PROFESSIONISTI | 05/08/2013 | 09:58 Chi sei e da dove vieni? «Sono nato a Gavardo il 30 marzo del 1985 e pedalo da una vita. Finora la mia carriera è stata un po’ altalenante. Ho lavorato tanto per gli altri, ma non sempre mi è stato riconosciuto». Nel tuo passato 4 stagioni alla Colnago e una al Team Idea. «Della famiglia Reverberi non posso che parlar bene, è grazie a Bruno e Roberto se sono arrivato al professionismo. Mi hanno insegnato che in questo mondo bisogna pedalare e dimostrare quanto si vale coi fatti: con loro ho vissuto due splendidi Giri d’Italia. Nel team Idea ho invece capito che non devo pensare sempre agli altri, ma concentrarmi più su me stesso. Essendo una formazione più piccola ho imparato inoltre ad arrangiarmi in tutto e per tutto». Nel tuo presente, la Androni Venezuela. «Con Savio ed Ellena mi trovo benissimo. Grazie anche allo staff, il clima è molto più disteso, ci si sente a proprio agio e si cerca di tirare fuori da ognuno il meglio che si può. Sto cercando di ripagare la fiducia che mi è stata concessa e mi piacerebbe vestire questa maglia anche nel 2014». Arrivi da una famiglia di ciclisti. «Ho iniziato a correre a 10 anni per seguire le orme di mio cugino Luca, poi ho contagiato i miei fratelli. Simona, che corre tra le Elite nella BePink, Mattia che è Under 23 con la Trevigiani e Chiara che è la più piccola ma anche la più furba: ha appeso la bici al chiodo e si è data alla ginnastica artistica. Mamma Erminia e papà Danilo ci hanno sempre supportato. Viviamo tutti insieme ad Anfo (BS), io ho un appartamento sopra casa dei miei che condivido con la mia ragazza Michela». Ricordi la tua prima bici? «Certo, una Bianchi fornita dalla UC Soprazzocco, la squadra di giovanissimi con cui ho mosso le prime pedalate. Ricordo la prima “prova rapporti” con il giudice che si è messo a ridere vedendo quanto fosse sporca e mi aveva lasciato andare senza controllo. Ero il tipico bambino un po’ “sfigato” con le gambe segnate dal grasso della catena e il casco storto». La tua prima vittoria? «Ho iniziato da G5 e i primi risultati sono arrivati alla fine della stagione. Non ho mai vinto tanto ma sono sempre stato costante. Anche nella massima categoria, nonostante un po’ di alti e bassi, una vittoria all’anno l’ho sempre portata a casa. Nel ciclismo di oggi questo però non sempre basta...». L’ultima è arrivata il mese scorso alla Route du Sud. «Sì e ci voleva proprio. Dopo le prime tre giornate in cui ho lavorato per Pellizotti, la squadra mi ha dato il via libera e alla fine abbiamo potuto festeggiare. Sono stato in fuga fin dalla prima ora con altri 11 corridori, dopo 90 km a prendere aria in faccia sono ripartito con altri 10 e appena siamo stati ripresi - mancavano 7,5 km - ho attaccato nuovamente con Knees e Vaubourzeix. Negli ultimi tre chilometri avevamo il gruppo alle costole. Quando i miei due compagni di fuga hanno iniziato a scattare, io ho sfruttato il loro lavoro stando a ruota e quando, a 350 metri dal traguardo, svoltando a sinistra, ho visto il gruppo farsi sotto sono partito lungo e, per un soffio, ho resistito alla rimonta di Napolitano». Il tuo punto di riferimento? «Ho tante persone che da sempre hanno creduto in me e meritano un ringraziamento, su tutti i miei genitori, il mio procuratore degli inizi Gianluca Giardini e Marco Artunghi, ex professionista che quando ho un problema è sempre pronto ad ascoltarmi e a offrirmi i suoi consigli». Cosa rappresenta il ciclismo per te? «È la metafora della vita. La bicicletta insegna cos’è la fatica, cosa significa salire e scendere, non solo dalle montagne ma anche nelle fortune e nei dispiaceri. La lezione più importante che mi ha dato è che tutti i sacrifici prima o poi vengono ripagati. I miei genitori, che danno l’anima per la loro azienda di pressofusione di alluminio, mi hanno insegnato a dare sempre il massimo». Il posto più bello che hai visto grazie alla bici? «Finora la Turchia». Quello che vorresti scoprire? «Qatar». Il tuo piatto preferito? «La pizza, cambio spesso gusto ma se devo dirne uno in particolare scelgo la Valtellina perchè ho la fidanzata valtellinese (ride, ndr)». La tua bevanda preferita? «Vino rosso, tutta la vita». Come trascorri il tempo libero? «A differenza di molti colleghi, non riesco a dormire o a star fermo. In genere mi dedico all’azienda di famiglia e alla casa. Sono appassionato di macchine, ho una Mercedes GLK». Cosa chiedi al finale di stagione? «Di riconfermarmi con un’altra vittoria, il ferro bisogna batterlo finche è caldo. Spero di raccogliere ancora punti per l’Europa Tour e di essere riconosciuto come un buon uomo squadra». Se non avessi fatto il ciclista oggi cosa saresti? «Il padrone dell’azienda dei miei (sorride, ndr). Sono geometra, ma in futuro mi piacerebbe aprire con la mia famiglia un agriturismo sul Lago d’Idro».
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