L'AMERICA LO FA DIVERSO

TUTTOBICI | 17/10/2015 | 07:01
È il liberismo, bellezza e voi non potete farci niente contro il liberismo americano. È così: prendere o lasciare. Vuoi correre in America? Firmi un bel foglio dove sollevi l’organizzazione da qualsiasi tipo di problema e il gioco è fatto. Se firmi corri, poi sono fatti tuoi. Va così negli States. È andata così anche questa volta in Virginia, dove tutti i corridori hanno dovuto firmare una bella liberatoria. In America, da che mondo è mondo, finisce così. Questa è la loro legge, ma è singolare che l’Uci non faccia nulla affinché queste regole – almeno per il ciclismo – non vengano adottate. Invece tutti supini ad accettare, come dei somari. Cosa farei io? Semplice: o si cambia la regola o la si adotta in ogni angolo del globo terraqueo. Quindi, organizzatori di tutta Europa unitevi: fate firmare anche voi una bella liberatoria. Cara Rcs Sport, prepara il documento e fallo firmare a tutti i corridori e chi si è visto si è visto. E mai come in questo caso, prosit: alla salute.

LA BUONA STRADA. Siamo sulla buona strada: dobbiamo dirlo. Dobbiamo riconoscerlo alla Federazione, a Davide Cassani e a tutto il suo staff azzurro ad incominciare da quel galantuomo di Marino Amadori. Torniamo dalla Virginia con due medaglie d’argento. Non è tantissimo, ma neppure poca cosa, soprattutto per una nazionale che in campo maschile non ne vinceva una dal 2008. L’argento di Adriano Malori, bisogna dirlo, è merito soprattutto del corridore parmense, che è talento da sempre e ha affinato le proprie doti all’estero. Ma il decimo posto di Moreno Moser è frutto di una scommessa vinta da Davide Cassani: glielo vogliamo riconoscere oppure no? L’argento di Simone Consonni, che poteva essere anche qualcosa di più solo se il bergamasco si fosse mosso con un attimo di anticipo - e lo stesso quarto posto conquistato da Gianni Moscon poteva essere di metallo pregiato se non avesse avuto un problema al pedale proprio nel momento esatto in cui stava per scattare - sono in ogni caso indicazioni importanti, oltreché piazzamenti di prestigio (da non dimenticare la vittoria in Coppa delle Nazioni ottenuta per la prima volta…). Lo sapete: non ho mai creduto alle Continental. L’ho detto e l’ho ripetuto fino allo sfinimento ingaggiando anche un leale e costruttivo confronto dialettico con l’amico Ruggero Cazzaniga che ne è invece infaticabile assertore, ma l’Italia ha una storia diversa dal resto del mondo e nonostante sia in un periodo di profonda crisi (economica e di vocazioni), dispone di molto materiale umano e di team che all’estero nemmeno si sognano. Quindi, nonostante nel mondo prendano piede le formazioni Continental, bacino naturale dei team di World Tour, le nostre under 23 hanno ancora senso di esistere e Davide Cassani ha il grande merito di averlo capito subito, cercando di dialogare con le società, senza scontrarsi. C’è chi avrebbe imposto le Continental per Regio Decreto, lui da abile mediatore ha trovato la soluzione più ovvia e indolore: le squadre under 23 restano, per far fare esperienza ai vari ragazzi li convoca lui in maglia azzurra e anziché obbligare i team ad andare a correre all’estero, porta lui i più meritevoli. Salvati capra e cavoli, con il buon senso. E i frutti, in Virginia, si sono visti.

CI MANCA UN RE. L’ho detto e lo ripeto: al mondiale di Richmond non avevamo un corridore che uno che potesse, su un tracciato simile, ambire ad un piazzamento nei dieci. L’errore, se c’è stato, è quello di aver pensato il contrario. Di aver creato delle aspettative. Ma parlare di fallimento azzurro no: abbiamo ottenuto quello che siamo. Processare Davide Cassani? Se fosse stato il selezionatore tecnico dell’Australia di Michael Matthews o della Germania di John Degenkolb, piuttosto che del Belgio di Tom Boonen, Philippe Gilbert e Greg Van Avermaet, oppure della Norveglia di Alexader Kristoff e di Edvald Boasson Hagen, per non parlare della Spagna di Alessandro Valverde e Joaquin Rodriguez, per arrivare fino alla Polonia di Michal Kwiatkowski o Rafa Majka, cosa gli avremmo detto? Cosa gli avremmo fatto? Siamo un po’ realisti: al nostro ciclismo, nelle corse di un giorno, manca un Re. Ah, beh; si, beh….

Pier Augusto Stagi, editoriale da tuttoBICI di ottobre
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