Editoriale
MOSER, NULLA DA DIRE? In questo periodo ne abbiamo lette di tutti i colori. Ognuno ha fatto la propria fotografia della situazione, senz’altro difficile, per non dire drammatica. Un’istantanea però può essere mendace. E dunque, specie se si abita in un territorio complicato e controverso come il ciclismo, bisognerebbe andarci con i piedi di piombo, soprattutto quando si ragiona ancora sul si dice, su indiscrezioni, su elementi futili.
In questi cinquanta giorni di «Operacion Puerto» abbiamo letto tanto. Abbiamo cercato di capire, senza avere idea di quando potremmo trovarci finalmente davanti ad elementi più chiari. Una cosa però mi sembra altrettanto chiara: il ciclismo si trova in una bruttissima situazione. Siamo al tutti contro tutti e quel che è peggio il nostro movimento è uscito da tempo dai binari della legalità. L’Unione Ciclistica Internazionale, come potete leggere nella rubrica che da anni tuttoBICI ospita, dice chiaro e forte che il Codice Etico non si tocca. Noi, che in questi mesi non abbiamo di certo lesinato critiche al governo mondiale della bicicletta, possiamo anche essere d’accordo, ma non possiamo accettare un articolo che preveda la sospensione di un atleta solo sulla base di un sospetto. Trovo molto più giusto che un corridore coinvolto in una inchiesta giudiziaria, possa essere fermato solo in segiuto ad un rinvio a giudizio: al pronunciamento di un giudice. La cosa sarebbe ben diversa. Poi, sempre in questo clima di dibattito, dove tuttoBICI da anni e anche in questo numero si distingue per opinioni e liberi pensieri, avanziamo un’altra proposta: teniamo il Codice Etico, però prima modifichiamolo e poi accogliamolo all’interno dei confini dettati dai regolamenti Uci. Basta con l’autogestione. Basta con la giustizia fai da te.
Infine, una considerazione su un grande campione che da ragazzino mi ha fatto semplicemente sognare e che ho il piacere di conoscere, frequentare e apprezzare per la sua natura sanguigna: Francesco Moser. Dice a Claudio Ghisalberti de La Gazzetta dello Sport, il 21 agosto scorso: «Se uno ha bisogno di medicine, non deve correre. I certificati devono sparire». Giustissimo Francesco, ma nelle stanze dell’Uci ci sei tu, e questo potevi dirlo anche qualche anno fa. E poi, chi ha distribuito in questi anni i certificati? Scusami ancora Francesco per la franchezza: ma non provi il minimo imbarazzo a parlare di certi argomenti?
E ancora: tu che sei il presidente dei corridori mondiali, quando dirai una cosa in loro favore?
A Strasburgo, in quel famoso e orrendo venerdì nero, chi ha sentito la tua voce? Per te davvero non c’era nulla da dire?

SIAMO PREOCCUPATI. Voglio essere ottimista: il Pro Tour è morto. In questo momento, nell’attimo in cui scriviamo queste note, quella che doveva essere la grande rivoluzione culturale del ciclismo è morta e sepolta. Resta da capire se qualcuno avrà ancora voglia e pazienza di rimettere insieme i pezzi o se lasceranno che tutto vada definitivamente in malora.
La contesa è durata due anni e mezzo. Due anni e mezzo di litigi, riunioni, messaggi più o meno infuocati. In verità in primavera si era arrivati, grazie agli sponsor - tra i più attivi e propositivi Paolo Dal Lago, il signor Liquigas -, ad un cartello che riuniva tutte le componenti e per il quale tutti avevano lavorato per apportare delle modifiche non sostanziali ma di sostanza. Del Pro Tour piaceva l’idea, tutti ne condividevano il principio ispiratore, ma moltissimi avevano preso atto che andavano apportate alcune modifiche. E nel momento in cui questi suggerimenti dovevano essere recepiti dall’Uci affinché diventassero regolamento, il governo mondiale della bicicletta ha bloccato tutto. «Fermi! Il Pro Tour resta così come è, fino al 2008». La reazione è stata scontata. I tre Grandi Giri si sono ritirati, le Federazioni di Spagna, Francia e Belgio trainate dall’Italia di Renato Di Rocco e Alcide Cerato hanno fatto quadrato dicendosi pronte a scendere sul piede di guerra e a farsi sentire. E adesso? Adesso o riprende il dialogo e l’Uci torna a discutere o si profila all’orizzonte una profonda quanto preoccupante frattura. Dalla riunione che la Uec - l’Unione Europea del Ciclismo - ha tenuto a Milano lo scorso 2 settembre, è uscito un concetto semplice quanto importante: gli organizzatori e le Federazioni più forti del mondo sono pronte ad andare avanti per conto loro. Il ciclismo europeo da una parte, il resto del movimento e quello che resta dall’altra. La Uec con le Federazioni storicamente più forti del mondo al proprio fianco, con vicino gli organizzatori di Giro, Tour e Vuelta. L’Uci con un Pro Tour svuotato di contenuti e tanti troppi problemi. In questo momento c’è chi se la ride e chi è preoccupato. Io, credetemi, sono preoccupato.

IL CICLISMO? TUTTO FUORI LEGGE. In un momento come questo dovremmo cercare di essere chiari. Tutti coloro i quali hanno a cuore le sorti di questo sport stanno cercando di capire dove stia la verità. Eppure, da questo stato confusionale noi traiamo solo spiegazioni confuse e nebulose. Leggiamo su La Gazzetta dello Sport di sabato 15 agosto sempre a firma Claudio Chisalberti, il dettagliato commento del dottor Paolo Rebulla, responsabile del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano. Il titolo dell’articolo è: «Il sangue si conserva e si trasporta così». Un intervento interessante, che Ghisalberti chiosa in questo modo. Proviamo a leggerlo assieme: «I medici Fuentes e Merino sostengono di non avere violato la legge e di avere agito per il bene dei loro pazienti. Ma sicuramente i due non hanno rispettato la Direttiva 2002/98 della Comunità europea: “Norme di qualità e sicurezza riguardanti il sangue umano…” che prevede la piena rintracciabilità del donatore, quindi un’etichettatura delle sacche con nome e indirizzo del produttore, gruppo sanguigno, tipo Rh e data di donazione. La stessa direttiva richiede che i prelievi vengano effettuati solo nei centri ematologici, mentre ci sono ciclisti coinvolti nell’indagine che il sangue se lo sono fatti prelevare in albergo». Avete letto bene: ci sono ciclisti coinvolti nell’indagine che il sangue se lo sono fatti prelevare in albergo, chiosa Ghisalberti. Il problema è che non solo i ciclisti coinvolti nell’indagine spagnola si sono fatti prelevare il sangue in albergo, ma tutti i corridori del mondo che si sottopongono a dei controlli ematici prima di una corsa sono costretti a farlo in albergo. Questo cosa significa? Se quanto è stato riportato dalla Gazzetta è vero e io non ne dubito affatto, tutti i controlli ematici dell’Uci e della Wada sono fuori legge.
Pier Augusto Stagi
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