Rapporti & Relazioni

QUELL'IRIDE SU CUI RIFLETTERE

di Gian Paolo Ormezzano

Finito il programma mondiale, andata come sapete la gara professionistica su strada individuale, in­detta ufficialmente e magari patriotticamente per squadre nazionali ma commercialmente, pubblicitariamente e agonisticamente ancorché nascostamente offerta ad atleti di passaporto diverso e casa ma­dre eguale, mi autoesimo dal commentare l’esito della gara in sé e si capisce tutto il troppo ampio contorno di prove “minori”specifiche per questa o quella categoria pedalante, e semplicemente scrivo che la maglia iridata ormai significa poco o nulla. In primis perché ne vengono attribuite troppe con troppe sigle e la minaccia concretissima è che il numero cresca. Già si vedono troppe prove inutili o ridicole, magari appoggiate in maniera balorda ad una novità nella costruzione della bicicletta (a quando lo strumento per pedalare sulla Luna o su Marte?), e il timore è che prevalga - ci sono prodromi grossi assai - l’urgenza maledetta di spettacolarizzare, cioè di interessare comunque, onde convogliare sotto i propri strampalati palcoscenici interesse e addirittura allegria di fans ebeti o inebetiti, e plaudenti. Tanto circo e poco sport, insomma.

D’altronde se chiedete ad un corridore quale maglia in primis lui sogna, mica vi dice quella iridata, fra l’altro anch’essa un po’ arlecchinesca, ma quella gialla finale del Tour de France, portabile quel giorno e su blandi circuiti di paese. Staccate in questa classifica ma pur sempre be­ne­amate le maglie di vincitore di Giro o Vuelta, anch’esse ma­glie non portabili, come in­vece quella iridata, nelle prove diciamo usuali del calendario. Da dire, con invidia, che il vincitore del Tour de France viene “visto” sempre in ma­glia gialla anche se lui pure soggiace al rito, arlecchinesco eccome, della maglia di squadra, commerciale.

C’è pure secondo me un momento ufficiale in cui il ciclismo ha accettato la legge del giallo-Tour: trattasi del 1953 allorché Coppi, che l’anno prima aveva rivinto Gi­ro e Tour nello stesso anno, sentì più che la voglia il bisogno di maglia iridata, lui il corridore ottimo massimo che stava facendo la grande storia del ciclismo, e si pappò il titolo mondiale nel Canton Ti­ci­no, fra l‘altro facendo affiorare nelle fotografie della premiazione la creatura che gli condizionò la vita da allora alla fine (1960), la Dama Bian­ca felice mentre l’ormai suo Fausto vestiva l’iride, an­che l’iride: non era stato il massimo titolo a mancare sin lì al Campionissimo, era stato lui a mancare all’elenco dei vincitori.
La maglia di campione del mondo in prova unica soggiace poi a troppi condizionamenti: c’è la giornata no misteriosa che blocca il favorito, ci sono coalizioni extranazionali che ad­dirittura riguardano già contratti nuovi, clandestini per l’anno che verrà, ci sono percorsi toppo adatti ed adattati a certi corridori, c’è l’iterazione nel circuito di fatiche particolari, come ad esempio quelle scaturenti dalla somma di brevi salite da ripetere più vol­te, una cosa tutta diversa dalla scalata lunga, impegnativa ma unica nlla giornata.

Nella storia mondiale c’è abbondanza di corridori decisamente qualunque, corridori frilli (il termine è del ciclistese antico, dice di estemporaneità po­sitiva ma anche di provvisorietà definitiva) che diventano campioni del mondo da quasi sconosciuti, al traino di circostanze particolari ed irripetibili.

A chi non è d’accordo proponiamo questo pa­norama: ci sono sempre più vincitori di grandi ga­re ciclistiche, dal Tour in giù, che non sono co­me nel passato italiani o francesi, belgi o olandesi, tedeschi o svizzeri, statunitensi o canadesi, ma che provengono da etnie immense o piccolissime (timidamente l’Africa o prepotentemente la Slovenia, che non è solo Pogacar).  Fra poco il ciclismo degli alti ordini d’arrivo, Tour o “monumenti”, sarà occupato anche da cinesi e indiani, i sudamericani saranno sempre più numerosi, strariperanno i britannici e si batteranno sempre bene gli scandinavi (presto o tardi, arrischio, salterà fuori un grande di Norvegia, altro che il danese antiPogacar del Tour), esploderanno i giapponesi che sono gli scandinavi dell’Asia. E neozelandesi e australiani saranno anche maori ed aborigeni. Questo significherà semplicemente e splendidamente l’universalità del ciclismo nuovo, la fine del villaggio italofrancobelga dominante sino a poco fa, con un respiro mondiale garantito da etnie nuove e possenti. Questo per il gran bene assoluto del ciclismo, lo avete mai pensato?

Ps Italiani mai pervenuti, in questo ar­ticolazzo come sul traguardo di Zu­ri­go. Perso­nalissimis­sima­men­te chi scrive è indeciso fra ottimismo sul futuro dei giovani az­zurri, che almeno non si beccano l’era Pogacar il quale si an­noierà pure, una proposta di grossa inchiesta ricca di bla-bla-bla o l’attesa di interventi di Monsignor Tempo e Ma­don­na di Lourdes.

Copyright © TBW
TBRADIO

00:00
00:00
Luciano Ravagnani scriveva di rugby. Ma di ciclismo sapeva tutto. Nato a Costa di Rovigo, morto oggi a Lonato del Garda, aveva 88 anni. E amava Fausto Coppi. Da cronista a inviato, da direttore a corsivista, fino a memoria storica...


Al Giro d’Italia 2026 mancano ancora quattro mesi ma nel frattempo, con le squadre che progressivamente stanno mettendo a punto i propri calendari, inizia già a delinearsi il quadro di chi sicuramente ci sarà e di chi, invece, potrebbe...


Il nuovo anno è iniziato con una vittoria importante per Giosuè Epis, che ha sposato la sua amata Giulia. Il corridore in forza nel 2025 alla Arkéa B&B Hotels e prossimo al debutto stagionale con la messicana Petrolike dopo la...


La Gallina Lucchini Ecotek Colosio torna a Calpe per il tradizionale stage di inizio stagione. Il team bresciano rinnova anche quest’anno una consuetudine ormai consolidata: il collegiale di Calpe, località della Spagna sulla costa di Alicante, una delle mete più...


Salgono a nove i successi  di Mathieu van der Poel nel ciclocross: ieri l’olandese ha centrato un nuovo successo sul percorso di Zonhoven, dove ha vinto davanti a Del Grosso e Verstrynge. Già questo punto della stagione il campione del...


Team Overall: denominazione all’inglese per una squadra che per il 39esimo anno rivendica orgogliosamente il proprio legame con il territorio d’elezione. Ciclisticamente parlando c’è un terreno fertile fatto di memoria da custodire e proiezione futura garantita dagli appuntamenti come la...


Quello che vi propongo oggi è uno degli accessori da cui si inizia a preparare un allestimento idoneo per il bikepacking, ovvero il piccolo borsello che si fissa al manubrio. Nel catalogo di Uläc, marchio distribuito da Ciclo Promo Components, troviamo...


Il 2026 porta novità e per Francesca Barale si parla di un cambiamento veramente grande. Dopo 4 stagioni nel Team Dsm poi divenuto PicNic Postnl la ventiduenne di Domodossola ha deciso di approdare in Movistar per incominciare un’avventura tutta nuova....


Cambia il risultato del campionato italiano di ciclocross riservato alla categoria Allievi classe 2011. Nella gara disputata ieri a San Fior era stato il varesino Luca Ferro a tagliare per primo il traguardo, ma il Collegio dei Commissari nella serata...


“Nell’estate dei suoi dieci anni Luca Nardulli fu colto da una folgorazione. Sotto il sole rovente del pomeriggio, fermò la bici per guardare Betta attraversare la piazza. Con il manubrio stretto nelle mani sudate, un piede a terra e l’altro...


TBRADIO

-

00:00
00:00





DIGITAL EDITION
Prima Pagina Edizioni s.r.l. - Via Inama 7 - 20133 Milano - P.I. 11980460155




Editoriale Rapporti & Relazioni Gatti & Misfatti I Dubbi Scripta Manent Fisco così per Sport L'Ora del Pasto Le Storie del Figio ZEROSBATTI Capitani Coraggiosi La Vuelta 2024