E come no: i ciclisti sono drogati persi, basta guardarli in faccia e comunque lo sanno tutti, Rosolino invece è un sant’uomo, anzi un dogma che nessuno deve permettersi di toccare, tanto meno quel camorrista pentito, uno zozzone e pure un po’ cornuto. Quando si dice figli e figliastri, quando si dice due pesi e due misure. Eccolo qui, il sublime esempio di obiettività e di equilibrio, offerto in grottesca joint-venture da certa stampa e da certi altissimi dirigenti del CONI. Sul ciclismo fanno tutti i pavoni, travestendosi da Torquemada della legalità e della moralità, partendo con la clava contro un movimento di truffatori per definizione. Si fanno belli, promettono lotta dura senza paura, minacciano persino di chiudere tutto. Poi, non appena qualche schizzo di fango sbaglia bersaglio e colpisce - ops - qualche esimio esponente di altre discipline, ecco i feroci Torquemada smettere la tonaca dell’inquisizione incendiaria per trasformarsi in tiepidi e sottili ragionatori, pieni di dubbi e di distinguo, va bene, c’è un pentito, però attenzione, bisogna stare cauti, c’è di mezzo un campione come Rosolino, un esempio per i giovani, un mito positivo dei nostri tempi, uno che ha sempre detto di doparsi con spaghetti alla pummarola, è un patrimonio che va difeso, e la rava e la fava...
Caro direttore Stagi, cari lettori di tuttoBICI, lo dichiaro qui apertamente: non li reggo più. A me sta bene tutto, da quattro anni (Tour ’98) sta bene menare bordate contro i dementi della pedivella che ancora non hanno capito bene l’andazzo, sta bene svergognare pubblicamente anche atleti che sbagliano di poco, sta bene persino diventare dubbiosi su tutte le imprese che nell’ultima era ci siamo sorbiti, sta bene raffreddare un po’ la mia passione per lo sport che amo, sta bene addirittura pagare la crisi generale del settore, se serve, sta bene qualsiasi cosa al limite del masochismo, ma questo è accettabile se si gioca ad armi pari. Se tutti quanti gli altri sport, i più importanti e i più piccini, usano lo stesso metro di giudizio, le stesse regole, ma soprattutto la stessa visuale. E se il luogo comune “tutto il mondo sportivo deve combattere il doping, perché il doping non riguarda solo una disciplina” esce dal suo ambito di luogo comune per diventare un effettivo atteggiamento generale. Se questo avviene, noi del ciclo possiamo tranquillamente continuare a farci del male, fino a completa guarigione. Ma se non è così, se per qualcuno vale il dogma della verginità, allora faccio una proposta: chiudere le trasmissioni e non parlarne più. Pescano Simoni alla cocaina? Due righe in fondo a destra. Pescano Garzelli al diuretico? Una riga in fondo alle brevi, magari solo per dire che è una baggianata colossale, perché tutti sanno come uno stupido diuretico non faccia andare più forte un ciclista.
Un bel ritorno all’omertà, alla superficialità, alla complicità. Ecco quello che si meriterebbe il signor presidente del CONI, Gianni Petrucci, pronto a fare le sue belle figure davanti al Paese quando del Giro restano solo macerie, convocando gli stati generali per spiegare come non si fermerà davanti a niente, salvo poi saltar su tipo vergine trafitta quando esce il nome di Rosolino, ma va là, e perché, e come si permettono, un’icona del nostro sport data in pasto così alla cronaca più bieca, vigileremo, tuteleremo, risponderemo. Ma come si permette lui, di guardare i suoi atleti con due occhi diversi, spietato a prescindere con gli uni (e non dico quali), benevolo e protettivo con gli altri. Caro il mio presidente, io non voglio dire che Rosolino sia dopato (perché non lo so), ma non esiste che la Federnuoto arrivi a minacciare di non andare agli Europei (dico gli Europei) come reazione all’offesa e lei nemmeno si senta in dovere di schiaffarli tutti contro il muro con quattro sane parole, del tipo “voi onorate i vostri impegni, voi vi presentate agli Europei, perché lo sport italiano non è una faccenduola per zitelle isteriche che piantano il muso quando qualcuno mette in discussione la loro illibatezza”...
Caro il mio presidente, non esiste che i ciclisti subiscano a tutte le ore del giorno e della notte, lungo l’intera annata, una gamma di controlli ampia come il campionario dei tessuti di una fabbrica di divani, mentre i signori del calcio, agli ultimi Mondiali, se ne escono ineffabili con un netto rifiuto ad accettare i controlli a sorpresa della Wada, la massima agenzia mondiale istituita proprio per setacciare il male in tutti gli sport. Soprattutto, caro il mio presidente, non esiste che questi prendano decisioni simili e lei non si senta in dovere di dire nulla, nemmeno a titolo di commento personale, salvo farsi bello come una suorina davanti alla nazione invocando controlli sempre più severi per i malfattori delinquenti farabutti della bicicletta. E dov’era, signor presidente del CONI, quando il calcio travolto dallo scandalo passaporti ne uscì in bellezza cambiando dalla sera alla mattina le regole del gioco: era per caso girato dall’altra parte? O era magari impegnato in una riunione per decidere l’inasprimento della lotta al doping nel ciclismo?
Se questo è l’andazzo, caro il mio presidente, cari i miei colleghi di certe televisioni e di certi giornali che sanno tirare fuori censure veementi e attributi da toro solo al Giro d’Italia, salvo sparire dalla circolazione quando il nandrolone svergogna il pallone, se questo è l’andazzo, carissimi tutti quanti, è ora di finirla. Quelli del ciclismo saranno malfattori delinquenti farabutti, ma non hanno l’anello al naso. Non tutti, almeno. Dunque sappiate che c’è un limite alla sopportazione, anche qui, nel masochistico mondo delle due ruote. Se ci sta che i damerini del nuoto minaccino di non presentarsi ad un grande appuntamento internazionale perché si sentono offesi, ci sta anche - dico la prima che mi viene in mente - di non presentarsi al raduno della nazionale azzurra in vista del Mondiale di Zolder, o di non partire alla Milano-Sanremo. Se l’atteggiamento non cambia, se non si chiude con la vergognosa abitudine di infierire sempre sugli stessi e di diventare tanto comprensivi con gli altri, saremo capaci di adeguarci. Il giorno che i ciclisti si rifiuteranno di partire ad una corsa, nel mio piccolo - sperando di non essere il solo - eviterò di gridare vergogna, come sarebbe giusto. Dirò bravi, com’è doveroso.
Cristiano Gatti, bergamasco, inviato de “Il Giornale”
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