Gianni Motta compie 70 anni. Auguri campione!

COMPLEANNO | 13/03/2013 | 08:00
Uno dei simboli più fulgidi del ciclismo anni Sessanta, fa settanta. Li compie oggi, con il consueto giro in bicicletta. Insime agli amici più cari. Un colpo di pedale e via, alla faccia degli anni che passano, in barba a chi si è accomodato da tempo in poltrona «a rimbambirsi davanti alla tivù», dice lui con quel suo volto da eterno ragazzo, quel sorriso che tutto può e al quale tutto viene perdonato e quei capelli riccioli d’oro appena spolverati di bianco, che lo fanno un boy scout americano.

Ha la vitalità di un ragazzino e gli occhi veloci di chi la sa lunga, Gianni Motta (nella foto riceve un premio da Pietro Rosino Santini, ndr) da Cassano d’Adda, figlio di Enrico e Gianna, gente generosa, che andava al sodo e lavorava la terra coltivando il grande sogno di lasciarsi alle spalle la miseria. Quando Gianni nasce è il 1943, in piena guerra: «si mangiava solo miseria», ci dice.

Poi cominciò a mangiare, grazie alla Motta, dove lavoravano i Motta: pasticcere come mamma e papà che si conobbero tra gli impasti della stessa fabbrica. Motta che va a Milano in bici la mattina e torna a Groppello al tramonto, e ogni cartello segnaletico è buono per fare una volata, una gara contro se stesso. Ha solo 14 anni, ma una gran voglia di correre. «Ci riuscirò grazie ad Ernesto Colnago – ci racconta -, che in bicicletta mi ci mette. Me la farà pagare a rate, ma bastano due tre gare per mettere a posto tutto. Anzi, ancora oggi gli devo 14 mila lire, che non ha mai più voluto».

L’ultima istantanea di questo fiulèt in corsa risale al giugno 1974: arrivo a Milano del Giro d’Italia. Motta vince la volata e, in bellezza, dà l’addio al ciclismo. Oltre 90 i suoi successi, tra i quali un Giro d’Italia (1966), un Giro di Lombardia (1964), quasi una ventina di classiche, un terzo posto al Tour (1965). Erano gli anni di Gimondi, Dancelli, Zilioli, Adorni, Bitossi: sulla scia del boom, anche l’Italia del pedale andava forte in bicicletta.

Eppure, sono in tanti a considerare Gianni Motta un campione incompiuto. «È vero, avrei forse potuto fare di più, ma è anche vero che per quattro anni, per via di un incidente, ho corso in pratica con una gamba sola. E poi oggi quanti sono i corridori che riescono a vincere quello che ho vinto io? Ben pochi. Anzi, basta che vincano un quarto e per molti opinionisti sono già campioni».

Difatti Motta è stato profondamente penalizzato da quella occlusione vascolare.
«Solo dopo quattro anni i medici sono riusciti a capire di cosa soffrissi. Terminavo le corse con la gamba tutta nera. La gente ironizzava, mi dicevano che non facevo vita da atleta, che non avevo gli attributi: queste cose mi hanno pesato molto. Poi me ne sono fatto una ragione».

E Gianni Motta qualche ragione ce l’aveva per davvero. Giro di Romandia ’65, professionista da un anno, con un Lombardia già in bacheca, Gianni viene travolto da una macchina del seguito. A bordo  ci sono alcuni giornalisti, anche de La Gazzetta, che si rendono subito conto della gravità dell’incidente. Il colpo duro è al ginocchio destro, ma Gianni si rialza proseguendo fino al traguardo. Il ginocchio verrà ingessato, ma i guai veri arriveranno quasi due anni più tardi. Fu il professor Cevese, chirurgo di Padova, a capire cosa avessi. Una sciocchezza. Tanto è vero che dopo 45 giorni l’operazione vinsi una corsa a Urbisaglia. Ero tornato quello di prima, ma solo fisicamente».

Sì, perché la testa aveva già staccato da tempo. Nel periodo buio si era buttato negli affari, Gianni Motta, intraprendendo attività immobiliari. «Mi ricordo che mentre mi massaggiavano, parlavo con i clienti per telefono. Roba da matti… Ma io ero convinto di non poter più tornare a buoni livelli e di testa avevo proprio staccato».

Ha stimato Anquetil e Van Loy, «due grandissimi signori». Ha ammirato e sofferto per Merckx. Ha amato Dancelli, «perché era coraggioso come pochi. Ma anche Bitossi, che è stato fermato trippe volte dal cuore che faceva i capricci». E Gimondi? «L’ho apprezzato con il tempo, con l’andare degli anni, ma all’ora, no, non lo sopportavo. Ricordo il Giro del’66: lo vinsi due volte. Contro gli avversari e i suoi tifosi. Il suo clan. Fecero di tutto per farmi saltare i nervi. E poi quel mondiale del’73 vinto da Gimondi. Io rimasi a casa, nonostante avessi battuto Merckx il mese prima a Monte Campione. Seppi poi che fu Felice a non volermi».

Più forte lei o Gimondi?
«Senza quel guaio alla gamba, io».

Perché andò a correre alla Salvarani con Gimondi?
«Fu una scelta pubblicitaria, ma restammo sempre nemici. Troppo diversi: lui chiuso, io estroverso».

Il successo più bello?
«Due. La tappa di Levico al Giro del 1966 e la terza Tre Valli Varesine del 1970 davanti a Merckx».

Rimpianti?
«Non aver mai vinto la Sanremo. Ho fatto due secondi posti. E poi la Roubaix del 1967, quando in fuga, venni fermato da una foratura a 15 km dall’arrivo».

E il ciclismo di oggi lo segue?
«Mi annoia come pochi. Mancano i campioni. Troppi mezze figure, che vincono mezze corse. Mi piace però Nibali, che deve però darsi una mossa. E poi c’è il giovane Moreno Moser: ha classe. Mi rivedo in lui».

di Pier Augusto Stagi
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