Rapporti&Relazioni
Ma è mai possibile?

di Gian Paolo Ormezzano

Non è mai esistita nella storia dello sport una disciplina che abbia assunto su di essa situazioni, compiti, missioni, colpe, passaggi, trasposizioni, impegni storici come il ci­clismo. Par­liamo ovviamente di coinvolgimento in sede mondiale e non di situazioni spicciole: lo sci di fondo per gli svedesi e per i finlandesi ad esempio è stato co­protagonista, insieme con i guerrieri che lo praticavano per esigenze vitali, di loro lotte epiche contro i danesi e poi contro i russi, in secoli anzi in epoche di­verse e lontane, ma di queste storie il contadino francese o l’italiano di pae­se o lo statunitense di me­tropoli non hanno mai saputo nulla, mentre la vicenda insieme singola e corale della bicicletta co­me strumento di lavoro, di trasporto, di svago, in tem­pi diversi o simultaneamen­te, ha interessato eccome tantissimi terricoli, li ha ri­guardati direttamente, esclu­si forse quelli di molta parte del continente africano. Il ciclismo ha addirittura impersonato per il mondo tutto il conflitto tra motorizzazione e fatica manuale, tra carburante umano e carburante minerale, tra due diverse filosofie del tempo, dello spazio, della fatica, con abbondanti spargimenti di cultura in molte sue situazioni.

Neanche nell’antichità c’è stato un qualche sport che abbia contenuto dentro di sé così tante istanze persino so­ciali assortite, che abbia avuto co­sì tanti contatti con la storia, così tanti addentellati con il presente e (questioni ecologiche) con il futuro. Ad un certo punto la bicicletta, che autenticamente si faceva strada nelle città, fu ad­dirittura vista e criticata e quasi vietata come strumento diabolico per scippatori, facilitati dal mezzo nell’approccio rapido alle vittime e nella fuga da esse. E anche rimanendo nell’ambito dello sport, si pen­si soltanto (soltantoo­oo­o???­!!!) alla faccenda del doping, dove il ciclismo ha assunto, sopportato e supportato vari ruoli, da quello della cavia a quello dell’esploratore, da quello di posto dell’illegalità poveraccia a quello di posto di sperimentazioni ad alto contenuto scientifico, da quello di posto del controllo ufficiale acre ed accurato a quello di posto del controllo ufficioso morbido, da quello di oggetto della sperimentazione ingenua a quello di soggetto del­la pratica più truffaldina. Il caso Arm­strong poi ha dato ulteriore immensa pubblicità alla questione, sia quella particolare del cam­pione, sia quella della intera problematica medica e morale della pratica insieme vietata e cercata (e chissà se fun­ziona an­che qui la tesi altamente psicologica del “cercata perché vietata”).
Una summa insomma di cose: contatti, interessi, ricerche di va­rio genere, contributi sociali, at­tività legislative, attività culturali, persino rappresentazioni, attraverso lo sport, dello status di tut­to un popolo. Il Tour de France 1950 ad esempio vide il ritiro coatto dei ciclisti italiani di fronte alle intemperanze del pubblico francese. Con Fiorenzo Magni in maglia gialla e Gino Bartali candidatissimo al successo fi­nale, la faccenda venne presentata ed anche smaltita come un fatto le­gato ad interessi sportivi, di tifo. In realtà i pericoli fisici maggiori, per i nostri pe­dalatori, vennero da azioni violente di lavoratori francesi di una industria ciclistica in crisi, minacciati di licenziamento perché sul mercato arrivavano i più convenienti prodotti italiani, reclamizzati proprio in Francia dai successi nostri al Tour.

Di fronte a tutta questa im­portanza di natura sociale, storica, culturale, e se si vuole anche economica, è possibile che l’espressio­ne agonistica, sportiva di questo fenomeno sia adesso rilegata, in Italia, ad una presenza sempre più ridotta in sede mediatica? È possibile che cor­se in linea di introduzione al campionato del mondo, corse a tappe come il Giro di Spa­gna, su certi quotidiani che pure hanno pagine sportive numerose e (per il resto) curate, abbiano spesso diritto soltanto ad una “breve”, come sono chiamate in giornalistichese le poche righe, magari senza neanche un titolino, che riportano sommariamente l’esito di una gara, o forniscono un an­nuncio di poco conto? È possibile che il ciclismo trovi spazi de­gni soltanto quando di esso viene trattato un caso indegno? È possibile che con la mondializzazione ormai dello sport della bicicletta (anche l’Africa, presto) noi si sia fermi allo strapaese, all’attesa messianica di un italianuzzo che vinca? È possibile, è possibilissimo. Mettiamo che Moreno Mo­ser sia un campione grosso così: di lui si parlerà soprattutto come del nipote di Francesco...

Davvero non c’è niente da fare? Davvero in tempi di austerità spinta, di ricerca frenetica del risparmio, in tempi di crisi dell’auto sia in senso economico che in senso, massì, culturale, non si possa fare niente per dare alla bicicletta spazi nuo­vi al di là dello spazio storico (l’aggettivo sa sempre un poco di muffa) or­mai assodato e marmorizzato, musealizzato, anzi mausoleizzato, per assegnarle un ruo­lo forte nei progetti di rinnovamento, in chiave ecologica, della società? Non c’è un politico che, da grillo o da ghepardo non im­porta, spinga la bicicletta avanti nei progetti di nuova vita urbana e non solo, nella scuola, nei co­stumi? Non diciamo di fondare un partito, ma di giocare una par­tita tutti insieme. Come se fos­simo davvero una federazione...
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