La quarta Vuelta di Roglic

di Francesca Monzone

Primoz Roglic non è più solo il campione olimpico di Tokyo 2020 e non è solo il vincitore del Giro d’Italia: il trentaquattrenne sloveno è il signore indiscusso della Vuelta di Spagna e il suo nome brilla al fianco di quello di Roberto Heras, l’unico prima di lui ad aver conquistato per quattro volte la corsa spagnola. Heras aveva fatto sua la maglia rossa nel 2000, 2003, 2004 e  2005, mentre lo sloveno è stato il vincitore nel 2019, 2020, 2021 e 2024. 
«Niente era ovvio in questa Vuelta, ma la cosa più importante resta questa vittoria finale - ha spiegato lo sloveno a Madrid -. Non potevamo dare niente per scontato e questo successo è il frutto di tanto lavoro e sacrificio».
Il via della Vuelta è stato dato a Li­sbona il 17 agosto, Primoz Ro­glic sulla carta era il favorito, perché era quello che poteva mostrare un numero di vittorie superiore rispetto agli altri. Il suo pri­mo successo era arrivato nel 2019 davanti a Valverde e ad un giovanissimo Tadej Pogacar e poi l’anno successivo con Ca­rapaz secondo e Carthy terzo. Il suo ultimo successo risaliva al 2021, quando si presentò alla corsa spagnola, dopo essersi ritirato al Tour de France per i postumi di una caduta: in quella edizione arrivò davanti a En­ric Mas e Jack Haig.
Quando Roglic è arrivato a Lisbona, nessuno sapeva quale fosse il suo reale livello, quale la sua condizione fisica e mentale e fino alla fine la sua partecipazione addirittuta non era certa. Lo sloveno non si vedeva dalla delusione al Tour de France, dal ritiro la mattina della tredicesima tappa dopo due cadute, e da una prima parte di stagione con i nuovi colori Red Bull-Bora Hans­gro­he tutt’altro che convincente. 
In­somma, se nelle altre edizioni arrivava forte, quel 17 agosto le scommesse su una sua vittoria finale non erano pro­prio tante. Questo poi è il primo anno che Roglic corre con i colori della Red Bull-Bora Hansgrohe e, dopo il ritiro al Tour de France, sapeva che qualcosa in Spagna avrebbe dovuto fa­re, per evitare critiche e sprofondare sotto il peso di quelle pressioni mediatiche che spesso abbattono i corridori. 
Nel suo primo anno con il manager Ralph Denk, lo sloveno non aveva cer­to pensato di essere al via di quella corsa che nella sua carriera gli aveva dato i massimi risultati. I suoi piani erano altri e quando venne ufficializzato il passaggio alla Bora-Hansgrohe, tutti sapevano che il suo obiettivo principale sa­rebbe stato la Grande Boucle. Il suo ab­bandono dopo la caduta avvenuta du­ran­te la dodicesima tappa del Tour, ha costretto lui e la sua squadra a rivedere tutti i piani. 
«Dopo il ritiro dal Tour, ho trascorso alcuni giorni riposando e facendomi delle domande. C’era la possibilità di rialzarsi partecipando alla Vuel­ta, ma quando sono arrivato qui non ero sicuro di niente, nemmeno della mia condizione. Ma avevo fatto consapevolmente la scelta di venire e sapevo che non mi sarei potuto più tirare indietro».
Con 22 vittorie di tappa nei grandi giri - 15 alla Vuelta, 4 al Giro e 3 al Tour, Roglic è il terzo corridore in attività - ad avere più vittorie nelle tre corse a tap­pe, dietro al britannico Mark Ca­ven­dish (55) e allo sloveno Tadej Po­gacar (26).
A 34 anni, è lontano il passato in cui lo sloveno faceva salto con gli sci e difendeva i colori del suo Paese. Il passaggio al ciclismo non era stato semplice e arrivò perché - nel processo di riabilitazione dopo un incidente dal trampolino -gli venne prescritta l’attività in bici. Quella terapia divenne poi la sua vita e dal primo contratto con l’Adria Mobil, è poi passato nel  2016 alla Lot­toNL-Jumbo che poi si è trasformata nella Jumbo-Visma. 
«Sono stato felice della mia scelta  perché sono riuscito a conciliare la vita professionale e privata senza problemi, ed è senza dubbio ciò che volevo di più». 
Con Roglic ci sono sempre la moglie Lora e i loro due bambini, una famiglia unita che lo segue in ogni corsa in giro per il mondo, viaggiando spesso con il camper sulle strade delle grandi corse a tappe per incoraggiarlo e sostenerlo. 
Il 2024 si era aperto per lui con un decimo posto alla Pa­rigi-Nizza. In aprile, dopo aver vinto la cronometro al Giro dei Paesi Baschi, alla quarta frazione è stato costretto al ritiro a cau­sa della caduta che ha visto coinvolti anche Vin­ge­gaard, Evenepoel, Cras e Vine. Il suo rientro alle corse è avvenuto al Delfinato dove, oltre alla maglia della classifica generale e quella della classifica a punti, ha conquistato anche la cronometro d’apertura. Il Tour de France doveva essere la sua grande occasione, ma ancora una volta la maledizione della corsa gialla si è accanita su di lui e una caduta lo ha costretto a fermarsi ancora. 
La Vuelta non era, almeno per questo 2024, nei suoi progetti poi però la prospettiva è cambiata proponendo la quarta vittoria finale come un’occasione per entrare per sempre nella storia della corsa. 
La sfida sulla strada è stata soprattutto tra lo sloveno e l’australiano O’Con­nor e la vittoria si è decisa definitivamente nella diciannovesima tappa, con Roglic che ha inferto una dura sconfitta al suo avversario, tagliando per pri­mo il traguardo dell’Alto di Moncalvillo con 1’49” di vantaggio. La cronometro finale a Madrid ha poi ribadito la supremazia dello sloveno, che è arrivato secondo alle spalle dello specialista Küng.
«Più ti avvicini verso l’ultimo traguardo, più vuoi finire la corsa il prima possibile. È stata una gara difficile, molto veloce, ma è andato tutto bene - ha spiegato Roglic al termine della cronometro conclusiva della Vuelta -: prima di partire ho visto il tempo di Küng, sappiamo tutti che è uno dei migliori al mon­do nelle cronometro pianeggianti. Guar­dando lui ho trovato una maggiore motivazione in me stesso». 
In Spagna Roglic, oltre alla vittoria fi­nale ha conquistato tre tappe e ha dato il tocco finale all’eccezionale anno della Slovenia nelle corse di tre settimane, dopo che Tadej Pogacar ha vinto sia il Giro d’Italia che il Tour de France.
«Non ci sono parole per definire la grandezza della Slovenia, è davvero incredibile. Spero che il pubblico si sia divertito, perché questa volta io mi sono veramente divertito tanto». 
Nel futuro dello sloveno c’è ancora la Red Bull-Bora Hansgrohe e un nuovo assalto a quel Tour de France che ancora vuole inseguire. Per il momento Primoz Roglic non vuole porsi limiti: anche se nel 2025 i suoi anni saranno 35, è convinto di poter essere sempre tra i migliori del mondo e spera di po­ter essere più forte di quella maledizione che finora non gli ha mai permesso di arrivare a Parigi con la maglia del vincitore del Tour de France. 

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