Uno spicchio di luna, un cielo profondamente blù, una striscia di spiaggia, distesa tra due promontori dai nomi emblematici, Monte d’Argento e Monte d’Oro. Un lungomare silenzioso di luci su cui fantasticare un traguardo del Giro, in volata...
No, non c’era mica già l’atmosfera allusiva di una rotonda sul mare, complice un juke-box d’antan, al Lido “I Delfini”, a Scauri. No, niente amarcord di un due-pezzi nero che non ci filava affatto, vi dominava senza sconti un tempo rigidamente boreale.
Ma era solo il palcoscenico naturale, a cielo aperto, di un incontro con il ciclismo che avanza, con la sua gente, tra un giubbotto ed una tuta, e le ampie stanze di un albergo dedicato, verso un’altra stagione, verso un’altra primavera.
Scauri, “Hotel Rivafiorita”, nome beneaugurale, la squadra da salutare, la Ceramica Flaminia. Una squadra, ma poteva benissimo essere un’altra, in verità la CarmioOro Ngc dimorava solo 50 chilometri più in su, a Fondi.
Ma il nodo cruciale era più esplicitamente ancora lì. Scauri, una stazione balneare rivisitata, subito dopo il Garigliano, tra il litorale domizio e la Riviera d’Ulisse, tra Sessa Aurunca e Formia...
Il nodo era felicemente risolto lì, quello di un ciclismo che vince d’inverno, che pervade il contesto di una realtà e di un habitat anche, se non ancor meglio, al di fuori del canonico ed esasperato tempo agonistico.
Questo Mare Tirreno nostrum, quel tratto di Tirreno tra Campania e Lazio, ormai dimenticato anche dalla Tirreno-Adriatico, si è arricchito mai come in questo scorcio di 2010 di una propria vibrazione ciclistica dichiarata, specifica. DOC. Il sito ideale per una preparazione, un ritiro, un romitaggio, un raduno collegiale, chiamatelo come volete....
Geografia perfetta, piccoli paesi di storia con cui scambiare emozioni e complicità, da Minturno a Suio Terme, lunghi rettilinei su cui tirare il collo ed intriganti tuffi nell’interno, a ricercare itinerari di collina, come Valogno e Roccamonfina, o ascese più arcigne, come la Madonna della Civita e Campodimele. «Siamo stati benissimo», come diceva Orlando Maini, sorriso enorme come l’amore mai dismesso per Pantani, con un braccio sulle spalle di Fabrizio Lucciola, il neofita aurunco che indossava un po’ il ruolo del padrone di casa.
«Siamo stati benissimo, ottimo lavoro». E a bici non ancora rombanti, non ancora scalpitanti, su morbide cadenze, era la ratifica convinta della affinità elettiva tra un piccolo mondo di terra e mare e sapori autentici e il grande universo dello sport a pedali. «Sapessi quanti cicloamatori, quanti appassionati ci hanno seguito, in allenamento», continuava Fabrizio, che vedeva incredibilmente realizzato il sogno di tornare vestito da grande negli angoli da cui aveva scrutato il ciclismo da piccolo, con il padre Marcello, sulle bici del Gs Cellole.
Grande promozione per il ciclismo, grande spot, da non disperdere o dilapidare. E piccola maiuscola ipotesi di un turismo invernale, se vogliamo, nel segno del ciclismo. Da lanciare lì, al balzo, tra un manager attento come Roberto Marrone e un presidente meridionale dell’Associazione dei Gruppi sportivi, come Stefano Feltrin.
«Mi ha conquistato il ciclismo, sai, la sua semplicità, mica lo conoscevo, io venivo dal calcio e dalle sue beghe - come ci confidava Raffaele Pinto, il patron napoletano del “Rivafiorita” -. È bella gente, questa». E io mi riguardavo, a maggior ragione, l’antico Massimo Podenzana, il ritratto del gentiluomo anche disceso dalla bici.
Bella gente. E contro il mare d’inverno, sulla Riviera di Ulisse, approdo fatale di valori ed ideali, diritti dal passato al futuro, gente vera e nostra ancora di più.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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