Continuiamo spesso a chiederci, da soli, o anche nello spazio di questa rubrica, quali siano i meccanismi che portano un ragazzo un giovane un uomo - o quella quota di “bambino” che resta in loro - a nu-trire simpatia, o viceversa antipatia, per gli attori della vita e dello sport. E del ciclismo, in particolare. Simpatia, o antipatia, da distante: per i nomi, in verità, prima ancora che per i personaggi.
Confessavo, un giorno, in una serata all’Eroica di Gaiole in Chianti, al buon Idrio Bui che - chissà perché - nelle mie corse di fantasia da ragazzo, con le biglie o in bici, lui era una delle mie incolpevoli vittime preferite: Bui, quasi sempre fra gli ultimi, colpa chissà di un nome troppo breve, vuoi mettere Tognaccini, che lo batteva sempre, anche quando non lo avrebbe mai superato. O di un nome niente affatto musicale, vuoi mettere un Bui con lo swing di un De Bruyne...
Ma in uno sport che molte volte abbiamo visto da lontano, e così forse ci è stato dato di amarlo più profondamente, come gli amori svaniti, c’è una antipatia nostra primitiva che la vita - forse già ne abbiamo accennato - avrebbe invece trasformato in una serena, irrefutabile, più cosciente simpatia.
Ed è il rapporto “sentimentale” con Lance Armstrong, il campione statunitense che ha appena compiuto, il 18 settembre scorso, i suoi primi quarant’anni. E che ci apparve profondamente antipatico, in quel suo Mondiale vittorioso di Oslo ’93, quando con la spavalderia di un cow-boy fece suo, sotto la pioggia, il ranch del ciclismo. Alla faccia, lui fisico da triatleta a stelle e strisce, del caro ciclismo della Vecchia Europa. Avremmo preferito, forse, che vincesse Frans Maassen, quel giorno: ma non però Olaf Ludwig..., e sempre a quel dilemma irrazionale “simpatia&antipatia” ritorniamo...
Ne scrivemmo sul nostro giornale con toni presuntuosi, se non accidiosi. Che era stata una vittoria arrogante, storicamente forse eclatante, chiassosa pure, ma certo senza vera musica. E che la musica vera, anche abbinata allo sport, restava quella di un altro americano Armstrong, Louis, quella arcana di All the time in the world.
Ma qualche giorno dopo, sul Corso del nostro paese, cominciava appena settembre, ci fermò un conoscente gentile, un giovane biondo che vedevo spesso correre in bici, la maglietta della GIS Gelati, nel fisico qualcosa di Van der Velde: “ma perchè avete scritto queste cose contro Armstrong, dottore? Uno che vince, e così giovane poi, merita se non simpatia, almeno rispetto, non vi sembra?”.
Quel ragazzo biondo, che pedalava per Carano e le strade vicino al Garigliano sempre con l’inseparabile amico Gianni, ci aveva impartito così una lezione di misura e di equilibrio. Ed avrebbe lasciato a noi in eredità una emozione ben maggiore, quando, nel ’98, avremmo saputo della sua drammatica morte in bici, per un incidente stradale. Una indelebile commozione. Senza parole, se non un nome ed un cognome. Si chiamava Leopoldo Perrone.
Armstrong, da allora, non lo avremmo tradito più. Dal suo ritorno dalla malattia, Not only bike, alla sua prima vittoria nel Tour nel ’99, che sembrò quasi esorcizzare il dispiacere provato per la delusione di Pantani, alla sequenza successiva di trionfi.
Al suo secondo ritorno, ancora, quando le vittorie non sarebbero sbocciate più, come i fiori che hanno perso la buona fortuna della primavera. Ed a quella sua struggente consapevolezza, ultimo Tour 2011, numero “21”, perduto, I wish I was younger - «avrei voluto essere più giovane» -, che portiamo al cuore stretto come un adesivo, se non come una arresa dichiarazione di amore. Fedele, con al polso destro, fosse una mostrina, il suo braccialetto giallo: Livestrong.
È stata musica, la sua, non clamore, non dodecafonìa. Ed avevamo torto noi, nel ’93.
Lui potrà interpretare meglio, e per più tempo ancora del vecchio Louis, All the time in the world. Lui che un giorno, a Limoges, al Tour del ’95, vinse nel nome di Fabio Casartelli. E che aveva incantato ancor prima il sorriso di quel ragazzo biondo, Leopoldo Perrone, che non lo avrebbe mai conosciuto. Ma che continua in prima fila ad applaudirlo per sempre - All the time in the world -, a corsa ormai finita.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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