GIRO D'ITALIA | 27/05/2015 | 00:24 Il “pistolero” è il “tiranno gentile” di questo Giro d’Italia 2015, senza se e senza ma. E' una sorta di tirannia esercitata con pugno di ferro in guanto di velluto, gestendo con intelligenza i momenti difficili causati da guasti meccanici o altre evenienze negative di corsa. E, superata la difficoltà contingente, offre un saggio d’altissima classe e intelligenza ciclistica sulle rampe durissime del Mortirolo, dove ha fatto registrare il miglior tempo di scalata, dando comunque l’impressione di non volere strafare e stravincere, salendo “en souplesse”. E ha poi gestito da par suo la situazione, in proprio, senza compagni, lungo strade e luoghi che gli sono familiari, dove è particolarmente apprezzato, grazie anche alla sua frequentazione della Valtellina per eventi ciclistici legati al suo nome, eventi di particolare successo e presa sugli appassionati delle due ruote. Il rosa della sua maglia di capoclassifica si stabilizza sempre più. E’ stata una tappa piena di fuochi d’artificio che non è venuta meno alle attese, combattuta, con alternanza di situazioni che ha visto il bis consecutivo quale vincitore di tappa, dopo Madonna di Campiglio, dello spagnolo, basco di Vitoria, Mikel Landa, coéquipier di Fabio Aru nell’Astana che sorpassa il sardo piazzandosi al secondo posto della generale e aprendo forse diverse prospettive sulla leadership in casa kazaka, almeno per questo Giro. La coraggiosa difesa, in solitaria, di Aru è comunque apprezzabile dato che ha saputo reagire sia a quello che i francesi chiamano “le jour sans”, la giornata no, e i problemi meccanici accusati, difendendosi da solo con grinta, senza cadere nel pericolo di una possibile e pesante deriva. Tutta esperienza per l’ancor giovane talento di Villacidro che ha messo in campo la sua tenacia e forza d’animo. Da registrare ancora un’ottima prova del combattivo olandese Steven Kruijswijk che Contador ha indicato come il più forte di giornata e, a suo giudizio, meritevole della vittoria. Dopo i fuochi d’artificio sulle montagne della Valtellina con il Mortirolo che non fallisce mai la sua funzione di giudice severo e teatro di grandi dimostrazioni ciclistiche, come invocano da sempre le “firme” prestigiose di Stagi, Gatti e Costa, citati in ordine decrescente d’altezza… – vedovi inconsolabili del Mortirolo quando la salita fra Valtellina e Val Camonica non è inserito nell’itinerario della corsa rosa -, si prospetta la penultima, possibile, giornata di quiete prima della tappa conclusiva da Torino a Milano. Si va da Tirano alla Svizzera, non quella del vicino confine con i Grigioni, ma con la Svizzera di Lugano, nel Canton Ticino. Sono 134 i chilometri da percorrere dopo il via dalla cittadina valtellinese che ha già ospitato frazioni del Giro nel 1967 con il successo di tappa del toscano Marcello Mugnaini e, in quella circostanza, Felice Gimondi indossò la maglia rosa, prima detenuta da Jacques Anquetil, che portò fino al traguardo finale di Milano. Era il primo dei suoi tre Giri d’Italia vinti. Nel 2008 vittoria di tappa per Emanuele Sella mentre a prevalere nel 2011 fu Diego Ulissi. Si costeggia l’imponente santuario mariano e si affronta subito l’unica difficoltà di giornata a Teglio, il paese dei pizzoccheri, GPM di 3^ cat. a quota m. 851. Si passa da Poggiridenti che ricorda una blasonata corsa dilettanti e quindi, sempre nel fondovalle il capoluogo della provincia, Sondrio, legata pure a vari eventi ciclisti, così come Morbegno che evoca il Passo di San Marco, l’unica vittoria del compianto Franco Ballerini, sempre frenato in primavera dalla nota allergia, in una tappa del Giro (era il 1991) e Francesco Gavazzi, buon corridore in piena attività. Si entra quindi in provincia di Como dopo avere superato il caratteristico ponte ad arcate noto come Ponte del Passo e s’incontra l’estremità nord del lago di Como o Lario, nella zona del Pian di Spagna, dove sorgono le grandi parabole di Telespazio, nel comune di Gera Lario. Si susseguono i piacevoli paesaggi di Domaso, Gravedona che è anche sede produttiva della nota azienda Salice con una diversificata gamma d’offerta di prodotti e accessori anche nel ciclismo, Dongo che si collega ai fatti storici della fine del secondo conflitto mondiale ed alla tradizione remiera della Falck. Si giunge al centro lago, nella suggestiva ambientazione di Menaggio, svolta a destra, superare lo strappetto di Croce e trovare Porlezza, già sul lago di Lugano o Ceresio. Il confine italo-svizzero precede di poco l’arrivo di Lugano. E’ una tappa che dopo Teglio non presenta rilievi apprezzabili con strade a carreggiata ridotta lungo il lago e dossi, rallentatori e rotonde spartitraffico con i quali, sempre più, il ciclismo deve convivere, soprattutto nei centri abitati. I velocisti, almeno quelli con le gambe ancora buone dopo tanta montagna, ricercheranno nella bella città del Ticino, la più popolosa di lingua italiana al di fuori dei confini dello Stivale, una ricompensa alle loro fatiche e sofferenze, salvo che una fuga da lontano non giunga in porto. Il ciclismo qui è di casa con due mondiali (1953 l’impresa solitaria di Fausto Coppi e nel 1996 il successo di Johan Museeuw) e anche due tappe della corsa rosa sono terminate a Lugano: nel 1947 vittoria del toscano Giulio Bresci e nel 1998 la vittoria di Serguej Hontchar nella cronometro, tutta in terra elvetica, con partenza da Mendrisio. Il ciclismo è sempre vissuto con passione, in tutte le sue espressioni, nel vicino Canton Ticino che ospiterà anche la partenza della 18^ tappa. Questa è però futuro, futuro prossimo, di domani.
Giuseppe Figini
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