Scripta manent
La bici di Vic

di Gian Paolo Porreca

La morte è una fine, e a un giornale di sport, di vita andrebbe sem­pre in qualche modo consi­derata estranea. Inci­den­tale. Lo scontro in gara, il dram­ma su una strada: l’au­to­mo­bilismo di Von Trips e Clark, il moto­ci­clismo di Saarinen, il ci­clismo stesso, pensiamo an­cora a Casartelli o a San­ti­steban...
Ma, si sa, l’attualità del ci­clismo, e dello sport di oggi, ha sempre più fre­quen­te­men­te offerto in merito vi­cende tragiche legate invece alla sua evoluzione (o “devo­lu­zione”) scientifica e so­ciale, tanto da diventarne nell’ultimo decennio un con­trocanto malinco­nica­mente obbligatorio.
Vandenbroucke oggi, come Fois, ieri, come Pantani e Ji­menez l’altro ieri.
Con quanto di successiva di­samina inevitabile, e infrut­tuosa. Post-mortem. Au­top­sia, esami istopatologici, con­trolli tossicologici. Con le cadenze dovute, ma certa­men­te ancora bibliche, pro­prie della scienza e della ma­gistratura. E con gli equivoci e le letture di parte abituali. Fino alla naturale perdita di tensione e di attenzione sulla vicenda stessa. (Nello spe­ci­fico caso di Frank Vanden­broucke, ad esempio, si è par­lato come causa del de­cesso di una embolia polmo­nare e di una cardiomiopatia preesistente. Ma, in attesa dei riscontri tossicologici, e di fronte all’elemento do­cu­mentale dei segni sul corpo di DUE iniezioni eseguite, quale ricostruzione di causa-effetto va data, in relazione al citato riscontro autop­tico?). Tant'è. Ed è intolle­rabile che il ciclismo, uno sport co­niugato per i suoi va­lori ideali al sole e alla pri­ma­ve­ra, percorra con una fre­quen­za in tremendo au­men­to questo tunnel carico di polvere che non prevede lu­ce finale.

Ma ci strugge di­ver­samente, forse non è lecito dirlo, ma è quel che sentiamo vivamente dentro, l’assurdità di una al­tra scomparsa. La morte di Victor Van Schil, il gregario storico di Eddy Merckx, a 69 anni. Morte per suicidio, nel garage della sua abitazione. È presunzione, forse non è mi­sericordioso, pensare a que­sta fine come ad una fine diversa dalle altre citate: di segno inverso. Morte non me­diatica, di un uomo an­ti­co e non più giovane, non di un moderno ex-ragazzo. For­se è egoismo, ammettere una gerarchia pure nelle mor­ti. Ma tant’è, sapere che Van Schil, un emblema di quei valori umani che il ci­clismo ci è parso rap­pre­sentare, sia scomparso così, è un dolore immenso.

Van Schil, l’unico gre­gario, ma che di­cia­mo gregario, di­ciamo pure amico, che abbia ac­compagnato Merckx in tut­ti e cinque i suoi Giri vinti. Van Schil, quel belga lì che nei primi anni alla Mer­cier era pure stato visto come il promettente rego­larista che al ciclismo di quel­le parti mancava, di­cias­settesimo al Tour ’62, e buon fondista, secondo alla Liegi ’66, la Lie­gi di Anquetil, e che poi, dal ’68 a seguire, spuntato l’astro Merckx, avrebbe ri­posto le sue am­bi­zioni in­di­vi­duali e gli avrebbe se­re­na­mente offerto i suoi servigi, la sua spalla, la sua de­vo­zione. Dalla Faema alla Mol­teni, 1968-1976. Semplice, umile, leale, lui che pure una Freccia del Bra­bante, un Gi­ro della Val­lonia e una qua­rantina di suc­cessi li aveva incamerati in carriera. Con una im­ma­gine esemplare per tutte e per sempre. L’arrivo in tan­dem alla Liegi del ’69, ma­glia Faemino per essere precisi. Gli altri, a nove mi­nuti. E Merckx che invita Van Schil a passare lui per primo, lui che ha tirato tan­to, sul traguardo. E lui, Vic che declina l’invito: “no, vinci tu, che sei un grande, e vinci pure per noi”, o giù di lì. E poi l’abbraccio fra i due, lo abbiamo rivisto in un filmato, ancora in bici, com­movente. Victor Van Schil, un ciclismo che sapeva di ca­sa, di famiglia unica, forse di birra. Di sole o di neve, di stagioni. Non di vacanze al mare, di locali notturni, di entraineuse. Un ciclismo di pura bici.

E ci ritornavano, in que­sti giorni, in mente le parole che ci disse Eddy, in un’in­ter­vista, un pa­io di anni fa, quando gli chiedevamo dei suoi com­pa­gni. «E come sta Van Schil?». «Bien, bien, è sempre un du­ro, usciamo in bici ogni settimana. Sai, dagli una bici a Vic, ed è sempre uomo fe­li­ce». Vorremmo tanto sapere chi un cattivo giorno gliel’ha tolta, quella BICI pura, a Vic.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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