L'ORA DEL PASTO. Renè, il sopravvissuto

STORIA | 05/09/2015 | 07:42
Milleduecentotrenta chilometri con diecimila metri di dislivello. Senza fermarsi, o quasi. A scelta degli aspiranti suicidi, soltanto il tempo per rendere più o meno lungo l’addio: settanta, ottanta o novanta ore. Lui ha scelto ottanta, poi, strada facendo, gli è venuta fretta e ha risparmiato cinque ore e mezza.
René - Renato Cataran – è un sopravvissuto. Nata come un sogno, costruita come un progetto, diventata una sfida, ma soltanto con, e in certi momenti perfino contro, se stesso, si è impadronito della Parigi-Brest-Parigi, che è molto più di una corsa, di un viaggio, di un’impresa, di una follia, che forse è una vita nella vita, certo una dichiarazione di vita, soprattutto un giro di vita. La prima vita da Parigi, il giro a Brest, la seconda vita verso Parigi. Parigi (la periferica Saint-Quentin, per la precisione) come partenza e arrivo, come base e traguardo, e Brest come boa. Brest è la metà, Parigi è la meta.
René ha cinquantanove anni, tiene famiglia, è filippino, in Italia – Milano – abita dal 1991, prima stava nel Kuwait fino allo scoppio della guerra con l’Iraq, lavora come custode in zona Sempione e, garantisco, è normale: altezza, peso, sguardo, cuore, garretti. Un bel diesel, lo descrivono i suoi compagni. Una gran volontà, aggiungono. E’ vero che se c’è da fare velocità, René batte in testa e scivola in fondo, ma per arrivare, arriva sempre pur non essendo un arrivista. Perché lui è un fondista, anzi, un gran fondista, anzi, un granfondista, roba da Prestige e da undici-dodicimila chilometri l’anno, dunque la bici intesa come strumento per scaricarsi e ricaricarsi, per condividere e moltiplicare, per girare e spostarsi. Uno dei 380 italiani (René è filippino, ma tesserato per la Fci, figurava in quota italiana) iscritti e paganti alla Parigi-Brest-Parigi.
L’altra sera quelli della Genova 1913, storica società milanese di cicloturisti e cicloamatori, anche un po’ ciclopici ed enciclopedici, lo hanno festeggiato con paste e spumante, un rifornimento poco adatto durante una pedalata ma graditissimo dopo la pedalata, e hanno celebrato un miracolo che neanche il loro antico socio Alfredo Binda, per dirne solo uno, aveva compiuto. René ha raccontato della sua Colnago al titanio che, zavorrata da strumenti e utensili, pezzi di ricambio e capi di abbigliamento, pesava una quindicina di chili. E di quanto abbia perso tempo all’inizio, ma recuperato alla fine. Di quanto non abbia patito guai meccanici o muscolari, ma di quanto abbia sofferto per un’infiammazione, di più, un incendio al soprassella, estinto solo grazie alla miracolosa crema di un medico inglese. Di come abbia dormito soltanto tre ore, e questo non gli sia pesato affatto, tant’è che, giunto a destinazione, invece che crollare su un giaciglio, è salito in macchina ed è andato a trovare la moglie nel centro di Parigi. Di come sia passato per Brest senza neppure vederla, quasi senza neppure accorgersene, entrambi – lui e Brest – avvolti nella nebbia. Di come si debba fare attenzione a non seguire i troppo stanchi e annebbiati, con il fondato rischio di aggiungere, ai milleduecentotrenta chilometri previsti, altri chilometri imprevisti sbagliando strada. Di come abbia superato – come tutti - quindici controlli ufficiali, più – forse non come tutti – altri due controlli a sorpresa, lungo il percorso. Di come, proprio negli ultimi chilometri, abbia superato un norvegese con il collo dolorosamente paralizzato dalla distanza o dalla fatica, a dimostrazione che non si pedala solo con i piedi, ma anche con il collo (il norvegese) e con il c… (lui). Di come abbia perduto sensibilità a tutte le punte del corpo: dita delle mani e dei piedi, e non solo. E di quanto abbia ammirato quelli che macinavano chilometri su ruote di tutte le dimensioni, comprese le ruotine di un monopattino.
Non pago di questa Parigi-Brest-Parigi, René ne sta già progettando un’altra, la prossima, fra quattro anni, anche per scendere sotto il proprio record. La tattica, giura, sarà semplicissima: non più velocità, ma ancora meno sonno.
E tua moglie, che cosa dice tua moglie di tutto questo pedalare?, gli abbiamo chiesto, un po’ indiscreti. René ha esibito un sorriso più mediterraneo che orientale, anche se comunque pacifico: “Che donna. Che donna meravigliosa. E’ tutto merito suo”.

Marco Pastonesi
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