Dino Zandegù, 80 anni a tutta velocità

di Pier Augusto Stagi

Luciano Pezzi gli disse solo una cosa: «Seguilo come un’om­bra». E lui non se lo fece ripetere due volte: lo seguì. Lui è Dino Zandegù, 80 anni il 31 maggio, l’altro il più famelico e insaziabile dei corridori che la storia del ciclismo ricordi: Eddy Merckx.
«Aveva solo 22 anni Eddy - ricorda oggi Dino, veneto di Rubano, ma oramai milanese d’adozione, da quando il 23 ottobre del 1967 portò all’altare An­na “Lalla” Castelli: prima a Rosate, appena fuori Milano, poi da una dozzina di anni, nel capoluogo lombardo, proprio davanti all’Arena -. Era giovane Eddy, ma già affamato. E quanto mangiava. Inghiottiva asfalto, chilometri e avversari. Quell’anno, il 1967, aveva banchettato ai quattro palmenti: Sanremo, due tappe al Giro di Sar­de­gna, due alla Parigi-Nizza, un circuito in Francia. Insomma, il ragazzo faceva paura e Luciano Pezzi, grande gregario di Fausto Coppi, ma soprattutto grandissimo direttore sportivo alla Salva­rani di Felice Gimondi, aveva deciso che io in quel Giro delle Fiandre sarei dovuto stare solo e soltanto sulla ruota di Eddy».
La primavera belga, quel 2 aprile 1967, regala un giorno d’inverno e d’inferno. Pioggia mista a neve.
«Noi della Salvarani - ricorda Zandegù - eravamo tutti per Felice (Gimondi, ndr). Tutti meno uno: io battitore libero. Guai a perdere di vista Merckx, pe­rò. Ero arrivato a segnarmi sul retro del guantino anche il suo numero dorsale: il 130. Tranquil­lo non ero, quello sarà pur giovane, ma è una forza della natura. Lo guardi in faccia e capisci tutto: ha voglia di vincere, sempre».
Il belga freme e morde il freno, fa il diavolo prima del muro di Gram­mont: prende la salita davanti, Zan­degù neanche a dirlo è lì, alle sue spalle. Non lo molla.
«Rimaniamo in tre, Merckx, io e Noel Foré, l’ultimo sopravvissuto della fuga del mattino - ricorda Zandegù -. Vedo Merckx un po’ così. I suoi occhi sono rivelatori di qualcosa di non ben definito, ma qualcosa dicono. Il tempo di gi­rarmi, guardarlo e attacco. Foré rimane alla mia ruota. Guadagniamo una ventina di secondi. Merckx viene raggiunto da Gimondi e compagnia. Via a tut­ta, mi dico, come un pazzo. L’ultimo chilometro lo faccio in apnea, ai 50 me­tri Foré non regge il mio ritmo e si stacca. Vinco con un solo braccio al cielo. Terzo, a 20 secondi, Merckx, fu­rioso come pochi».
In quel giorno d’inverno, spunta anche il sole…
«Pezzi non sta più nella pelle, Adriano De Zan mi invita a parlare dicendomi che è pieno di minatori italiani che aspettavano sotto la pioggia e la neve la vittoria di uno dei nostri. Mi chiede: “Fai qualcosa per loro”. E io non ci penso due volte e canto “O sole mio”. È il delirio: minatori che piangono e si abbracciano. Tutti mi vogliono. Grazie ai soldi guadagnati da quel Fiandre e nei vari circuiti ad ingaggio in giro per Belgio, Olanda e Italia, mi compro una casa».
Quella villetta a Rosate, alle porte di Milano, nella quale è vissuto fino ad una decina di anni fa.
«A me piaceva un sacco, ma Lalla ha voluto alla fine venire a vivere a Milano - racconta -: non ero assolutamente contento. Oggi però sono felice. Milano è davvero bella. È una città che non solo ha il Duomo, ma è a dimensione d’uomo. Grande, ma non esageratamente grande».
Ed è in questa casa che nella primavera del 1970 pone un cartello con la foto di Marino Basso, il grande rivale.
«È così. Marino è stato un grande corridore, ma parecchio scorretto. Mi ha fatto ammattire in più di un’occasione e senza di lui probabilmente avrei vinto il triplo. Il momento peggiore? Ultima tappa della Parigi-Nizza del 1967, traguardo sulla “Promenade des Anglais”. Mi sono già aggiudicato due tappe e sento di poter calare il tris. A tre chilometri dal traguardo Marino comincia a farmene di ogni. Spallate, testate, go­mitate e mani sul mio manubrio, penso a non cadere, ma vinco. Poi la beffa: retrocesso all’ultimo posto per scorrettezze: io! Primo Marino Basso, io ultimo. Non l’ho mai digerita. Tappa del Giro a Jesolo, mi metto alle spalle tutti i migliori, compreso Marino, terzo: mi faccio dare la fotografia, e ci faccio un cartello di 30x20 da attaccare sul cancello, con la scritta “Attenti al cane”: pari!”».
Attento anche a non andare fuori tem­po massimo al Giro del ’65, sul San Pel­legrino. Tappa dura, faticosa e sfortunata. Dino cade e picchia anche il ginocchio. Vede le stelle, ma anche la figura di un giovane prete, a bordo strada.
«Arrancavo come pochi su quel drittone che non finiva più - ricorda -. Da­vanti a me un altro disgraziato, di cui non ricordo il nome. Procediamo lenti, lentissimi, zigzagando, il pretino si avvicina, e io sprigiono sui pedali i residui di forza, per cercare di precedere quel derelitto; punto verso il prete. Gli urlo con il fiato che mi rimane: “Spingi me sennò bestemmio!”. Mi spinse per 300 metri. Grazie don… E lui di ri­mando: sono don Piero…».
Ottant’anni da non festeggiare «anche perché non l’ho mai fatto, ma per questo traguardo uno strappo alla regola dovrò pur farlo… Quarantun vittorie, un’infinità di piazzamenti, a conferma che c’ero sempre, in tutte le gare - ag­giunge -. Don Mansueto Callioni, caro amico di Felice Gimondi e del sottoscritto, mi ha donato le fotocopie di un volume con tutte le mie vittorie e i piazzamenti. Lì mi sono reso conto che chi mi rimproverava di non essere un corridore continuo, ci capiva poco».
Eppure di ciclismo ci ha sempre capito tanto, e non solo di ciclismo.
«Amo anche il buon vino e da anni ven­do con piacere quello di Francesco Moser, che è buonissimo. Una cosa è certa, con i miei figli Cristiano e Ma­no­lo (per Gian­ni Mura una crasi tra “ma­nu­brio” e “barolo”), mia moglie e i nipotini Giovanni e Tommaso, un bel brindisi con il suo spumante 51.151 lo farò di sicuro. C’è poco da festeggiare, ma qualcosa farò. Non tanto per me, ma per chi mi vuol bene». E sono tanti.

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