DAMIANO CUNEGO, LA MATRICOLA. PhotoGALLERY

PROFESSIONISTI | 28/01/2015 | 06:00
Il Piccolo Principe non è un principiante, ma è come se ricominciasse tutto daccapo. Ha esperienza, nonostante il suo volto tradisca giovinezza e i suoi occhi curiosità. Ha un passato che basta da solo a spiegare a chiunque non lo sapesse chi è stato e chi è Damiano Cunego. Ha l’entusiasmo di un ragazzino, il ve­ro­nese di Cerro: non è giovane, ma neppure vecchio. Nonostante i suoi 33 an­ni, a vederlo girovagare nell’atelier del­la cicli De Rosa a Cusano Milanino sembra un bimbo catapultato in un lu­na-park.

Più che un’intervista è un’interrogazione, visto che Cunego Damiano, 33 anni compiuti a settembre, ha deciso di tornare sui banchi di scuola, facoltà di scienze motorie. Bello per uno che ha un passato ma non è passato, trovarsi ad essere nel 2015 al contempo esordiente e matricola.
«È l’anno della svolta - ci dice con una lu­ce diversa negli occhi -. Non ti na­scondo che ho passato momenti molto duri e difficili. Quando non ottieni quello che vorresti, è davvero difficile andare avan­ti. Poi mi sono detto: un passo per volta. Proviamo a fare anche quello che ci piace, anche oltre alla bicicletta. Così avevo lì in un cassetto il sogno della laurea e ho dato il primo colpo di pedale…».

Forse il primo passo è stato quello di tornare a Verona dopo aver provato l’esperienza di Lugano?...
«Vero anche questo. È stata un’esperienza che andava fatta e non faremmo più. Io e mia moglie ci siamo messi in di­scussione, ma non è stato facile, so­prattutto per i bimbi, per Ludovica che faticava troppo e alla fine la scelta è sta­ta obbligata. Tornati a casa, è cambiata la prospettiva di tutto. In un attimo ci è apparso tutto più chiaro. Sai quante volte si danno per scontate cose che hai ma quando ti vengono a mancare capisci davvero il valore che hanno? La tua città, la tua gente, i tuoi parenti, le tue colline, le tue strade… Guai dare tutto per scontato».

Parli con il cuore…
«Ho sempre cercato di mettere il cuore in tutte le cose che faccio, e ora ho un cuore in più, quello della De Rosa. Non è facile trovare costruttori che davvero ti fanno una bici su misura. Non è facile vedere tutte le fasi di produzione di una bicicletta. E questo, scusatemi, ma se lo possono permettere pochi costruttori, qualche italiano e tra questi maestri di casa nostra c’è si­curamente la famiglia De Rosa…».

Sei tornato sui banchi di scuola per portare a casa tra qualche anno una laurea in Scienze Motorie, ma lo sai che oggi sei in una delle università del ciclismo…
«Me ne rendo conto. Basta dare un’occhiata alle foto che sono qui esposte, i corridori che hanno avuto la fortuna di cavalcare una bicicletta con il cuore. Tra questi, adesso, ci sono anch’io. Speriamo di non sfigurare».

Che effetto fa rimettersi in gioco a 33 anni?
«È una cosa bella, che mi piace maledettamente. Dopo nove anni alla corte di Saronni era giunto il momento di cambiare aria. A Beppe e alla famiglia Galbusera sarò per sempre grato e le­ga­to. Sono stato benissimo con loro e forse avrei anche voluto regalare loro qualche risultato in più. Non sempre però si riesce a fare quello che si vuole. Io di una cosa sono certo: ho sempre dato il cento per cento di me stesso, e nelle parole di commiato sia di Beppe (Saronni, ndr) che della famiglia Gal­busera questo non è mai stato messo in dubbio. Adesso inizia una nuova av­ventura, con una formazione più piccola, ma non meno ambiziosa. La Nippo Vini Fantini De Rosa è una squa­dra giovane, che mi ha carpito il cuore per il suo programma e le proprie ambizioni. Qui è tutto nuovo e c’è grande entusiasmo. Speriamo che mi serva, per po­ter a raccogliere qualcosa di buono. Non chiedermi però che cosa, perché non ti rispondo. Non sono uno che fa proclami, non serve a niente. Io sono uno che assicura il proprio impegno, al cento per cento, e poi spero di avere un pizzico di fortuna, questo sì».

In questi ultimi due anni, sul più bello si inceppava sempre qualcosa…
«Proprio così. Gli ultimi due anni sono stati i più difficili  e tormentati della mia carriera: non sono mai riuscito a dimostrare niente. Ora ho una grande possibilità. Penso che qui potrò portare la mia esperienza e, perché no, qualche bella vittoria in appuntamenti im­portanti. Intanto sono lusingato per come mi hanno accolto».

Dicono che tu sembri già un altro…

«Dimmi un po’, ma tu che mi conosci mi trovi dav­vero tanto diverso?...».

Se devo essere sincero, anche l’anno scorso alla Lampre Merida sembravi molto più sereno e rilassato…
«Esatto. È da un po’ che ho ritrovato i miei equilibri e coltivo le mie passioni. Se amo sempre i Doors? Sempre. Se mi piacciono sempre le auto da rally e cor­se in salita? Sempre. Tra le mie passioni e i miei nuovi obiettivi ora c’è anche l’università».

Vai a quella per la terza età?
«Spiritoso. No, vado con ragazzi molto più giovani del sottoscritto, ma non so­no nemmeno il più vecchio del corso, c’è n’è uno che è più grande di me».

Anno della svolta, in tutti i sensi.
«Sono momenti di crescita importanti per un uomo. Attualmente frequento un corso di Propedeutica Chinesio­logi­ca sportiva che verte in cinque materie: preatletica, preacrobatica, ginnastica educativa, potenziamento muscolare e ginnastica correttiva. Ho preso l’anno in corso al volo. Come si dice, sono in ritardo per l’anno in corso ma sono in anticipo per il prossimo. In ogni caso ho deciso di tornare sui banchi di scuola perché da “grande” mi piacerebbe fare l’allenatore. I primi giorni di studio sono stati duri. I miei compagni di cor­so, freschi delle scuole superiori, erano di un’altra categoria. Ma ora che sto prendendo il passo, mi piace da pazzi».

Ma è vero che anche Margherita, tua mo­glie, è tornata a scuola?
«Verissimo, ma lei è già da tre anni che frequenta la facoltà di medicina. E credimi, è molto brava. Cosa vorrebbe fa­re? Il medico chirurgo, ma con due bimbi per il momento è un’ipotesi im­praticabile. Intanto studia per arrivare alla laurea e poi si vedrà».

Di obiettivi non ne vuoi parlare. E di programmi?
«Dobbiamo ancora deciderli, anche per­ché, come sai, alle corse più importanti un team come il nostro dovrà es­sere invitato. Diciamo che sto lavorando per avere due picchi di forma im­portanti: da aprile a giugno e poi da settembre a ottobre. Periodi che coincidono con il Giro se ci inviteranno e il Mondiale, se il ct Cassani riterrà giusto inserirmi nella squadra per Richmond. Mi hanno detto che il percorso è adattissimo a uno come me».

Tu parli di squadra giovane e piccina, ma sai che i tuoi sponsor, sulla carta, hanno notevoli potenzialità. La Nippo è un co­los­so giapponese delle costruzioni con 3 mi­liardi di fatturato e duemila dipendenti, che vuole far crescere giovani per Tokyo 2020. Poi c’è la Vini Fantini di Valentino Sciot­ti che è un’azienda vinicola in fortissima espansione, in particolare all’estero…
«Quando parlavo di progetto stimolante mi riferivo esattamente a questo. La Nippo Vini Fantini ha grandissime po­tenzialità, come dice il nostro team-manager Francesco Pelosi, sta a noi far venire l’appetito ai nostri sponsor. Io ho fame, quindi…».

Buon appetito, il tutto annaffiato da buon vino. Ma a parte gli scherzi: quando hai deciso di prendere in considerazione la proposta della Vini Fantini?
«Ero alla Vuelta quando Johnny (Ca­rera, ndr) me ne parlò per la prima vol­ta. In quel momento, c’erano tre op­portunità: la Neri Sottoli, la Bretagne Séché e la Vini Fantini. Come ti ho detto, dopo qualche settimana e alcune riflessioni fatte sui diversi programmi, la mia scelta è ricaduta sulla squadra di Pelosi».

Ma è vero che un pensierino alla Francia l’hai anche fatto?
«Verissimo, ma mi piaceva sposare un progetto italiano».

Che effetto fa essere considerato una chioccia?
«L’idea di essere utile alle nuove leve mi stimola non poco, ma spero di non essere solo chioccia ma anche falco, nel senso che mi piacerebbe poter ancora graffiare».

Non ti senti declassato visto che passi da un team World Tour ad uno Profes­sional?
«No, io cerco sempre di guardare all’essenza delle cose. Siamo un team più piccolo ma non per questo meno ambizioso. Certo, la serie A del ciclismo è la serie A, ma è anche vero che bisogna prendere coscienza dei propri mezzi e con umiltà bisogna sapersi anche rimettere in discussione. Io ho vinto qualcosa, anche più di qualcosa, ma quando si corre la bacheca si lascia a casa. Ogni giorno ci si mette in di­scussione e si ricomincia da capo. Chi si sente figo senza più esserlo è un fat­to suo, io so di venire da due stagioni molto brutte, quindi si ricomincia da zero: con i ragazzini come un ragazzino. Io ciclisticamente mi sento una matricola».

Quando parli di fighi ti riferisci a qualcuno?
«A chi non ottiene più mezzo risultato e si considera figo: può essere chiunque».

Ti piace l’organico della tua squadra?
«Colli, De Negri e Malaguti li conoscevo già: sono ottimi corridori e ragazzi eccezionali. Gli altri li devo valutare ancora be­ne, ma al primo raduno di Or­tona mi hanno fatto davvero un’ottima impressione».

Anche Stefano Giuliani e Mario Manzoni?
«Stefano è un mental-coach fe­nomenale: trasmette positività da ogni poro. Mario è l’equilibrio fatto persona, il lavoro e il rigore applicati al ciclismo».

Parliamo anche un po’ di altri: come vedi un vecchietto come Ivan Basso?
«Ha passione e professionalità da vendere. Per anni ci mettevano uno contro l’altro, ma in verità siamo sempre andati molto d’accordo. Siamo amici. In gruppo, lontano da telecamere e giornalisti, sai quante volte ridevamo di questa rivalità fatta a tavolino… ».

Un corridore al quale vuoi bene?
«Guarda, nonostante i mille problemi che ha avuto, Bertagnolli è sempre sta­to un ragazzo eccezionale».

E Gibo Simoni?
«Con lui la nostra rivalità non è stata una finzione, ma autentica e vera. D’al­tra parte è comprensibile: aveva tutto per vincere un Giro e si è visto saltare fuori un compagno di squadra che glielo ha portato via… Però io ancora oggi con Gibo vado molto d’accordo. Siamo due ragazzi di montagna, forse un po’ ruvidi, ma sinceri. Gibo è così, non gli si può voler male, perché non ha filtri. Se gli stai sugli zebedei, te lo dice».

Se tu dovessi scegliere tra una cena con Basso o Gibo?
«Direi di sì immediatamente a Ivan, ma poi alla fine gli direi: Ivan, scusami, ma devo andare da Gibo che ha da chiarirmi alcune cose. Con Gibo è uno spettacolo: comincia ad attaccarti, a rinfacciarti di tutto, a dire che quello è così e quell’altro è cosà, ma alla fine muori dal ridere».

Vuoi dire che con Ivan ti romperesti?
«No, dico che Ivan è molto posato, pa­cato, equilibrato e io che non sono certamente un guascone, alla fine uno come Gibo mi diverte».

Hai un cruccio…
«Ce l’avevo, oggi grazie al cielo non ce l’ho più. Con Tiralongo ci sono state delle incomprensioni ora le abbiamo affrontate, ap­pianate e superate. E di questo sono felice, perché Paolo è una bravissima persona».

Andresti a cena con Pozzato?
«No, siamo troppo diversi: il giorno e la notte. Io non faccio nemmeno parte della Confraternita Veneta: sono veneto, ma quelle cose a me non interessano per niente».

Andresti a cena con Nibali?
«Sì, nel privato lo conosco molto po­co, ma a pelle mi piace un sacco. Mi sembra un galantuomo».

Pensi che Vincenzo quest’anno potrà ripetersi?
«Lui è un fuoriclasse, su questo non ci sono dubbi. Ha un mo­tore che pochi hanno in gruppo. Ma ripetersi è altrettanto difficile. Io ho i miei dubbi, ma mi auguro proprio di essere brutalmente smen­tito».

È notorio che Vincenzo è la forza del­la tranquillità. Tutto gli scorre sulla pelle…
«Vincenzo non è solo la forza della tranquillità, ma delle gambe e di una testa eccezionale. Io invece mi faccio un sacco di menate, dicono che sono troppo sensibile, ma per me non è un limite: può anche essere una forza. In ogni caso, crescendo penso di essere migliorato un pochino anch’io: le cose riesco a farmele scorrere di più addosso».

Cosa pensi di Fabio Aru?
«Grande corridore, che se non si sentirà già arrivato, non sa nemmeno lui dove potrà arrivare».

Il miglior tecnico che hai trovato sulla tua strada.
«Credimi, ne ho avuti per mia fortuna tanti. Ma il più completo di tutti è stato Beppe Martinelli. Lui è davvero bravo. Ancora oggi ci si sente. Non ti nascondo che in passato abbiamo avuto anche degli scontri: io la pensavo in un modo e lui in un altro. Ma alla fine Beppe sa fare il suo mestiere ed è un altro che ci mette il cuore».

Cosa non ti andava di Beppe?
«È molto esigente. È uno che sposta sempre l’asticella in alto, mentre io so­no uno che dice: Beppe, sono arrivato qui, a me va bene così».

Lo sai che la cicli De Rosa in Giappone è considerata un vero e proprio marchio cult?
«Ma lo sai che anch’io in Giappone ho una grande immagine, per aver vinto due volte la Japan Cup? Il made in Ita­ly, da quelle parti, piace un sacco. Per questo possiamo e dobbiamo fare mol­to bene. Come dice Francesco Pelosi, siamo una “start-up” del ciclismo, ma abbiamo il dovere di lanciare il nostro progetto nel mondo al meglio, perché siamo uno dei veicoli di comunicazione per Tokio 2020. L’industria nipponica ci guarda con grande interesse. Noi abbiamo una chance che non possiamo gettare alle ortiche».

Torniamo a parlare degli altri: Diego Ulissi.
«È un ragazzo dal talento enorme, me­rita di recitare un ruolo di prim’attore e mi spiace davvero tanto che abbia gettato alle ortiche mesi di corse per una positività controversa come la sua. Ma sono certo che saprà recuperare il tem­po perso».

Giovani che ti piacciono?
«Formolo è un piccolo talento. Zardini è da tenere sott’occhio. Berlato e Fi­losi, sono due giovani della Fantini che possono regalarci qualche buona soddisfazione. Lo stesso vale per Grosu e Bisolti».

E la tua De Rosa?
«È una Protos, equipaggiata da gruppo e ruote Campagnolo, sella firmata Selle Ita­lia, attacchi Fsa, gomme iRC. È un gioiellino. Ma starà a noi far­la andare forte. Loro ci mettono il cuore, noi dovremo metterci le gam­be».

Non temi di andare fuoricorso?
«Ci può stare, ad una condizione: essere in corsa. Su tutti i fronti».

Che voto ti daresti dopo questa intervista, pardon, interrogazione?
«Non saprei, possiamo rivederci nella sessione autunnale? Forse è meglio».
Desiderio accordato. Buon anno.

di Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di gennaio
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