L’abbiamo atteso e invocato per anni, ma finalmente l’abbiamo a portata di mano. Il nuovo ciclismo è qui. Ce l’ha spadellato la corsa più celebrata del mondo, niente meno. Sarà proprio il Tour 2013 ad essere ricordato per sempre come l’inizio del nuovo mondo e del nuovo modo di concepire lo sport ciclabile. E com’è questo ciclismo di ultimissima generazione, sul quale abbiamo tutti lavorato alacremente per anni? Dobbiamo ancora prenderci confidenza, ma il suo profilo è già perfettamente chiaro. Più o meno, così.
Sostanzialmente, senza perderci in dettagli, si tratta di schierare al via un duecento corridori in una gara molto importante. Già alla vigilia cambia tutto: basta con gli stucchevoli pronostici, basta pure con le scommesse su chi vincerà e chi perderà, su quali saranno le tappe più difficili e interessanti del percorso, basta con la noiosa tradizione. Il vero argomento di massimo interesse, da qui in poi, è tutt’altro: le opposte fazioni discutono ferocemente se sia possibile vincere (magari persino terminare) un grande giro senza doping. Toni ultimativi, ultrà da una parte e dall’altra, chi garantisce che è inutile fare gli ingenui e i creduloni perché senza farmacia non si va da nessuna parte, chi giura dati alla mano che vincere nella massima pulizia è umano e possibile. E i corridori al via? Chissenefrega dei corridori: mica è uno sport di corridori, il nuovo ciclismo.
Poi la corsa parte è c’è il durante. Anche qui: taglio netto con la solita solfa. Una volta i tifosi si schieravano per il proprio campione, chi gioiva per il vincitore, chi piangeva per lo sconfitto. Si guardavano gli ordini d’arrivo, si spulciavano le classifiche. Tutto finito, quello è il paleolitico. Adesso si assiste all’impresa e subito si creano i due schieramenti: tutta roba vera, tutta roba falsa. Un tifo dannato per le due linee di pensiero. Chi ci porta pacchi di rilevazioni e di confronti con il passato per dimostrare che una certa scalata e una certa crono hanno fatto registrare dati al di sopra delle umane possibilità, cioè sono solenni patacche, cioè sono imprese false. Chi invece si strappa i vestiti, allegando dati di computer e segreti d’allenamento, per dimostrare come nel modo più onesto e naturale si possano sfondare certi limiti, dunque quelle imprese sono verissime e sono stupendissime. Praticamente, è la riedizione adulta e post-moderna di un vecchio gioco familiare, e chi se lo scorda, il famoso gioco del vero o falso?
Poi si arriva all’ultima tappa. La sua bella premiazione, il suo bel palco, i suoi bravi inni. In un passato lontano, chi vinceva veniva celebrato con bancali di superlativi, si ritrovava santo ed eroe dalla sera alla mattina, pure troppo, comunque talmente lanciato da iniziare un nuovo giro per raccogliere appalusi e ingaggi nelle esibizioni di paese e contrade, come una madonna candelora in processione mondiale. Niente di tutto questo, nel nuovo ciclismo. Un secondo dopo la chiusura della corsa, il trionfatore viene messo in frigorifero, tra milioni di sospetti e di diffidenze, di condizioni e di condizionali, fino a nuovo ordine. La classifica finale è un puro pro-forma: i tifosi se ne impippano altamente di questa classifica. I veri tifosi si mettono in posizione di attesa, senza credere minimamente al risultato, sapendo che prima o poi, se non saranno mesi saranno anni, comunque la vera verità verrà a galla. E allora sì che questo vincitore riceverà le giuste acclamazioni: a insulti e bastonate.
È proprio una cosa tutta nuova. Rivoluzionaria. C’è da andarne fieri. In sede di bilancio, un sentito grazie a tutti. Ai corridori, ai loro team-manager, ai loro medici. Ma anche ai meccanici e ai giornalisti, ai massaggiatori e agli autisti. In tutti questi anni si sono impegnati a fondo, ma alla fine il risultato li ha premiati: l’hanno voluta, l’hanno cercata, l’hanno costruita, ma ora possono godersi il frutto di tanta fatica. Questa boiata pazzesca.
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