L'ORA DEL PASTO. Fontona, uomo della strada

STORIA | 14/10/2015 | 07:24
Un giorno si è rivisto piatto: in una figurina. Un giorno si è ritrovato tondo: in una biglia. E una settimana fa si è riscoperto antico e autentico: sulla strada, in tribuna, a Peccioli, per la Coppa Sabatini. Ciclismo.

Settantasei anni, di Val di Pino a Riccò del Golfo, dove la Liguria sa già di Toscana, occhi intonati d’azzurro tra mare e cielo, Renzo Fontona è stato fra i protagonisti del ciclismo degli anni Sessanta: otto anni da professionista, Legnano Ibac Ignis Mainetti Max Meyer e Kelvinator, sesto al Giro d’Italia del 1964 e settimo al Tour de France del 1963, una sola vittoria. “Nel 1961. Gran premio Sacca a Pistoia, prova valida per il Trofeo Cougnet. Fuga a due, io e Guarguaglini. E volata. Io ne avevo poca, perché mi ero tirato il collo, ma Guarguaglini, che pure era un velocista, ne aveva ancora meno”.

La prima bicicletta era quella del papà, da scalpellino all’azienda del gas, che in bici andava a lavorare. La seconda bicicletta era quella di Nando, il primo dei quattro figli Fontona – due maschi e due femmine -, scalatore, morto mentre tornava dai campionati italiani dilettanti a Prato nel 1954. Ed era una bicicletta, una Idcor, quasi preistorica, con due leve posteriori per cambiare il rapporto. “La prima corsa rivelò il mio carattere: vicino a La Spezia, finita, per arrivare sarei arrivato sempre, piuttosto che ritirarmi sarei morto. La prima vittoria chiarì il mio destino: a Ponzano Alto, da solo, per distacco, perché in volata – a parte quella a due con Guarguaglini - avrei perso anche contro la mia ombra”. Fontona mostra l’orologio al polso sinistro: “Premiato con questo Girard-Perregaux, svizzero. Era il 1957. Non ha mai perso un colpo”.

Il ciclismo di Fontona va da Bartali (“L’ho conosciuto a La Spezia, l’ho ritrovato direttore tecnico alla Kelvinator, e non che facesse molto”) a Coppi (“Nel 1959, a Lucca, corsa dei dilettanti e riunione dei professionisti, quando noi dilettanti arrivammo al traguardo, i professionisti si fermarono, Coppi mi vide vincere, poi mi fece anche i complimenti”), da Del Rio (“Era il nostro eroe, il primo uomo sullo Stelvio, in salita si allenava portando un sacco di cemento da 50 chili sul portapacchi e la sorella sul tubo orizzontale”) a Venturelli (“Era il nostro mito, al Giro del Lazio del 1965 corse con uno scarpino e un mocassino, pronti via in fuga, fece 150 km da solo, forò, si fermo, fu ripreso e allora, indispettito, si ritirò”), dal pane-e-acqua (“In corsa tè zuccherato quando faceva caldo, e tè caldo quando faceva freddo, e succo di limone sempre. Fuori corsa c’erano i giornalisti a guardare quanto mangiavo. La verità è che, se uno è bravo, è bravo, e non ha bisogno di droghe”) al bagno caldo (“O, meglio, bollente, con aceto e sale per togliere le tossine”).

A volte i ricordi sfumano nelle nostalgie. “Giro di Lombardia del 1961: tutti citano Taccone e Massignan come gli unici due in bici sul Muro di Sormano, che era più duro di adesso perché sterrato, ma con loro c’ero anch’io, e senza spinte, nessuno ci poteva toccare. Mondiale del 1963: km 160, ecatombe, io e altri 19 all’ospedale, venne a prendermi Magni e allora firmai per poter tornare a casa. Giro d’Italia del 1964: su certi libri di storia del ciclismo il sesto in classifica è Marino Fontana, vicentino, invece ero io. E pensare che a due giorni da Milano ero ancora secondo, ma c’era la Cuneo-Pinerolo e un altro tappone, e andai in crisi”.
Dalle due alle quattro ruote, prima autista di camion, poi autista dei sindaci di La Spezia, Fontona è rimasto sulla strada. La vita è una via.

Marco Pastonesi
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