Malucelli, l'ingegnere volante

di Carlo Malvestio

Matteo Malucelli non ha bisogno di molto tempo per ambientarsi in una nuova squadra. Nel 2019, all’esordio in ma­glia Caja Rural, chiuse secondo una volata ad alto tasso tecnico alla Vuelta a San Juan, mentre nel 2021, al debutto del suo secondo capitolo con la maglia dell’Androni-Si­der­mec, vinse la prima tappa della Vuelta al Tachira. Quest’anno non è stato da meno: prima corsa con i nuovi colori della Gazprom-Rusvelo, al Tour of An­talya, e prima vittoria. Classe 1993, di Forlì, Malucelli ha avuto una crescita graduale: è stato tra i primi italiani a scegliere una squadra Continen­tal per costruirsi un percorso tra i professionisti, prima col Team Idea e poi con la Unieuro Wilier, dopodiché ha fatto il grande salto con Gianni Savio, che lo ha riaccolto anche dopo un biennio difficile e sofferto alla Caja Rural-Seguros RGA. Nel 2022, però, ha deciso di sposare il progetto russo, ma con tan­te sfumature tricolori, di Re­nat Khamidulin. I primi segnali sono stati più che incoraggianti.
Matteo, pronti, via, e hai al­zato subito le braccia al cielo in Turchia. Te lo aspettavi?
«Questo inverno abbiamo lavorato tanto proprio per quell’obiettivo, anche se poi, si sa, trasformarlo in realtà è tutt’altro che facile. Sbloccarsi subito con la nuova maglia, però, è una grande soddisfazione, ti toglie subito un peso e ti permette di guardare con fiducia ai prossimi appuntamenti».
Anche nel 2021 avevi timbrato alla prima uscita, alla Vuelta al Tachira. È un marchio di fabbrica?
«Sì è vero, è una mia ca­ratteristica, riesco ad essere subito per­formante nelle prime gare della stagione. Mi era successo anche nel 2019 con un secondo posto nella tappa inaugurale della Vuelta a San Juan, dietro a Ga­vi­ria e davanti a Sam Bennett».
Come è stato l’approccio con la Gaz­prom-Rusvelo?
«Gran parte dello staff è russo, anche se tanti parlano italiano, mentre come corridori c’è un bel mix di nazionalità. L’impatto, però, è stato positivo, so­prattutto se penso agli anni in Caja Ru­ral dove mi sono inserito in un gruppo totalmente spagnolo e all’inizio non è stato facile. I russi sono più introversi, hanno una cultura diversa dalla nostra, però tra corridori italiani e spagnoli direi che l’ambientamento è stato ottimo fin da subito».
Ti è venuta voglia di imparare il russo?
«In realtà un po’ sì, ma è veramente troppo difficile per sperare di impararlo. Mi faccio insegnare qualche parola, ma tempo cinque minuti me la sono già dimenticata. Addirittura, mi hanno det­to che gli stessi russi non lo parlano perfettamente, perché la struttura e le regole della lingua sono talmente complesse che qualche errore lo commettono anche loro».
Sei stato in altre realtà Professional im­portanti, come Androni e Caja Rural. Cos’ha di diverso questa squadra?
«Qui ho notato più professionalità, non che nelle altre non ce ne fosse ov­viamente, però c’è una maggiore attenzione al gruppo, si rema tutti nella stessa direzione, con una base di preparazione comune. Si sta poi più tempo in ritiro e questo aiuta nella sintonia che si può trovare in gara».
Siete stati ufficialmente invitati a Tir­re­no-Adriatico e Milano-Sanremo.  Ti vedremo al via?
«Dovrei correre la Tirreno-Adriatico, ma non la Milano-Sanremo, perché da programmi dovrei essere al via della Per Sempre Alfredo che è il giorno dopo».
Quindi niente esordio in una Classica Monumento?
«Ovviamente vorrei veramente correre la Sanremo, ma posso capire che la squadra preferisca mandarmi alla Per Sempre Alfredo dove ci sono concrete possibilità di fare bene. È una logica comune a più squadre. Non ho mai fatto 300 km in sella alla bici, il massimo è stato 260 al Campionato Italiano di Cittadella».
Attendi anche il debutto in un Grande Giro. Secondo te avete chance di wildcard per il Giro d’Italia quest’anno?
«Non mi voglio fare illusioni. Già l’anno scorso ci speravo, poi l’Androni non è stata invitata e l’hanno richiamata in un secondo momento, ma a maggio mi son beccato il covid. Mi affido al destino: spero che prima o poi mi faccia correre un Grande Giro, altrimenti pazienza».
Dove ti collochi rispetto ai grandi sprinter?
«I grandi velocisti hanno qualcosa in più, non si può negarlo, altrimenti non avrebbero vinto quello che hanno vin­to. Da anni si misurano in contesti di altissimo livello e hanno la possibilità di perfezionarsi continuamente. Poi, per fortuna, le volate sono volate, non è matematica, e può capitare di batterli se ci si trova al posto giusto al momento giusto. Ma non posso certo farlo con regolarità. È comunque capitato che velocisti sulla carta di secondo piano siano riusciti a vincere in contesti im­portanti, quindi è anche questione di saper cogliere l’occasione».
All’UAE Tour ti sei confrontato con un parterre d’eccellenza.
«In realtà quando ci sono corse come questa e velocisti di questo livello è quasi più semplice sprintare. Perché la volata è solitamente più lineare, ci so­no più treni sui quali appoggiarsi. Per quanto mi riguarda, poi, non ho la pres­sione di dover fare risultato come invece magari capita in corse minori. Ti confronti coi migliori e tutto ciò che arriva è guadagnato, la squadra non ti chiede di vincere, anche se ov­viamente si aspetta di vedermi nella bagarre. Correre in gare come l’UAE Tour è più bello, più divertente e più motivante. E i piazzamenti ottenuti quest’anno (sesto alla seconda tappa e quarto alla quinta, ndr) mi danno sicuramente morale».
Secondo te chi è lo sprinter principe al momento?
«Secondo me il più forte è Caleb Ewan. Se la gioca con Fabio Jakobsen. Vorrei vederli in un bel testa a testa».
Quest’anno in Gazprom-Rusvelo avrai a disposizione un treno per le volate?
«Durante l’inverno abbiamo provato a lavorare sul treno, avrò 2-3 ragazzi giovani a disposizione per provare ad aiutarmi, sicuramente il norvegese Eirik Lunder e il ceco Ma­thias Vacek».
Considerate le tue aspettative ad inizio carriera, che voto daresti ai tuoi primi cinque anni da professionista?
«Direi non più di 6 e mezzo. Ho fatto l’errore di provare a snaturarmi nei due anni in Caja Rural, perdendo peso per diventare più forte in salita, con il solo risultato di aver perso potenza e spunto veloce. Ho perso due anni, avrei potuto crescere e invece ho dovuto ricominciare da zero di nuovo in Androni».
Il momento più difficile?
«Il Giro di Turchia del 2021 è stato un calvario. Avevo avuto il covid, ero guarito bene ma poi ho avuto un crollo, non capivo cosa stesse succedendo al mio corpo, mi alzavo stanchissimo e facevo fatica ad arrivare al traguardo. Dieci giorni tremendi, per un momento ho anche pensato di mollare tutto. Al­meno quando ti rompi qualcosa, sai che con un po’ di pazienza e lavoro puoi tornare ai tuoi livelli, mentre nel mio caso non riuscivo a darmi risposte».
E quello più bello?
«Ogni vittoria è un bel momento, l’ultima è quella più fresca nella memoria. Ma come si suol dire, speriamo debba ancora arrivare e che sia lì ad attendermi in fondo a un rettilineo o dietro una curva».
Per chi non ti conoscesse, chi è Matteo Ma­lucelli lontano dalle corse?
«Fino al 2018 ho studiato, quindi ero sempre in bicicletta o sui libri, non ho mai avuto tempo di fare molto altro. Mi sono laureato in Ingegneria Mecca­nica all’Università di Bologna, al campus di Forlì. Il più l’avevo fatto da U23, poi quando sono passato professionista, con molta fatica, sono riuscito a concludere gli esami. Mi sono diplomato perito meccanico, quindi ho voluto continuare con una facoltà inerente e che potesse dar­mi lavori in un possibile futuro. Ve­dremo se mi potrà tornare utile. Negli ul­timi mesi, però, ho scoperto qualcosa che mi piace…».
Che cosa?
«Da questo inverno mi sono appassionato ai droni, pur non ritenendomi esperto di tecnologia. Mi hanno affascinato quando li hanno portati per farci foto e video, così ho cominciato ad approfondire questa passione e ora me ne sono pure comprato uno. È di­ver­tente, per nulla faticoso, un bel passatempo».
Per concludere l’intervista, completa la frase: quest’anno sarei felice se….
«Mmm... bella domanda... Probabil­mente se corressi la Milano-Sanremo, visto che la facciamo. Speriamo la squadra esaudisca il mio desiderio».

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