IL PASTO IN RWANDA. Jean Bosco trionfa

PROFESSIONISTI | 22/11/2015 | 17:10
KIGALI (RUANDA) Si chiama Jean-Bosco perché è nato povero, ma povero povero, e fin da subito, per raddrizzare la situazione, avrebbe avuto bisogno di uno come Giovanni Bosco, il don, il santo. Dalle parti di Rubavu, al confine con il Congo, casa di argilla, terreno di terra, il resto da inventarsi dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno. Finché una bicicletta gli ha dato un senso, una direzione, una strada. E oggi Jean-Bosco Nsengimana ha conquistato il Tour of Rwanda. Un assegno da 1800 dollari come primo della generale, di 300 come primo africano e di altri 300 come primo ruandese, senza contare tutti i premi guadagnati con le due vittorie e i piazzamenti di tappa e le altre classifiche. E’ vero che i premi vengono accomunati (in ciascuna delle tre squadre ruandesi, il 10 per cento del totale va allo staff, il restante 90 diviso fra i cinque corridori), ma Jean-Bosco – Bo-Bo-Bosco, Bo-Bo-Bosco, gridavano i tifosi – può essere sereno: ha 22 anni e un orizzonte, luminosi.
  
Ultima tappa all’eritreo Metkel Eyob, che sul traguardo finale, dopo 10 giri di un circuito cittadino di 12 km, ha preceduto un altro eritreo, Amanuel Meron, il ruandese Joseph Areruya e proprio Jean-Bosco. Una corsa equatoriale che, cominciata con il sole e finita sotto il diluvio, a parte qualche fugace allungo dei marocchini, e la caduta dell’eritreo Mekseb Debesay, è stata a sfinimento e infradiciamento. Poi il rituale delle premiazioni prima del rito della festa, in una sorta di ristorante-parco-discoteca, tutte le squadre insieme, secondo la regia dell’organizzazione.
Se le prime cinque edizioni della nuova era del Tour of Rwanda erano finite con vittorie straniere, la penultima ha salutato la prima vittoria ruandese con Valens Ndayisenga e quest’ultima ha celebrato addirittura il trionfo ruandese con l’intero podio: accanto a Jean-Bosco, secondo Areruya, 19 anni, e terzo Camera Hakusimana, 23. Così, se prima il Tour of Rwanda – una corsa vera, affascinante, seducente, dura per le salite e l’altitudine - sembrava stare largo ai ruandesi, adesso gli va stretto. “Per ravvivarsi – spiega Aimable Bayingana, presidente della Federazione ciclistica ruandese – la corsa avrebbe bisogno di squadre più competitive di quelle dilettantistiche o amatoriali europee. Oggi quelle professionistiche europee non sembrano ancora interessate, o perché non conoscono la bellezza e il valore della nostra corsa, o perché il calendario ci pone alla fine della stagione una squadra europea (ma in linea con certe corse asiatiche), o ancora perché si temono viaggi, vaccinazioni e sistemazioni. Per invogliarle stiamo pensando di chiedere all’Uci di elevare il nostro livello da 2.2 a 2.1 oppure di incentivare la partecipazione economicamente”.

L’edizione del 2015 ha sollevato almeno due problemi. Il primo riguarda le tre squadre ruandesi, ciascuna di cinque corridori, ma che corrono come una da 15. “La stessa cosa – sostiene Bayingana - succede al Giro dell’Eritrea o a quello del Burkina Faso. Si potrebbe proporre una squadra nazionale e due regionali, oppure una nazionale e due di club, o tre di club, ma alla fine i corridori si comporterebbero nello stesso modo, perché sono animati dall’orgoglio e legati dal patriottismo”. La seconda concerne i “buuuu” del pubblico ai corridori non ruandesi. “Diretti – precisa Bayingana – non per il colore della pelle, ma delle maglie. Un modo di tifare mutuato dal calcio. Il ciclismo, in Ruanda, è uno sport ancora nuovo e tutto da scoprire, e la gente non ne conosce lo spirito di solidarietà, la cultura del rispetto, l’amore per gli ultimi. Oggi ho chiesto allo speaker di lanciare messaggi perché ci fosse solo tifo a favore, non contro. Ma bisogna educare. E ci vorrà tempo”.

Marco Pastonesi
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