LA SCELTA DI NONNO HINAULT

STORIA | 30/01/2017 | 08:24
Ci vuole coraggio a dire «Mi fermo qui». Ce n’è voluto il 14 novembre del 1986, quando nel giorno del suo trentaduesimo compleanno Bernard Hinault ha detto «Basta» e ha chiuso la sua carriera agonistica. E ce n’è voluto ancora di più, pensateci bene, a  metà del 2016 nel dire «Questo è il mio ultimo Tour, mi fermo qui».
A 62 anni appena compiuti, con la possibilità di essere ambasciatore a vita del Tour nel mondo, il Blaireau si fer­ma, saluta e fa vela verso Saint Malo. Lo attende un compito di importanza vitale: fare il nonno.
«Ho un nipote di due anni, un secondo è in arrivo a giorni. Voglio fare il non­no. Semplicemente ho ripensato al mio, di nonno, e a quello che ha rappresentato per me. E mi sono detto che il ruolo di un nonno è quello di occuparsi dei suoi nipotini. Ed è quello che intendo fare».

L’ultimo dei grandi si ritira nella sua Bretagna, là dove la marea cancella ogni giorno spiagge e sentieri, là dove potrà insegnare ai suoi nipotini ad amare il mare e a rispettarne la sua forza, a riconoscere il segnale dei fari, a capire l’orgoglio dell’erba e dei fiori che resistono alla forza del vento, a respirare l’odore delle alghe e naturalmente a giocare e ad andare in bicicletta. Di suo, Hinault ci metterà le storie, i ricordi e le imprese delle quali in real­tà non ama parlare troppo. Ma si sa, di fronte ai nipotini tutti i nonni diventano malleabili e alla richiesta “nonno, mi racconti...” anche il Tasso non saprà dire di no.

E di storie da raccontare Hinault ne ha davvero tante. Otto Tour de Fran­ce disputati, cinque vinti, due se­condi posti e un ritiro; Tre Giri d’Italia affrontati, tutti vinti; due Vuelte di Spagna corse, entrambe vinte. E poi un mondiale, una Roubaix (non l’unica disputata, come vuole la leggenda: ne ha corse cinque ed il suo peggior piazzamento è stato il tredicesimo posto, all’esordio nel 1978), due Liegi e due Lom­bardia solo per restare alle classiche monumento, 214 vittorie totali in una carriera che tra i prof è durata un­dici anni.

Tanti successi ottenuti a cronometro (al Tour addirittura venti sui 28 totali conquistati), tante le imprese firmate in qualsiasi condizioni meteorologiche, sotto il solleone come sotto la neve, fino al trionfo mondiale di Sallanches in quello che è stato e probabilmente resterà per sempre il mondiale più du­ro della storia.

Quando ha detto basta, ha deciso di concludere la sua carriera in maniera inusuale, partecipando ad un cross a Quessoy, nella Cotes d’Armor, cuore della sua Bretagna.
E quando ha deciso di chiudere il suo impegno di addetto alle pubbliche relazioni della Grande Boucle, il Tour e la Francia gli hanno dedicato un’ovazione speciale, sul podio di Parigi: lui, il grande Bernard, l’Arco di Trionfo alle sue spalle ed un Paese intero in piedi ad applaudire e a ringraziare il suo campione.

L’ultimo dei grandi, lo chiama il mondo del ciclismo, ma è un appellativo che in Francia ha un valore ancora più pro­fondo: Bernard Hinault è stato l’ultimo transalpino a conquistare la Grande Boucle, dopo il suo trionfo nel 1985 si sono susseguiti tanti corridori additati come eredi, ma nessuno di loro è riuscito ad esserlo davvero, anzi nessuno è riuscito nemmeno ad avvicinarsi al Tasso.
Perché Hinault grande lo è stato davvero e l’aggettivo “ultimo” lo identifica come interprete di un ciclismo che non c’è più, fatto di campioni pronti a sfidarsi su tutti i terreni tutto l’anno, sempre con il numero sulla schiena e sempre al via per fare la corsa.
Otto Tour come corridore e trenta in ca­rovana e sul podio, come racconta Gilles Comte su Vélo Magazine, mi­gliaia di mani strette, di pacche sulle spalle ai corridori, di autorità, personaggi pubblici piccoli e grandi incontrati sulle strade di Francia e non solo. Una storia lunghissima il cui esordio fece subito capire di che pasta era fatto l’uomo Hinault.

ESORDIO. «Era il 1978 - racconta Bernard - ed ero al mio primo Tour de France. Avevo la maglia di campione di Francia sulle spalle e, anche se avevo solo 23 anni, i vecchi del gruppo - Dan­guillaume, Knetemann, Raas, Karstens - mi incaricarono di andare a trattare con Felix Levitan, che non era solo il patron ma il vero padrone del Tour. Protestavamo per avere condizioni più umane: dopo l’arrivo in cima a Pla d’Adet eravamo arrivati molto tardi in albergo e l’indomani ci eravamo dovuti alzare alle cinque per affrontare la prima di due semitappe e una giornata fatta di 254 km totali. Levitan non vo­leva saperne di parlarmi, ma io andavo avanti a testa alta. E abbiamo scioperato. Dall’anno successivo Levitan ha capito che era necessario pensare ai corridori, prima di disegnare un Tour de France».

PIPÌ. «Capita di fermarsi per fare pi­pì, no? Al Tour 1979 mi fermai durante l’attraversamento del marais poitevin, una zona in cui tira sempre vento. Men­tre ero fermo, ho visto quelli della Ti-Raleigh che organizzavano un ventaglio. Sono rimasto calmo, ho finito di fare quel che dovevo, poi ho risalito il plotone e ho messo tutta la forza che avevo per chiudere su quel ventaglio, facendo saltare per aria mezzo gruppo. Sono rientrato e ho detto “ragazzi, da oggi attenti quando vi fermate a far pipì, perché non rientrate più!”. E per tutto il Tour i miei avversari sono rimasti sul chi va là, per non farsi sorprendere: sapevano che avrei mantenuto la promessa. Io forse mi sono fermato in un momento sbagliato, ma non si attacca così il padrone della corsa».

CAMERATISMO. «Ho avuto grandi rivali in corsa, ma una volta scesi dalla bicicletta sono sempre andato d’accordo con tutti. Anche con Fi­gnon, che era il giovane che non aveva paura dei vecchi, proprio come avevo fatto io prima di lui. Era un ciclismo diverso: ricordo che quando andavanmo a disputare i criterium prendevamo delle camere a più letti, dividendo le spese perché i soldi che guadagnavamo non erano certo quelli di oggi. E al momento di ripartire, c’era sempre chi chiedeva “dove ti fermi a mangiare?” e finivamo per trovarci ancora insieme. Gli avversari del giorno, erano gli ami­ci della sera. E insieme abbiamo passato bellissimi momenti».

TATTICA. «Il ciclismo è istinto, lotta spietata con l’avversario. Ricordo al Tour del 1986 quando nella di­scesa del Galibier ho attaccato con Le­mond a ruota e Zimmermann, che era il nostro rivale, ha perso terreno. Nel tratto di pianura che portava alla Croix de Fer, lo svizzero recuperava terreno e Lemond mi chiedeva di andare a tutta. “Lascialo arrivare” gli dicevo. Quando Urs è stato a 200 metri da noi, ho dato l’ordine e siamo partiti a tutta. Lo scopo era di farlo andare oltre i suoi limiti facendogli credere di poter rientrare, poi quando siamo ripartiti lui è saltato per aria. Questo è il gioco. Tattica e istinto, li ho sempre seguiti, anche quando ero in maglia gialla e Cyril Guimard diventava matto in am­miraglia perché non lo ascoltavo. Ma tutto quel che ho fatto, ogni singola azione, era finalizzata allo scopo più grande, vincere».

COLOMBIA. «Ricordo quando Geminiani ha portato al Tour i primi corridori colombiani. Erano uno spauracchio, ma in una delle prime tappe, al Nord, sotto la pioggia e con il vento abbiamo scatenato la bagarre e la sera erano dispersi. E nelle tappe di montagna abbiamo cominciato ad attaccare sin dalle prime salite, così da farli saltare per aria. Dall’anno successivo, sapevo che Lucho Herrera avrebbe perso un minuto ogni dieci chilometri di cronometro, quindi potevo lasciarlo andare in montagna. Quintana? Era il mio favorito per il Tour di quest’anno, ma ci è arrivato mal preparato, senza ritmo di gara: gli altri per prepararsi hanno corso il Delfinato o il Giro di Svizzera, lui solo la Route du Sud e il suo organismo non era pronto a sopportare le fatiche del Tour. In montagna il corridore che mi piace di più è Alberto Contador: se un giorno perde, il giorno seguente è lì che ci prova ancora. Proprio come facevo io nel 1984 con Laurent Fignon: non mollavo mai».

TECNOLOGIA. «Solo una volta Paul Köchli, che era il mio diesse, è riuscito a farmi provare un cardiofrequenzimetro, in salita, durante un allenamento. È rimasto fisso tra 168 e 171 pulsazioni, dal primo al quindicesimo chilometro: così gli ho provato che quel che conta, per un corridore, è conoscere il proprio corpo. Invece oggi tutti credono di conoscersi, ma lo fanno at­traverso uno strumento e sono convinto che ci siano corridori che hanno capacità superiori di quanto credono. In­terrompere il proprio sforzo quando si sente un “bip” non è il modo migliore per andare lontano. La natura ha misteri che non possono essere ignorati. Voi pensate che Peter Sagan si preoccupi del numero di watt quando va all’attacco? Sagan è un corridore d’istinto, un campione che mi piace. Perché riesce a portare incertezza nel gruppo, non sai mai cosa si può inventare. Ha un senso della corsa molto sviluppato e non ha bisogno nemmeno della radiolina per sapere quando si deve muovere: due volte campione del mondo e campione d’Europa alla guida della piccola Slo­vacchia, lui sa sempre come e quando sorprendere».

SINDACALISTA. «Ho sempre avuto a  cuore le sorti del ciclismo e dei ciclisti. E ho cercato di aprire loro gli occhi, per dire “ragazzi, non siete soli”. A tutti gli ospiti che ho accompagnato in trent’anni di Tour ho cercato di far capire che il ciclismo ha commesso de­gli errori, ma che è stato ingiustamente vittima di un accerchiamento, di attacchi violenti che altre discipline non han­no subìto. Io sarò sempre un militante del ciclismo, lo difenderò a spada tratta. Le critiche? Le accetterei solo se la Wa­da fosse davvero indipendente dai singoli stati e dal Cio, se ogni sport fosse controllato allo stesso modo, cercando gli stessi prodotti e con le stesse metodologie. Ma così...».

CASARTELLI. «Di emozioni al Tour ne ho vissute di ogni tipo, ma quella che mi ha colpito allo stomaco più di ogni altra è stata la cerimonia funebre di Fabio Casartelli. Il Tour è un’avventura incredibile, ma esige molto, talvolta perfino la vita di un uo­mo».

Paolo Broggi, da tuttoBICI di gennaio
Copyright © TBW
COMMENTI
Immenso
31 gennaio 2017 09:01 Ruggero
Poco da aggiungere, immenso !!!

Hai dimenticato i tuoi dati, clicca qui.
Se non sei registrato clicca qui.
TBRADIO

00:00
00:00
Nella finale dell’Inseguimento a Squadre élite femminile non c’è storia: Martina Fidanza, Martina Alzini, Rachele Barbieri e Matilde Cenci dominano la prova dall’inizio alla fine, chiudendo i 4000 metri in 4'39"556 e conquistando il titolo tricolore con autorevolezza. Alle loro...


La finale dell’Inseguimento a Squadre élite maschile regala una sfida di altissimo livello, chiusa con un nuovo titolo tricolore per il quartetto composto da Alessio Magagnotti (già oro nello Scratch), Matteo Fiorin, Christian Fantini ed Etienne Grimod. I quattro firmano...


La finale dell’Inseguimento a Squadre juniores maschile incorona il Veneto, protagonista di una prova solida e tecnicamente ben costruita. Il quartetto Xavier Bordignon, Lorenzo Ceccarello, Nicola Padovan e Jacopo Vendramin vola verso il titolo chiudendo i 4000 metri in 4'24"205,...


La Velocità a Squadre élite assegna i titoli tricolori con due finali di grande spessore tecnico, confermando la qualità dei gruppi più strutturati del panorama nazionale. Finale maschileIl tricolore va al terzetto formato da Pietro Bertagnoli (Saint Brieuc BMX), Mattia...


La Velocità a Squadre juniores incorona Piemonte e Lombardia ai Campionati Italiani, con due finali di alto livello tecnico e un bilancio complessivo che conferma la forza del movimento del Nord.Finale maschileNella prova maschile il titolo va al Piemonte, trascinato...


La nuova campionessa italiana dello Scratch Elite è Linda Sanarini, padovana delle Fiamme Azzurre / Tirol Women Cycling, al primo anno nella categoria ma già capace di prendersi la scena con personalità. La finale al velodromo Francone di San Francesco...


Alessio Magagnotti si prende la scena e la maglia più pesante: quella dello Scratch Elite ai Campionati Italiani su pista al velodromo Francone di San Francesco al Campo. Il trentino della Red Bull Bora Hansgrohe Rookies ha imposto la sua...


Dopo Arnoldi è il turno di Elisa Bianchi che firma la doppietta per la Lombardia. La bresciana della Biesse Carrera Zambelli si prende con autorità lo Scratch donne juniores vincendo la finale con una condotta impeccabile, imponendosi nello sprint conclusivo...


Si aprono nel segno della Lombardia i Campionati Italiani su pista Elite e Juniores al velodromo Francone di San Francesco al Campo (Torino). La prima medaglia d’oro della rassegna giovanile porta la firma del bergamasco Mattia Arnoldi, portacolori del Team...


Si alza il sipario sulla tappa Strambino-Ceresole Reale, in programma mercoledì 26 agosto: dopo due anni, tornerà nel territorio della Città metropolitana di Torino il Tour de l’Avenir, la corsa che da 65 anni segnala agli appassionati di ciclismo di tutto il mondo i talenti emergenti delle...


TBRADIO

-

00:00
00:00





DIGITAL EDITION
Prima Pagina Edizioni s.r.l. - Via Inama 7 - 20133 Milano - P.I. 11980460155




Editoriale Rapporti & Relazioni Gatti & Misfatti I Dubbi Scripta Manent Fisco così per Sport L'Ora del Pasto Le Storie del Figio ZEROSBATTI Capitani Coraggiosi Piede a Terra