamare la Southeast, vincitrice sì della Coppa Italia, ma - come recita il regolamento - col diritto di correre la corsa rosa solo e soltanto a condizione che non ci siano problemi di tipo etico, economico e finanziario. Rcs Sport ha sempre l’ultima parola, e se è vero come è vero che l’Androni ha avuto due casi di positività, è altrettanto vero che anche la squadra di Citracca ne ha avuto uno: Carretero. E se vogliamo dirla tutta, dovremmo anche sottolineare il fatto che negli ultimi tre anni di casi ce ne sono stati diversi: da Mauro Santambrogio a Danilo Di Luca, passando per Matteo Rabottini. In più, quel Venezuela insolvente che dalle maglie dell’Androni è passato come per magia su quelle della Southeast. Chi è stato beffato e per questo ha denunciato il fatto a tutti gli organi competenti (Uci e Cio) è stato punito, chi ha preso in carico questa sponsorizzazione non ha patito alcun tipo di contraccolpo. Infine, all’Androni, squadra affiliata in Italia, come Bardiani e Nippo Vini Fantini, è stato preferito un team che per l’ennesima volta ha cambiato società di gestione e dall’Italia è tornato all’estero: in Irlanda. Sia ben chiaro, sono contento per Angelo Citracca, ma vorrei dire anche che il problema non è Mauro Vegni, bensì l’Unione Ciclistica Internazionale. C’è un organo che è deputato a controllare e valutare ogni singola squadra. C’è una società come la Ernst & Young che, quando vuole, spacca il capello in due e in passato l’ha fatto senza reticenze. Qui ci troviamo di fronte ad uno sponsor insolvente e nessuno sente il dovere di proferire verbo. In questo caso il team di Citracca ha avuto senza colpo ferire la sua bella licenza. Di Carretero non sappiamo più nulla, della questione Venezuela, a quanto pare, interessa poco più di niente, quindi per quale ragione Mauro Vegni avrebbe dovuto lasciarli alla porta? La Southeast a tutti gli effetti è in regola. Per i signori dell’Uci non c’è nulla di anomalo o irregolare. Quindi ha forse ragione Mario Androni: il giocattolo si è rotto. E temiamo di sapere anche chi è stato.

Pier Augusto Stagi
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