Rapporti&Relazioni
Dai, parlaci di ciclismo

di Gian Paolo Ormezzano

Da tempo sognavo speravo pensavo di scrivere un articolo come questo. Dove parlo di me per parlare d’altro. Di una cosa importantissima anche se difficile da mettere nero sul bianco. Adesso tutto­BI­CI mi sollecita la consegna del pezzo, il tempo è poco, ho le at­tenuanti del dover fare in fretta, magari posso scrivere ciò che vo­glio, purché io scriva. Voilà.
Ho 78 anni, sono giornalista sportivo abusivo da più di 60, giornalista regolarmente assunto (una specie in via di estinzione) da 53, giornalista pensionato da 22. Ho 3 figli e 8 nipoti. Scrivo ancora su giornali importanti e vado in giro a parlare di sport, trovando persino chi mi paga per avere in cambio il mio bla-bla-bla. Ho seguito 24 edizioni dei Giochi olimpici, fra estivi ed in­vernali, record giornalistico del mondo, 28 Giri ciclistici d’Italia, 12 di Francia, 7 Mon­diali di calcio, 11 di Formula 1, nonché una grande quantità di campionati mondiali ed europei di tanti sport, inclusi atletica e nuoto e ciclismo, di meeting internazionali ad alto livello. Su dieci uomini o enti che mi convocano per dibattiti, conferenze, tavole ro­tonde, insomma assortitissime me­nate di torrone, spesso pagate bene, nessuno mi chiede di parlare di calcio che non sia quello del Grande Torino - di cui sono stato testimone dal vivo - e casomai di Gigi Meroni (diciamo che lo fan­no 3 persone su 10), uno mi chiede di parlare di Olimpiadi, uno di parlare di doping, tutti gli altri di parlare di ciclismo. Eppure anagraficamente risulta chiaro che non posso avere frequentato Coppi, morto nel 1960, e che il mio Bartali era da tempo (1954) sceso di bici quando cominciò la nostra amicizia, mentre il mio Magni. concluso fisicamente da poco, fu sempre il terzo, un ter­zo.

Ciclismo però, sempre. Ci­clismo a go-go. A ol­tranza. Ciclismo pol­veroso, tarlato, stradatato. Ci­clismo perché sì.
Ciclismo di Baldini, di Nencini, di Gimondi, di Motta, di Sa­ron­ni, di Moser, di Pantani (oh Pantani). Ciclismo mio.
Persino i miei nipotini e anche ormai nipotoni mi chiedono di raccontar loro il ciclismo. Non ho ancora capito, forse anche perché non voglio capirlo, se lo fanno per compiacermi, se per controllare quanto sono bugiardo o almeno fantasioso, se per reagire al troppo calcio che li circonda, li permea, li soffoca, li condiziona, insomma li frega. Il più vecchio di loro, anni 19, ha scoperto ultimamente la bicicletta, ha deviato su magliette e birre e kebab i primi soldi strappatimi per pagargli lezioni di guida, passerà l’estate a Minorca facendo babysitteraggio in un club e an­dando in bici, è felice, dell’auto non gliene frega più niente. Non crede assolutamente che quando io avevo i suoi 19 anni andavo in strada per sentire tra la folla le radiotrasmissioni che dai bar mi raccontavano l’arrivo della tappa del Giro d’Ita­lia, però mi ha det­to - si è informato prima di partire - che a Minorca si trovano i giornali italiani così saprà delle corse in bicicletta. La sua cugina ultima, Anna, nata a giugno, alla sua terza poppata sembrava un corridore che aveva saltato il ri­fornimento.

Ho più volte scritto, an­che e so­prattutto su questo giornale, del crimine che commette chi, avendo in qualche modo la gestione di un patrimonio che si chiama ciclismo, si lascia sopraffare da al­tro sport, non conduce una in­telligente campagna di culto a pro della bicicletta, insomma dissipa un capitale. Ma ho sempre scomodato ipotesi, tesi, progetti, velleità. Adesso ci sono di mezzo i miei nipoti, la cosa si fa seria. Ci sono di mezzo io che, quando si pensava che l’estate non dovesse più arrivare, ho detto di sì a inviti per andare, a luglio e ad agosto, a parlare di ciclismo in giro per l’Italia. Non uno che mi abbia se­dotto e in­gaggiato per parlare di calcio o di altro sport che non sia in bici. Un Grande Torino, ecco, uno solo propostomi come te­ma: percentuale fisiologica, ma con l’assicurazione che si parlerà an­che del Tour de France.
Ho partecipato in giugno, sotto un sole ardente e in un caldo da fornace, con don Luigi Ciotti grande amico mio e dell’Italia dei giusti, ad una cerimonia su un picco che dà sul paese dove è na­to Cesare Peva­e­se, nelle Langhe che furono partigiane, si ricordavano cinque gio­vani trucidati dai nazifascisti. Al primo mo­mento di relax, ab­bia­mo cominciato a parlare di ci­clismo, io sotto tiro: dicci di Cop­pi, era davvero così forte? dicci di Pantani, davvero era drogato?, noi comunque lo abbiamo amato tanto. Mentre la riportavo a casa, a Torino, una mia studiosissima bellissima ni­pote, che è impegnata a fondo con Ciotti cioè con Libera contro le mafie, mi ha chiesto se voglio parlare a lei e amici e amiche di ciclismo, a raccontare la bicicletta, perché loro non vogliono ac­cettare che lo svago, la vacanza mentale sia­no tutto football e canzonette: che poi, mi ha fatto notare, si tratta di altro subdolo lavoro da coatti sfruttati, altro che svago.
Ecco, ho messo avanti esperienze personali. Sono liquidabilissimo: ma cosa ce ne frega delle tue pa­tur­nie superdatate? Ma se per caso io avessi un atomo di ragione a parlare di spreco, di crimine?
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