Editoriale
Cultura e cuore. L’esperimento di una «Sei Giorni» tecnica, praticata solo e soltanto da coppie esperte, ha dato esiti senza dubbio soddisfacenti. L’avvocato Carmine Castellano ha quindi vinto la sua personalissima sfida organizzativa e le cifre parlano per lui: 23.102 spettatori (fonte Rcs Sport) in sei giorni di corsa. Perfettamente in linea con la «Sei Giorni» dello scorso anno: quella di Bugno e Minali, per intenderci. Quindi, i tanto implorati assi della strada sono stati degnamente sostituiti dagli assi della pista, che hanno offerto uno spettacolo vero, autentico e vibrante fino all’ultimo sprint.
Quel che però ci ha lasciato perplessi è l’approccio di Rcs Sport all’evento «Sei Giorni». I primi a non credere fino in fondo a questo avvenimento sembravano proprio loro: gli organizzatori. Poca pubblicizzazione; pocchissima attenzione riservata alle iniziative di contorno; nessuna attenzione riservata al parterre dei Vip, a quello spazio da sempre dedicato alla mondanità milanese, a quel bel mondo dello sport, dello spettacolo, dell’industria e della cultura, che è ingrediente fondamentale per acclarare un successo di uno spettacolo che è fatto di rappresentazioni: sportive e mondane.
Invece, il parterre non è stato particolarmente frequentato. Il palco adibito per lo spettacolo era defilato su una curva, e non posto al centro del parterre come imporrebbe il buon senso. Tabelloni elettronici, che avrebbero dovuto facilitare la comprensione e l’andamento delle corse, spesso e volentieri in tilt. Piccole cose, che però risultano importanti. Ma forse ha ragione Alcide Cerato, ex corridore professionista, ex patron e talent scout, ex dirigente sportivo, che alla Sei Giorni ci è capitato in un paio di sere e ha così commentato: «Tutto molto bello, tutto ben disposto, ma manca la cultura delle Sei Giorni. Castellano mi ha detto che questo è il frutto di un’organizzazione che può contare su un grande staff d’eccezione: uffici marketing, di promozione, di comunicazione e quant’altro. Ho l’impressione che in Rcs Sport facciano ricorso molto spesso al computer ma siano privi di cuore».
È difficile dire se questa «Sei Giorni» sia stata davvero un successo. Forse, per dirla con Danny De Vito (La guerra dei Roses), non si può parlare di vittoria: solo di una gradazione di sconfitta!

L’orologio a cucù. Se fossi un corridore ciclista non dormirei sonni tranquilli. La stagione 1998 sarà (ma spero di sbagliarmi) assolutamente a rischio. A rischio sul versante del doping, dove si stanno combattendo due distinte battaglie: quella diretta della Federazione Ciclistica Italiana e quella virtuale dell’Unione Ciclistica Internazionale.
I casi di Paola Pezzo e Daniele Pontoni hanno chiaramente mostrato la conflittualità d’intenti esistente tra la nostra Federciclismo e l’Uci. Temiamo che la acclarata antipatia tra il nostro Gian Carlo Ceruti e il numero uno del ciclismo mondiale Hein Verbruggen, finisca per produrre una «guerra politica», che andrà a penalizzare solo i corridori, e in particolar modo quelli italiani. Vorremmo tanto sbagliarci, ma avvertiamo cattivi presagi. L’associazione dei corridori, ricompattata dal neo presidente, l’avvocato Enrico Ingrillì, sembra decisa: o i controlli ematici (a sorpresa) li fanno tutti, oppure è guerra! In questo caso è l’Uci che deve uscire allo scoperto e dire se vuole o meno un ciclismo pulito. Verbruggen, un anno fa, diede a Gianni Bugno e Maurizio Fondriest la sua parola. S’impegnò, ma le sue promesse sono andate abbondantemente disattese.
Si dice che il nostro presidente federale Ceruti, sia un ciclone ingovernabile e pericoloso: più propenso a distruggere che a costruire. Dei modi non propriamente ortodossi del presidente federale, abbiamo parlato in altre occasioni, ma preferiamo i suoi metodi burberi a quelli vellutati di un presidente che gioca a rimpiattino.
Ci troviamo quindi davanti a un duello ideologico: Italia-Svizzera, per colpa di un olandese. E anche in questa circostanza ci tornano alla mente le parole di Orson Welles, che ne Il terzo uomo, ebbe a dire grosso modo: In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi e carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù.

Molte regole, nessuna regola. Immaginiamo che nel grande palazzo di Losanna, i dirigenti dell’Uci si esercitino in discussioni infinite, discussioni in cui il bisogno di capire è un bisogno esistenziale, una necessità vitale, non soltanto palestra di cultura, esercizio di senno o scontro di teorie. Il risultato? Regole che vengono cambiate di anno in anno, con il conseguente smarrimento di chi deve allestire squadre, ingaggiare corridori, investire quattrini. L’ultima vicenda - quella legata alla formulazione delle classifiche Uci che danno in pratica la patente di «figlie predilitte» del ciclismo, con l’automatica iscrizione alle prove di Coppa del Mondo e ai grandi Giri - ha generato non poco malcontento. In particolare quando un team italiano (quello di Bombini) ha guadagnato posizioni nel ranking, perché ha beneficiato dei punti della società di gestione dei Furlan (Green Sport), che fino allo scorso anno avevano in gestione la Mg-Technogym. Bombini non ha fatto nulla di illecito: ha acquistato una società, una contabilità e parte dei suoi corridori,(sempre meglio di chi, come la Ros Mary, ha in pratica ingaggiato il già pensionato Jaskula, per entrare in possesso dei suoi punti). L’aspetto positivo della vicenda c’è: le società di gestione, da oggi, se ben gestite, possono valere anche molti quattrini; quello che lascia perplessi, però, è che non si conoscono mai con esattezza le regole del gioco. E questo non è colpa nè di Bombini o di quant’altri, ma solo di una dirigenza che invece di dare direttive certe e durature, produce solo una gran quantità d’incertezze. Per buona fede o acclarata incapacità? O piuttosto sottile opportunità? Per la serie: molte regole, nessuna regola.

Pier Augusto Stagi
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