Scripta manent
Il ciclismo che vince in inverno

di Gian Paolo Porreca

Uno spicchio di luna, un cielo profon­da­mente blù, una stri­scia di spiaggia, distesa tra due promontori dai nomi emblematici, Monte d’Ar­gen­to e Monte d’Oro. Un lun­gomare silenzioso di luci su cui fantasticare un tra­guardo del Giro, in volata...
No, non c’era mica già l’at­mosfera allusiva di una ro­tonda sul mare, complice un juke-box d’antan, al Lido “I Delfini”, a Scauri. No, nien­te amar­cord di un due-pezzi nero che non ci filava af­fatto, vi do­minava senza scon­ti un tempo rigida­men­te boreale.

Ma era solo il pal­co­scenico naturale, a cielo aperto, di un incontro con il ciclismo che avanza, con la sua gente, tra un giubbotto ed una tuta, e le ampie stanze di un al­bergo dedicato, verso un’al­tra stagione, verso un’altra primavera.
Scauri, “Hotel Rivafiorita”, nome beneaugurale, la squadra da salutare, la Ceramica Flaminia. Una squadra, ma poteva benissimo essere un’altra, in verità la Car­mio­Oro Ngc dimorava solo 50 chilometri più in su, a Fon­di.
Ma il nodo cruciale era più esplicitamente ancora lì. Scauri, una stazione balneare rivisitata, subito dopo il Ga­rigliano, tra il litorale domizio e la Riviera d’Ulis­se, tra Sessa Aurunca e Formia...
Il nodo era felicemente risolto lì, quello di un ciclismo che vince d’in­verno, che pervade il con­testo di una realtà e di un habitat anche, se non ancor meglio, al di fuori del ca­nonico ed esasperato tempo agonistico.
Questo Mare Tirreno no­strum, quel tratto di Tirreno tra Campania e Lazio, ormai dimenticato anche dalla Tirreno-Adriatico, si è ar­ricchito mai come in questo scorcio di 2010 di una propria vibrazione ciclistica dichiarata, specifica. DOC. Il sito ideale per una pre­parazione, un ritiro, un ro­mitaggio, un raduno col­le­giale, chiamatelo come vo­lete....

Geografia perfetta, piccoli paesi di storia con cui scam­biare emozioni e complicità, da Minturno a Suio Terme, lunghi rettilinei su cui tirare il collo ed intriganti tuffi nell’interno, a ricercare iti­nerari di collina, come Va­lo­gno e Roccamonfina, o ascese più arcigne, come la Ma­donna della Civita e Cam­podimele. «Siamo stati benissimo», come diceva Orlando Maini, sorriso enorme come l’amo­re mai dismesso per Pan­tani, con un braccio sulle spalle di Fabrizio Lucciola, il neofita aurunco che indossava un po’ il ruolo del pa­drone di casa.

«Siamo stati benis­si­mo, ottimo lavo­ro». E a bici non ancora rombanti, non an­co­ra scalpitanti, su morbide cadenze, era la ratifica con­vinta della affinità elettiva tra un piccolo mondo di terra e mare e sapori au­ten­ti­ci e il grande universo dello sport a pedali. «Sapes­si quanti cicloamatori, quanti appassionati ci hanno seguito, in allenamento», continuava Fabrizio, che vedeva incredibilmente realizzato il sogno di tornare vestito da grande negli an­goli da cui aveva scrutato il ciclismo da piccolo, con il padre Marcello, sulle bici del Gs Cellole.
Grande promozione per il ciclismo, grande spot, da non disperdere o dilapidare. E piccola maiuscola ipotesi di un turismo invernale, se vogliamo, nel segno del ci­clismo. Da lanciare lì, al balzo, tra un manager attento come Roberto Marrone e un presidente meridionale dell’Associazione dei Grup­pi sportivi, come Ste­fano Feltrin.
«Mi ha conquistato il ciclismo, sai, la sua semplicità, mica lo conoscevo, io venivo dal calcio e dalle sue be­ghe - come ci confidava Raffaele Pinto, il patron napoletano del “Riva­fio­rita” -. È bella gente, questa». E io mi ri­guardavo, a maggior ra­gio­ne, l’antico Massimo Poden­zana, il ritratto del gentiluomo anche disceso dalla bici.

Bella gente. E contro il mare d’inverno, sulla Riviera di Ulis­se, approdo fatale di valori ed ideali, diritti dal passato al futuro, gente vera e nostra ancora di più.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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