MODOLO: «Una vittoria per tre». AUDIO

GIRO D'ITALIA | 27/05/2015 | 17:09
Pilotato perfettamente da Roberto Ferrari e Maximilian Richeze, Sacha Modolo ha vinto d’autorità anche a Lugano. Queste le parole del veneto della Lampre Merida che ha regalato il quarto successo alla formazione diretta da Orlando Maini: «Oggi il percorso è stato più impegnativo rispetto alla tappa di Jesolo, queste sono le mie corse. Ho visto i miei avversari più affaticati di me a 30 km dall’arrivo sulla salita di 4 km, che abbiamo dovuto affrontare, ieri ero un po’ raffreddato e ho faticato tanto ma oggi è tornato il bel tempo e i miei compagni sono stati perfetti. Dopo mesi di prove abbiamo un treno che è tra i più forti in gruppo. Dopo un inizio di stagione sotto tono, due vittorie al Giro per me valgono tantissimo. Non mi ritengo un campione, sono un buon corridore e sono felice di aver trovato la continuità che mi mancava. Non so cos'altro dire, sono felice».

Ecco le sue parole in conferenza stampa:

Molti velocisti sono già andati a casa, tu sei rimasto e hai ottenuto la seconda vittoria? Ti senti superiore?
«Sono scelte loro e non credo se ne siano andati perché il percorso foss duro, prima li vedevo che facevano gruppetto con me. Io non mi sento superiore a nessuno, penso di essere un corridore che ogni tanto fa belle cose e in questo Giro sono riuscito a vincere grazie alla mia squadra, specialmente Max e Ferrari. La vittoria va divisa in tre».

Come hai vissuto la giornata di ieri?
«Con bestemmie tutto il giorno (ride). Ieri sapevo che era una tappa molto pericolosa per me e per gli altri velocisti, ma non volevamo andare a casa in queste condizioni. Ho controllato il contachilometri: ho percorso 1560 metri col gruppo poi ci siamo staccati e abbiamo formato il gruppetto che era molto numeroso. Abbiamo menato forte per riuscire a stare nel tempo massimo, poi in realtà abbiamo scoperto che potevamo andare più piano perché il tempo massimo era molto più alto invece noi siamo arrivati a 38 minuti. Non è affatto bello fare gruppetto da subito, per di più con la pioggia battente. Dopo un giorno di riposo e la crono, ho incontrato persone che non vedevo da due giorni. Ad esempio Boaro e Felline! Alla sera ho salutato Ulissi e abbiamo fatto colazione insieme poi non l’ho più visto, non so dove sia andato e cosa abbia fatto. A parte gli scherzi, in queste tappe gesisci il distacco e il tempo, perché pensi sempre che il giorno dopo arriverà una volata. Con Nizzolo e Viviani in salita ci guardavamo come tre gatti. Sul Mortirolo girava voce che eravamo in proiezione fuori tempo massimo e così siamo andati su troppo forte. Ero molto stanco stamattina, per fortuna abbiamo affrontato la salita iniziale con passo regolare, poi a metà tappa mi sono “sistemato le gambe” e sono andato bene. In generale, in ogni Giro sai che ci sarà una giornata dura, non si può cadere dal pero, eravamo preparati. Siamo andati al nostro passo».

Per la volata di Jesolo avevi dato il 60% merito a Ferrari e il 40% a Richeze. Oggi hai detto “dividiamo per tre”, c’è qualcosa anche di tuo?
«Oggi ho detto diviso per tre perché era diversa da Jesolo, era più dura. Sentivo che oggi era la nostra tappa. Con Ferro e Max siamo simili: siamo tre velocisti atipici perché teniamo su strappi duri. Oggi sembrava una tappa facile invece la salita a -30km era piuttosto dura e non breve e l’abbiamo fatta forte. Ho visto colleghi sfilarsi, possibili sfilarsi, capito che avevo più gambe rispetto agli altri, avevamo qualcosa di più rispetto al gruppo».

La volata è come un’arte. Col treno l’arte diventa più facile? Sono dunque più artisti Nizzolo e gli altri senza treno?
«Ho fatto volate per 4 anni senza treno e le mie vittorie le raggiunte lo stesso, ma con più difficoltà, senza dubbio. Quando hai una qualità come la mia che è lo scatto bruciante, se ti portano fino al punto giusto è poi difficile superarti. Anche Cavendish senza treno è battibile, l’ho battuto una volta e l’altra gli sono andato molto vicino. Col treno diventa invece praticamente imbattibile, l’ho sempre sostenuto e ora che mi trovo nella stessa posizione posizione ammetto di essere agevolato, perché se mi porti là a 150 metri diventa difficile passarmi. Tuttavia, è arte anche far riuscire a funzionare il treno, noi è da gennaio che ci proviamo, soprattutto con Ferrari che le volate le faceva non tirava. Ho voluto fidarmi dei miei compagni e nelle gare di inizio stagione in Qatar e Oman provavamo con Ferrari a organizzare i treni. Far combaciare tre corridori non è stato facile, ma ci siamo riusciti come se fossimo stati mattoncini della LEGO. Ora andiamo tutti e tre molto forti. Quando Greipel ha vinto, credo sia solo perché ci hanno deragliato, sennò adesso come adesso siamo uno tra i treni più competitivi, anche se siamo solo tre. E questo lo dicono non solo Bruno e Maini, ma anche gli altri nel gruppo perché ci prendono come riferimento e ci rispettano».

Cercavi una vittoria per sbloccarti, ne hai raggiunte due. Cosa pensi della tua carriera nel futuro?
«Ho sempre migliorato a piccoli passi, sono passato da vincere corse minori a corse più importanti. Sono arrivato alla Lampre e questo mi ha dato qualcosa in più, ho anche iniziato a vincere gare ProTour. Ho avuto un inizio stagione difficile, ora ho dalla mia due vittorie Giro, non avrei mai più pensato che sarei riuscito, credevo di arrivare sempre a un passo dal grande obiettivo senza mai raggiungerlo, invece ci sono riuscito. Tanti mi dicono, a partire dai DS, che tutto parte dalla testa, loro ci credono più di me. Quando sono più coccolato, come adesso alla Lampre, posso dare ciò che le mie potenzialità possono esprimere».

L’università degli sprint è al Tour, ti senti di sfidare i mostri sacri o è presto?
«Dovrei fare un altro tipo di stagione per il Tour. In questo 2015 è da gennaio che corro, a fine giugno saranno circa 70 corse ed è troppo visto che devo tirare fino a ottobre. L’anno scorso mi ero preparato, ma avete visto tutti come è finita: sono andato a casa dopo due tappe. Quest’anno ho puntato sul Giro e sono partito forte da subito. L’anno scorso contro Kittel è stato molto difficile, perché lui è molto più potente di me, potevo giocarmela su tappe con meno corridori allo sprint, massimo 30-40».

Hai mai pensato di correre anche in pista?
«In pista non ci sono mai andato, mi hanno portato una volta da allievo e la bici ha fatto un volo di 5 metri. Stare sempre chiuso là dentro… mi sentivo un criceto in una gabbia: la pista mi affascina ma mi annoia, ho provato a Montechiari, è stato bello, ma mi viene la claustrofobia. È il mio carattere: se non mi prende non riesco».

Oggi ti senti il velocista italiano più forte?
«In Italia sono il corridore che vince di più da due anni, ma leggo sempre altri nome. Poco importa, lo accetto. Non dico, ovviamente, di essere il più forte, ho vinto le mie corse e sono felice della mia carriera, ma non ho obiettivi più alti. Se arrivano grandi risultati sono contento, se non arrivano va bene lo stesso non mi deprimo. E poi sta a voi giornalisti dire se sono il più forte».

Diego Barbera

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