Non sappiamo se costituisca in fondo un problema, il modo sconcertante di proporsi del ciclismo di questi ultimi anni, di questi ultimi mesi. Non sappiamo se faccia parte di un inevitabile adeguamento alla banalità e alla modestia morale dei tempi dello sport e della società, ad esempio, quel doppio ritiro al Giro di Lombardia di Igor Astarloa, un iridato con il mal di pancia e di Paolo Bettini, il vincitore della Coppa del Mondo. Non abbiamo compreso, in particolare, l’abbandono di quest’ultimo, il campione d’Italia in carica, all’ultimo appuntamento dell’anno, il sapore unanime di una festa di laurea, guadagnata con una incancellabile lode tra l’altro, a suon di vittorie: un ragazzo che giocava in casa, e stava tranquillamente caracollando nel ventre di un plotoncino in disarmo, o pure in acquiescenza agonistica.
Quale la motivazione del ritiro di Bettini, a trenta chilometri da Bergamo, e con il futuro di strada costellato solo di un plausibile corteo di applausi, non l’abbiamo sinceramente, e dolorosamente, capito: quale, l’esigenza indifferibile, senza accludere la “dissenteria” di Astarloa o simili certificazioni mediche, del dover salire in ammiraglia e raggiungere il traguardo da borghese appagato, senza regalare al pubblico paziente in attesa un viso da atleta? Ma è possibile, al limite, che non si accettino più nel ciclismo le vittorie altrui, o la decenza di un arrivo disperso tra i tanti, tra Prydzial e Den Bakker, tra Figueras ed uno qualsiasi dei fratelli Zberg?
E ricordiamo, senza tema di errore, quello che a riguardo del trascorrere dei valori pure nel ciclismo, aveva puntualizzato Adriano Baffi, il figlio di Pierino, nel commentare le vittorie esaltanti di Alessandro Petacchi alla Vuelta España che avevano consentito al velocista spezzino di eguagliare suo padre e Miguel Poblet che rispettivamente nel ’58 e nel ’56 erano stati gli unici atleti nella storia a vincere nello stesso anno una tappa in ciascuna delle tre grandi corse a tappe, Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta España, appunto: «mio padre, però, i tre Giri nel 1958 riuscì a portarli a termine tutti, perché allora era considerato quasi un disonore, il ritirarsi da una corsa»... E ci sovviene un sorriso, al paragone del ritiro di Poblet, che quel suo Giro del ’56 non lo concluse solo a causa della tormenta sul Bondone, con il ritiro di Alessandro Petacchi all’attacco di una prima salitella del Tour 2003 o appunto di Paolo Bettini, ad un tiro di schioppo dal traguardo di Bergamo, nel recente Giro di Lombardia.
Ma a questo ciclismo italiano dalla singolare immaturità, che ad ogni gioia, sia essa una classica o una Coppa del Mondo sa associare nell’appassionato un dispiacere o una perplessità, e che è talmente sofferente da dover portare ad Hamilton ben quattro medici autorizzati dalla Federazione, ci sentiamo di dare almeno un consiglio. O meglio, l’indirizzo di un buon romitaggio spirituale, se non proprio di un pellegrinaggio. Parliamo di quella atmosfera incredibile, coinvolgente, di un ciclismo che controluce lascia passare solo il sogno, che continua a regalare ai ciclofili, l’ultimo week-end di settembre, in Toscana, nel Chianti, “L’Eroica”. Questa cicloturistica di epoca, su sentieri bianchi, tra i vigneti di Lecchi e Scansano, Vistarenni e Vertine, incentrata su una Gaiole in Chianti che vive nell’occasione un suo magico Capodanno di piazza, tra le bici antiche e le maglie di lana che profumano di naftalina, continua ad ergersi come una sorta di lavacro di ogni malizia, di ogni sospetto, di ogni tradimento, ordito dal ciclismo o da chi l’abbia frequentato da malintenzionato. Lì, intorno a quell’anima cavalleresca in bici che è Giancarlo Brocci e ad un grumo nobile di scrittori di ciclismo, guidati pagina dopo pagina da Renzo Bardelli e dei migliori valori di noi stessi grazie ad una bici, lì, intorno a quell’anima in bici che è Giancarlo Brocci e ad un grumo di scrittori della bici, guidati pagina dopo pagina da Renzo Bardelli e Carlo Delfino, consigliamo al ciclismo professionistico di oggi, che guarda caso parla in maggioranza toscano, andasse, compìti e religiosi, per voto, al Santuario di Lourdes...
E lì, tra quelle vecchie glorie sanissime, sedute al vostro fianco, fascinose come Soldani o miti come Bui, non esiste ancora la parola ‘ritiro’. E c’è ancora tanto da imparare: il saper vincere ed il saper perdere, innazitutto. Arrivando in fondo alla strada, senza scorciatoie.
Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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